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Io Khaled vendo uomini e sono innocente

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«Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina, la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale. Mi chiamo Khaled e sono un trafficante». Khaled è libico, ha poco più di trent'anni, ha partecipato alla rivoluzione per deporre Gheddafi, ma la rivoluzione lo ha tradito. Così lui, che voleva fare l'ingegnere e costruire uno Stato nuovo, è diventato invece un anello della catena che gestisce il traffico di persone. Organizza le traversate del Mediterraneo, smista donne, uomini e bambini dai confini del Sud fino ai centri di detenzione: le carceri legali e quelle illegali, in cui i trafficanti rinchiudono i migranti in attesa delle partenze, e li torturano, stuprano, ricattano le loro famiglie. Khaled assiste, a volte partecipa. Lo fa per soldi, eppure non si sente un criminale. Perché abita un Paese dove sembra non esserci alternativa al malaffare. Francesca Mannocchi, giornalista e documentarista che da molti anni si occupa di migrazioni e zone di conflitto, ci restituisce la sua voce. Le sue parole raccontano un mondo in cui la demarcazione tra il bene e il male si assottiglia.



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Io Khaled vendo uomini e sono innocente 2019-05-03 19:40:35 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    03 Mag, 2019
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Lottare per sopravvivere.

Avevo letto diverse recensioni online su questo libro di Francesca Mannocchi (che non conoscevo) e ne parlavano tutti benissimo, di conseguenza, visto anche il tema “caldo” ho deciso di acquistarlo. Beh, dopo averlo divorato letteralmente in due giorni devo dire che non solo le recensioni avevano ragione ma è probabilmente uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.
La storia parla appunto di Khaled,un giovane libico di circa 30 anni, che dopo aver combattuto la guerra che ha deposto Gheddafi ora si trova in una situazione che non avrebbe mai voluto o sperato, vendere uomini. Purtroppo però, come diverse volte nel corso del romanzo ci spiegherà il protagonista stesso (che racconta tutta la storia in prima persona), dopo la rivoluzione e la morte del dittatore libico, nella cui battaglia tra l’altro Khaled ha visto anche morire il fratello per la causa, ora la situazione non è andata come loro si aspettavano, cioè con un paese finalmente libero e democratico, bensì il pese è finito in un’ulteriore battaglia tra diversi attori.
Sempre nel corso della storia Khaled ci dirà che i protagonisti di questa guerra non sono solo le figure più evidenti, e quindi nel caso specifico Al Sarraj e Haftar, ma anche gli interessi dei vari paesi europei e mondiali che sulla pelle dei libici giocano continue battaglie politiche…”oggi hanno interesse a fermare i gommoni Khaled, ma magari domani avranno interesse a farli arrivare”.
E Khaled che fa in tutto ciò? Vende uomini. Lo fa pur essendone schifato e pur cercando di aiutare in tutti i modi questi poveri disperati che cercano di attraversare il Mediterraneo, ma non può tirarsi indietro. Non può perché loro gli chiedono di partire per cercare la felicità, non può perché suoi concittadini gli chiedono un lavoro per sfamare la famiglia, non può perché ha una famiglia da mantenere.
E quindi prosegue in questa vita che odia, ma che non può evitare.
Il romanzo è scritto molto bene, in maniera leggera e scorrevole pur affrontando temi molto pesanti. A tratti devastanti. Leggendolo si provano diverse emozioni, a tratti ci sentiamo di colpevolizzare Khaled per quello che fa, altre volte invece non si riesce a dargliene una colpa. Alla fine Khaled è semplicemente un ragazzo di 30 anni che si trova in una giungla piena di predatori e che per sopravvivere deve essere disposto ad uccidere prima di venire ucciso.
Non è facile leggere questo libro (ci sono scene molto crude e pesanti), così come non è facile prendere una posizione netta. Consiglio comunque a tutti di leggere questo splendido lavoro della Mannocchi e un plauso va anche ad Einadi per aver pubblicato un libro non facile per il periodo storico in cui ci troviamo.

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