Dettagli Recensione
RISCRIVERE LA STORIA
“Il passato è inflessibile. Non vuole essere cambiato.”
Alla fine del XIX secolo ebbero un notevole successo due romanzi, “Un americano alla corte di re Artù” di Mark Twain e “La macchina del tempo” di H.G. Wells, che avevano come tema portante il viaggio nel tempo (nel Medioevo il primo, in un lontano futuro il secondo). La tempistica non è casuale, perché proprio in quegli anni le opere di Charles Howard Hinton (l’”inventore” del tesseratto, per intenderci) avevano suggerito l’esistenza di una quarta dimensione, in aggiunta alle tre note, dando così la stura a tutta una serie di suggestive ipotesi circa la possibilità di muoversi avanti e indietro nel tempo. Non a caso i personaggi di “Contro il giorno” di Thomas Pynchon (ambientato proprio nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo) hanno addirittura l’occasione di assistere a un (ovviamente immaginario, ma non del tutto implausibile) convegno internazionale di viaggi nel tempo. Da allora quello dei viaggi nel tempo è diventato un vero e proprio genere, sia in campo letterario che in quello cinematografico (“La jetée” di Chris Marker, “L’esercito delle dodici scimmie” di Terry Gilliam, “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, per fare solo tre tra gli innumerevoli esempi). Non deve perciò sorprendere che Stephen King, unanimemente riconosciuto come un maestro della narrativa fantastica, abbia voluto dare, con “22/11/’63”, il suo contributo (un contributo – voglio dirlo subito, pur non essendo propriamente un fan dello scrittore di Portland – a dir poco magistrale) a questa popolare categoria.
La storia (soprattutto dopo la recente serie televisiva creata da J.J. Abrams) è abbastanza nota. Jake Epping, un anonimo trentenne professore di letteratura americana in un liceo di provincia, trova per caso un misterioso portale che gli permette di trovarsi nello stesso luogo, ma ben 53 anni prima, il 9 settembre 1958, e decide di sfruttare la stupefacente scoperta per cercare di impedire l’assassinio del presidente Kennedy, sperando in tal modo di contribuire a creare un mondo migliore (senza la guerra nel Vietnam, né l’omicidio di Martin Luther King e le rivolte razziali dei neri americani). Spesso i viaggi nel tempo sono raccontati in maniera frettolosa e acritica, senza soffermarsi troppo ad analizzare i paradossi logici che si vengono a creare (o magari utilizzandoli semplicemente come pretesti comici o bizzarri), ma King gestisce il suo romanzo con grande accuratezza e scrupolosità. Il fatto che tornando indietro nel 2011 siano trascorsi soltanto due minuti, indipendentemente da quanto tempo Jake sia stato nel passato, e che ogni volta che ritorna nel 1958 i cambiamenti apportati nel viaggio precedente si annullano, dà luogo a tutta una serie di conseguenze narrative estremamente stimolanti. Innanzitutto, dover attendere ben cinque anni prima di imbattersi nella visita di Kennedy a Dallas fa sì che non è possibile raggiungere il suo scopo per tentativi ed errori, in quanto ripetere il viaggio nel passato significherebbe per il protagonista aver perso altrettanti anni di vita, senza contare che in qualche modo gli anni dal 1958 al 1963 bisogna pur viverli, cercando un posto dove stabilirsi e un lavoro che gli permetta di guadagnare il necessario (dal momento che, pur conoscendo in anticipo l’esito di molti avvenimenti sportivi, scommettere grosse somme su di essi non è facile, in quanto attirerebbe l’attenzione della malavita locale). Inoltre Jake capisce che deve interferire il meno possibile con il passato, in quanto “gli eventi sono fragili, sono castelli di carte”, e per il famoso “effetto farfalla” teorizzato da Edward Lorenz (“il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas”) qualsiasi azione, anche la più insignificante, può determinare grandi cambiamenti nel futuro. Per arrivare a fare ciò che si è proposto, Jake deve perciò limitarsi a fare a lungo lo spettatore nella “Terra di Allora” dove ha deciso di vivere, anche se a volte, come nel caso della morte per incidente stradale di uno studente a Jodie, egli ha l’agghiacciante sospetto che in sua assenza certe cose terribili non sarebbero successe, e che l’essersi anche minimamente ingerito nel passato le abbia rese possibili. L’invenzione migliore di King è però l’aver reso il passato tutt’altro che inerte e plasmabile, bensì un’entità, un deuteragonista se così si può dire, che cerca di opporsi ai cambiamenti (“Quando tenti di cambiarlo, il passato morde. Ti taglierà la gola, se gliene dai l'opportunità”). Jake scopre così a proprie spese che per realizzare le sue imprese (prima dell’omicidio di Kennedy, cerca di sventare, conoscendole in anticipo, altre due tragedie familiari) deve subire dei veri e propri “attentati” da parte del passato (sotto forma di incidenti stradali o aggressioni teppistiche), tanto più gravi e pericolosi per la propria vita quanto maggiori sono le modifiche che intende apportare (cosa che Jake traduce perfino in una sorta di legge fisica: “la resistenza a una singola azione è direttamente proporzionale all'alterazione del futuro che l'azione produrrebbe”).
