Myricae Myricae

Myricae

Letteratura italiana

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E' il primo libro di liriche di Giovanni Pascoli, pubblicato nel 1891 in 21 componimenti e cresciuto sino a 150. Il titoli, dedotto da Virgilio, indica l'intendimento del Pascoli di comporre piccole poesie, ispirate alle natura, che insieme formino come un diario della vita intima e sentimentale del poeta. Le poesie sono raggruppate in base ai motivi ispiratori e a ciascun gruppo corrisponde un titolo: Dall'alba al tramonto, Ricordi, L'ultima passeggiata, Pensieri, In campagna, Tristezze, Dolcezze.

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Myricae 2019-10-14 22:12:32 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    15 Ottobre, 2019
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Un grande poeta da riscoprire!

Nel panorama letterario italiano, Giovanni Pascoli (1855-1912) è forse un poeta ancor poco apprezzato, se non intenzionalmente ignorato o addirittura dimenticato e relegato alle vecchie antologie scolastiche dei tempi in cui studiare poesia, al contrario di quanto accade oggi, veniva considerata cosa buona e giusta.
Eppure, quella dell'autore romagnolo resta una delle voci poetiche di maggior rilievo e più rappresentative del periodo a cavallo tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, come del resto ben anticipava la stessa raccolta “Myricae”, pubblicata per la prima volta nel 1891; l'edizione definitiva, comprendente centocinquanta liriche raggruppate per temi, sarebbe giunta a distanza di una dozzina d'anni.
Tra queste pagine di raro pregio, si susseguono soprattutto brevi testi, piccoli componimenti finemente cesellati e ispirati alla natura, dove trovano spazio l'amore per la terra natale (quella “Romagna solatia, […]/ cui regnarono Guidi e Malatesta” cantata con passione e trasporto non comuni), gli affetti più cari, i ricordi specie dell'infanzia e della prima giovinezza, la solitudine struggente, i tanti lutti che, uno dopo l'altro, si abbatterono sulla famiglia Pascoli, a partire dall'omicidio, peraltro impunito, del padre Ruggiero alla cui memoria l'opera è stata dedicata. La presenza della morte, non a caso, aleggia molto spesso su questi versi, impregnandone l'essenza e condizionando le emozioni e la visione del mondo da parte del poeta; una visione, proprio in virtù di tutto ciò, sempre ammantata di malinconia, se non di cruda tristezza, così come di tacita rassegnazione di fronte alla immanenza del dolore che mette radici profonde e inestirpabili nell'umano vivere. E la felicità, dunque, non ha possibilità alcuna di esistenza? Forse, ma essa si riduce soltanto a qualcosa di sfuggente, vago, ingannevole il cui inseguimento termina ogni volta tra le ombre della sera per annullarsi nell'inevitabilità di un“silenzio infinito”.
Poesia sorprendente e ammaliante, quella che le “Myricae” donano al lettore, il quale si ritrova così a contemplare la lenta e atavica vita nei campi, a perdersi tra i colori dei paesaggi che seguono l'eterno alternarsi delle stagioni, ad ascoltare le cantilene d'amore delle lavandaie o il chiacchierare notturno e sognante delle fanciulle intente a lavorare all'arcolaio alla luce della lanterna. Scrittura, quella pascoliana, attenta altresì al particolare, al quotidiano, alle umili cose della campagna, ma non per questo priva d'eleganza e raffinatezza formali che culminano in una musicalità puntuale e impeccabile.
Riguardo a Pascoli, così Gabriele d'Annunzio scriveva: “Penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l'arte sua come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era infallibile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l'arte non sia se non una magia pratica.” Parola di Vate!

