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Il guardiano dei coccodrilli
 
Il guardiano dei coccodrilli 2020-10-16 14:18:55 Bruno Izzo
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    16 Ottobre, 2020
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Origami

“La luce del mattino faceva vorticare la polvere dalle tende pesanti. Gregers Hermansen si sedette in poltrona e osservò la danza del pulviscolo in salotto. Ormai ci metteva talmente tanto tempo a svegliarsi che si chiedeva se ne valesse davvero la pena. Appoggiò le mani sui braccioli levigati, reclinò la testa all’indietro, rilassò la mandibola e chiuse gli occhi per proteggerli dal bagliore, finché non sentì il borbottio della caffettiera.”
L’incipit del romanzo giallo di Katrine Engberg “il guardiano dei coccodrilli” mostra subito tutto il talento caratteristico di questa autrice, il suo imprimatur: l’indole intensamente descrittiva della scrittrice danese, la sua abile propensione a immergere da subito il lettore direttamente nelle pagine da lei vergate.
Il suo estro, il suo ingegno si palesa nella minuziosa descrizione nei minimi particolari di luoghi, fatti e persone che riporta nel testo. In tal modo stimola d’immediato la condizione di estrema attenzione del lettore, avvinto alla scena che scorre davanti ai suoi occhi quasi ne fosse diretto osservatore tramite una camera nascosta. Non solo, ma la descrizione minuziosa sembra trasferirsi anche nel pensiero che consegue alle azioni, pensiero logico, chiaro, evidente, e però descritto in maniera incisiva, che pare proprio il marchio di fabbrica, il brand di questa autrice, come per esempio vediamo qui, nella usuale raffigurazione della scena del delitto:
“Nell’attimo in cui la vita ci abbandona diventiamo un lavoro per qualcuno. La scena di un delitto ricorda per molti versi un’opera teatrale: un intrecciarsi di accordi che, insieme, formano un’unità. Tramite imbeccate e battute d’entrata.”
In poche parole, ha perfettamente descritto la scena di un omicidio, con tanto di vittima, poliziotti intervenuti sul posto, medico legale, esperti della scientifica, tutti gli addetti ai lavori che tutti insieme interagiscono, si supportano, si scambiano informazioni e finanche lazzi e battute come in qualsiasi luoghi di lavoro, tra persone che da tempo si sincronizzano insieme nei loro ruoli in un tutt’unico.
Ecco davanti ai nostri occhi un vecchio pensionato, avanti negli anni e malmesso in salute, solo da anni, è ancora restio a sentirsi impacciato, titubante nei movimenti e confuso nel ragionamento, malgrado sia ben conscio dell’età avanzata. È per lui, perciò, una forma di velata protesta quella di alzarsi alle prime ore del mattino, godersi in pace il primo caffè della giornata, portare fuori i rifiuti del giorno precedente. Non dovrebbe farlo, come gli raccomandano tutti, sarebbe meglio per prudenza, a scanso di incidenti frequenti per le persone anziane sole e nelle sue condizioni, attendere quieto l’arrivo del badante che lo accudisce.
Il vecchio non se ne dà per inteso, queste piccole disobbedienze sono il suo modo di sentirsi ancora attivo in qualche modo, deve dimostrare soprattutto a sé stesso di essere ancora nel novero dei vivi. Ed è proprio durante la sua lentissima operazione di rimessa dei rifiuti nel contenitore esterno, un vero e proprio tartarughesco muoversi irto di pensieri e fittissimi ragionamenti interiori, che l’anziano passa davanti all’ingresso di servizio dell’appartamento del piano sottostante al suo.
Stranamente si accorge che l’uscio è socchiuso, il che gli sembra bizzarro, trattandosi di due studentesse universitarie, ragazze giovani ma che non gli hanno dato l’idea per questo di essere tante svanite e superficiali in tema di sicurezza.
Per cui, ancora in pantofole e vestaglia, l’uomo si avventura oltre l’uscio chiamando, non riceve risposta, si inoltra e finisce per inciampare rovinosamente a terra.