La caratteristica migliore di “22/11/’63” à che in esso eccezionalità e normalità, suspense e routine, sono dosate alla perfezione. E se da una parte c’è una sconvolgente alterazione della realtà, dall’altra, a compensarla, e in qualche modo ad armonizzarla, King inserisce una intensa, romanticissima, ancorché travagliata, storia d’amore. Le “love stories” non sono certo gli elementi narrativi che hanno fatto diventare celebre lo scrittore americano, ma qui King trasforma progressivamente la relazione tra Jake e Sadie nel vero e proprio fulcro del romanzo. E’ una storia d’amore tutt’altro che semplice, dal momento che il protagonista non può ovviamente rivelare alla ragazza che proviene dal futuro, e che quindi è necessariamente basata su una certa dose di insincerità e di calcolata prudenza (Jake cerca costantemente di non farsi sfuggire alcun dettaglio che possa rivelare la sua anacronistica identità, ma ad un certo punto l’aver usato espressioni gergali incomprensibili negli anni ’50 o l’aver canticchiato in auto una canzone dei Rolling Stones, band che allora non esisteva ancora, diventa addirittura la causa della rottura, per fortuna temporanea, della relazione tra i due amanti). King si trova a fare un po’ l’equilibrista, alternando i pedinamenti e le intercettazioni di Lee Oswald con le effusioni sentimentali con Sadie, ma ad un certo punto le due cose necessariamente si sovrappongono, mettendo Jake di fronte a un bivio: è più importante sventare l’attentato a Kennedy o salvaguardare il rapporto con la persona amata? In altre parole, è più importante la Storia mondiale oppure la storia individuale, intima, privata? In un libro ad altissimo tasso di spoiler non mi è possibile dare una risposta esplicita in questa sede, ma resta il fatto che i numerosi dilemmi morali in cui si trova a dibattere il protagonista sono altrettanti, preziosi e sorprendenti, motivi di interesse di un romanzo che regala al lettore molto di più di quello che prometteva all’inizio.
“22/11/’63” è un meccanismo ad orologeria perfettamente oliato, che, una volta messo in moto con inesorabile e diabolica precisione, non lascia più il lettore. La sua notevole lunghezza permette altresì di concedersi momenti apparentemente inessenziali ai fini della trama (come quando descrive, nel bellissimo prologo, il presunto blocco emotivo del protagonista), e perfino alcune strizzatine d’occhio ai suoi fan più affezionati (come nelle pagine in cui Jake nel 1958 arriva a Derry, il non dimenticato teatro delle vicende di “It”, e qui incontra Richie e Bev, ovverossia due dei membri del “club dei perdenti”, i quali gli fanno velate allusioni al clown Pennywise e alla tartaruga). La nostalgia che King prova per gli anni ’50 (che sono poi gli anni dell’infanzia dello scrittore), un periodo che evidentemente rappresenta per l’America l’epoca dell’innocenza perduta (non è un caso che film come “Peggy sue si è sposata” e “Ritorno al futuro” abbiano scelto proprio quegli anni per i loro viaggi indietro nel tempo), non gli impedisce tuttavia di esprimere pesanti critiche alla situazione sociale di allora (con particolare riguardo alla condizione femminile e a quella delle persone di colore). Insomma, se “22/11/’63” è indubbiamente un romanzo di genere (in particolare ascrivibile alla fantascienza, con tanto di finale distopico, in cui il protagonista si ritrova a vagare, al ritorno dalla sua missione, in un Maine del tutto diverso da quello che aveva lasciato cinque anni prima), si tratta pur sempre di un genere di prima, raffinatissima qualità, che rivaluta enormemente la caratura di uno scrittore che, alquanto ingiustamente, da molti è considerato soltanto un abile autore di bestseller.





