Tra i componimenti più belli dell'intera silloge, mi piace ricordare quello intitolato “Romagna”, i cui versi, appresi almeno tre decenni fa, sono riaffiorati come per incanto alla mia memoria:

“Romagna”
(a Severino)

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore  (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuor il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! Fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ‘l bue rumina nelle opache stalle
la sua laboriosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano  al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un birichino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interinati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
risa di donne, strepitio di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura,
Tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Giovanni Pascoli

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Myricae 2013-07-25 16:09:34 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    25 Luglio, 2013
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Il capolavoro di Giovanni Pascoli

Myricae è probabilmente la raccolta poetica in cui meglio si esprime il genio creativo di Giovanni Pascoli, è un’opera di rilevante valore, anzi molto più esattamente è il capolavoro di questo genio romagnolo, e costituisce l’ultimo esempio di poesia lirica classica, essendo anche al contempo un omaggio a Publio Virgilio Marone. Infatti il titolo deriva da un verso della quarta Bucolica del grande poeta latino: Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae (Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici). E non poteva esserci miglior titolo, vista l’impronta della silloge, in cui è costante un dialogo introspettivo fra l’io dell’autore e il mondo di piccole cose che lo circondano, elementi di una natura mitizzata, densa di significati simbolici, a volte struggentemente dolce e nelle composizioni finali permeata di mistero, ma non mancano spazi evocativi, in cui forte è il senso del dolore e l’immanenza della morte.
E’ indubbiamente una raccolta in cui è possibile cogliere l’evoluzione artistica dell’autore, considerando che è stata scritta in un arco di tempo piuttosto lungo (la prima edizione, di 22 poesie è del 1891, l’ultima, di 150 componimenti, è del 1900, anche se, negli anni successivi e fino al 1911, ci furono altre quattro edizioni, frutto però non di aggiunte, bensì di modeste revisioni stilistiche).
L’opera, al di là della sua valenza intrinseca, che la qualifica appunto come capolavoro, presenta una varietà di argomenti e un piacere di lettura ben difficilmente riscontrabile in analoghi lavori di autori pur di grande lignaggio.
Se i ricordi sono immancabilmente presenti, e al riguardo cito la celeberrima Rio Salto (Lo so: non era nella valle fonda / suon che s'udia di palafreni andanti: / era l'acqua che giù dalle stillanti / tegole a furia percotea la gronda. /…) in un susseguirsi di suoni e di immagini di rara efficacia, se pur assumono valenza di rilievo i pensieri, come in Il passato (Rivedo i luoghi dove un giorno ho / pianto: / un sorriso mi sembra ora quel pianto. / Rivedo i luoghi, dove ho già sorriso.../ Oh! come lacrimoso quel sorriso!), risplendono i versi di una mistica natura, un paesaggio bucolico, i lavori dei campi, la mansuetudine di un bove, che simboleggia la forza di una grande umiltà (Al rio sottile, di tra vaghe brume/ guarda il bove, coi grandi occhi: nel / piano / che fugge, a un mare sempre più / lontano / migrano l'acque d'un ceruleo fiume; /….).
Ricordi, natura, riflessioni sono i percorsi di una vita dell’uomo, purtroppo nato con una durata a tempo, ignota, ma pur sempre limitata, e non è quindi un caso che il senso della morte sia sempre presente, ben espresso da Il giorno dei morti (Io vedo (come è questo giorno, oscuro!), / vedo nel cuore, vedo un camposanto / con un fosco cipresso alto sul muro. /…./ O casa di mia gente, unica e mesta, / o casa di mio padre, unica e muta, / dove l'inonda e muove la tempesta; /.. ). E’ una poesia struggente, che stringe il cuore, assai lunga, ma con un ritmo costante, senza la benché minima caduta, così lontana dalle stridenti retoriche di Gabriele D’Annunzio, è una lirica tutta sostanza, nulla è lasciato al virtuosismo che pure traspare analizzando versi che si scolpiscono nel cuore.
È grande Pascoli e grandi sono le sue poesie, ancor oggi attuali, perché la loro contemporaneità sta nell’immenso mistero della vita e della morte, sta in una natura che a volte ci sembra dolce e amica, altre invece aspra e feroce, sta nel nostro essere infinitamente piccoli di fronte alla immensità del creato.
La lettura, quindi, è raccomandata senza il minimo dubbio.

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