Quando poi si accorge, nel chiaroscuro, quasi a tentoni, di essere inciampato nel cadavere di una giovane, lo shock è talmente violento da procurargli un malore, e per la prima volta, forse da tempo immemorabile se non da sempre, il vecchio rimpiange di non essersi mai pienamente calato nel più consono ruolo di vecchietto tranquillo e obbediente ai richiami di prudenza, come un bravo anziano deve saper fare.
L’intervento successivo della polizia di Copenaghen permette al lettore di far la conoscenza con la coppia di investigatori incaricati del caso, Jeppe Korner e Anette Werner, e anche qui l’autrice mostra il meglio di sé divulgandosi nella descrizione dei due poliziotti, diversissimi tra loro come il giorno e la notte.
Una descrizione accurata, ma per nulla pedante, un ritratto sinuoso dei personaggi che ne rivela l’essenza senza però appesantire la storia, Katrine Engberg narra di un delitto, si cimenta in un enigma, scrive un giallo, ma lo fa in maniera intrigante, coniugando esattezza di resa scenica con levità di lettura.
La stessa descrizione degli agenti incaricati delle indagini è incisiva, e però velata di leggiadria, si legge con scorrevolezza, con facilità, ci presenta due personaggi differenti ma non perché interpretano i ruoli del poliziotto buono e del poliziotto cattivo tanto comune nella letteratura del genere. Tutt’altro: se Jeppe appare come avanti negli anni, carico di esperienza e però stanco, in qualche modo esaurito dalla vista delle continue aberrazioni dell’animo umano, gli fa da contraltare Anette, che non è affatto un suo alter ego, piuttosto un Jeppe più entusiasta, cristallino, con voglia di fare.
I due insieme si completano, e la descrizione del loro interfacciarsi, della loro convivenza professionale con intromissioni nel privato, in qualche modo cementa la loro intesa e ne risulta uno sforzo investigativo doppio, tanto più efficace quanto maggiore è la differenza tra i due tutori dell’ordine, proprio perché la loro diversità copre una visuale maggiore e permette una più ampia raccolta di indizi per la soluzione del caso.
Caso che risulta alquanto complesso da risolvere, anche insolito e per questo più avvincente ed intrigante. Basti pensare che all’ultimo piano del palazzo dove è avvenuto il delitto, vive un’ex insegnante di lettere dell’università di Copenaghen, Esther de Laurenti, una donna che dei libri, dell’arte, della scrittura ha fatto icona di vita.
E che oggi, finalmente in pensione, può dedicarsi ad una sua passione segreta, quella di…scrivere gialli. L’ex professoressa, reclusa o quasi nel suo appartamento, tra l’altro è anche la proprietaria dell’intero palazzo, vive una sua vita da artista, una sorta di bohemien avanti negli anni, nel disordine da salotto culturale della sua abitazione, teatro di feste, incontri, seminari artistici, in compagnia di due ciarlieri carlini ed un giovane assistente che le dà lezioni di canto, e intanto scrive il suo giallo.
Nulla di tanto insolito, dopotutto…sennonché la trama del suo testo ricalca in fotocopia l’omicidio appena avvenuto, con tanto di efferatezze realmente riportate, come le incisioni con arma da taglio sul viso della povera vittima, quasi a delinearne le linee grossolane di un origami sul volto.
Una di quelle stranezze che tutto è, tranne che una coincidenza, e che rende perlomeno sospetta l’ex insegnante.
Personaggi, investigatori, principale indiziata, una storia insolita, con tutto quanto Katrine Engberg imbastisce un lauto pasto, ottimo e abbondante, un po' coriaceo da digerire, ma è un bel metabolizzare, un po' come avviene ad un coccodrillo che sembra ipocritamente piangere nel mentre però si gusta saporitamente una sua vittima.
Si usa dire infatti che il coccodrillo piange a calde lacrime, quasi si spiacesse per le sue vittime, i lettori invece no, credo che sorrideranno invece per il gradimento suscitato dalla lettura di questo giallo a firma di un talento danese.

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Consigliato a chi ha letto...
Agli amanti del genere giallo, alla ricerca di nuove firme.
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