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Sepolcro in agguato
 
Sepolcro in agguato 2026-01-28 14:49:48 Mian88
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Gennaio, 2026
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UHC

«La felicità è una scelta che a volte richiede uno sforzo, e per lui era arrivato il momento di fare quello sforzo.»

Correva l’anno 2024 quando “Sepolcro in agguato” arrivò in libreria. Quel 20 febbraio fu tanto atteso quanto bramato, ricordo ancora la curiosità che mi portò alla lettura, la bramosia che faceva fremere la curiosità dello scoprire una nuova avventura. Eppure, qualcosa in questo scritto aveva stonato ai miei occhi tanto da decidere di non continuare nella lettura della saga o comunque di prenderci un attimo le distanze. Da qui la mia recensione tardata nel tempo, una recensione che arriva – e non lo celo – dopo aver concluso “L’uomo marchiato”.
Avvicinarsi alle opere di Galbraith e in particolare a Cormoran Strike e alla sua socia Robin Ellacott significa calarsi in una serie di gialli che non sono solo gialli. Perché se da un lato abbiamo l’aspetto più investigativo che notoriamente parte da un fatto anche abbastanza ordinario e la cui risoluzione sembra decisamente intuitiva, dall’altro abbiamo un mondo articolato e strutturato su una serie di contenuti sempre più corposi e tra loro incuneati che portano ad approfondire anche i personaggi, le loro storie, altri casi, le relazioni umane, tematiche attuali e tanto altro ancora. Il tutto in modo sempre molto arguto e ben ponderato.
Venivamo, nello specifico, da “Un cuore nero inchiostro” dove conoscevamo un fandom tanto tossico quanto pericoloso. In “Sepolcro in agguato” ci caliamo invece in una setta. L’impressione è che dietro gli ultimi romanzi dedicati a Strike ci sia la volontà di costruire dei piccoli universi parelleli e auto-inclusivi che vivono di vita propria.
Ci troviamo così faccia a faccia con l’Universal Humanitarian Church, alias UHC, una organizzazione internazionale che si propone ai suoi fedeli e al mondo come una chiesa umanitaria e pacifica. In realtà dietro le azioni compiute da queste si nascondono misfatti e crimini di ogni genere. La chiesa lavora facendo leva sulla coercizione psicologica, la manipolazione. Questa agisce tanto sull’aspetto mentale che fisico.
Ma perché il duo viene in contatto con questa congrega? Vi viene in contatto per Will. Intelligentissimo ma affetto da una forma di autismo, il giovane è figlio del ricco cliente che recluta l’agenzia. Pare che sia finito nelle mani di questo clan, setta dalla quale è essenziale tirarlo fuori. Non è semplice però riuscirvi. L’organizzazione è capillare, ha un numero di adepti che si snoda su tutto il mondo, porta all’isolamento da ogni legame con famiglia, amici o altro, da qui hanno inizio incubi senza fine quali privazioni del sonno e della notte.
L’unico modo per avere contatti con Will è quello di infiltrarsi nella setta; toccherà a Robin doverlo fare. Le attività si svolgono prevalentemente in una fattoria lager, qui ella correrà il rischio di essere scoperta ma anche di diventare un’altra vittima del sistema. Strike e socia dovranno venire a capo della matassa e per farlo dovranno riuscire a incastrare l’intera chiesa e tutti gli scheletri che si porta dietro, dalle vendette alle morti sospette, all’illusionismo, a trucchi di ogni genere.
A fare da sfondo lo sviluppo di un sentimento che lega Robin e Strike in modo sempre più forte. Non è mai una storia eccessiva o che prende il sopravvento su quelle che sono le vicende, arriva sempre in punta di piedi, talvolta perfino troppo tanto che il lettore si stanca di questo continuo tira e molla e presunto interesse non comprovato che però non si sviluppa mai.

«Ci si illude sempre un po', in amore, non è vero?
Si riempiono gli spazi vuoti con la propria immaginazione.
Li dipingi esattamente come vuoi che siano. Ma io sono un detective... sono un detective, cazzo.
Se mi fossi attenuto ai fatti concreti, se l'avessi fatto, anche solo nelle prime ventiquattr'ore in cui l'ho conosciuta, me ne sarei andato senza voltarmi indietro.»

Certamente dietro “Sepolcro in agguato” si cela un lavoro di approfondimento e documentazione notevole da parte dell’autrice. Gli aspetti della setta sono trattati in modo approfondito partendo dalla storia, la filosofia, i profeti, la gerarchia e tutto quel che ne consegue. Anche i meccanismi sono spiegati nel dettaglio, idem i processi cognitivi e manipolativi dei personaggi. Il fanatismo è esplorato con cura e dovizia di particolari.
Tuttavia, il mordente inziale che avvince il lettore e che porta lo stesso a proseguire nelle avventure, piano piano viene meno. Questo anche a causa del fatto che Galbraith tende ad “allungare troppo il brodo” tanto da far perdere di sostanza alle vicende. Nei primi titoli dell’avventura, la scrittrice era più concisa e concentrata nelle indagini. A partire da “Bianco Letale” il numero di pagine degli scritti è più che raddoppiato, come se fosse questa la scriminante per rendere un lavoro degno di nota. Non è così. È vero che ciò può permettere di realizzare una trama più corposa e strutturata, ma lo stesso risultato può essere raggiunto anche con meno. Talvolta tagliare è molto meglio che essere prolissi. Fa sì che non vi siano perdite di attenzione o stanchezza nella lettura.
Non metto in discussione il fatto che “Sepolcro in agguato” sia e sappia essere un testo potente e capace di scuotere, che sappia, ancora, far sviluppare anche la caratterizzazione dei personaggi, che non manchi l’analisi di un mondo spesso sconosciuto, ma è anche innegabile che mette a dura prova il conoscitore che sì, arriva alla fine, ma sfiancato e perché vuole sapere dove la narratrice vuole arrivare a parare.
Lo stile narrativo è preciso e minuzioso, i due protagonisti arrivano a uno snodo della loro storia, l’analisi sociale non è da meno, la consapevolezza delle conseguenze della perdita del libero arbitrio o ancora del mondo oscuro che spesso ci circonda, non esulano dall’essere eviscerati nel dettaglio.

«Dobbiamo perdonare chi siamo stati, quando non sapevamo cosa facevamo.»

“Sepolcro in agguato” è un testo dalle grandi potenzialità ma che avrebbe potuto ottenere, nonostante la indubbia potenza narrativa e contenutiva di una storia che tocca le corde più intime, lo stesso risultato con molto meno. Molto interessante sarà lo sviluppo, soprattutto della storia tra Cormoran e Robin in “L’uomo marchiato”, opera classe 2025 che ci porta a fare il conto alla rovescia (meno 2) con gli scritti dedicati a questi due personaggi tanto amati.

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