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Stranieri residenti

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Nel paesaggio politico contemporaneo, in cui domina ancora lo Stato-nazione, il migrante è il malvenuto, accusato di essere fuori luogo, di occupare il posto altrui. Eppure non esiste alcun diritto sul territorio che possa giustificare la politica sovranista del respingimento. In un'etica che guarda alla giustizia globale, Donatella Di Cesare con limpidezza concettuale e un passo a tratti narrativo riflette sul significato ultimo del migrare, dando prova anche qui di saper andare subito al cuore della questione. Abitare e migrare non si contrappongono, come vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi fantasmi dello jus sanguinis e dello jus soli. In ogni migrante si deve invece riconoscere la figura dello «straniero residente», il vero protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e attuale della cittadinanza. Nella nuova età dei muri, in un mondo costellato da campi di internamento per stranieri, che l'Europa pretende di tenere alle sue porte, Di Cesare sostiene una politica dell'ospitalità, fondata sulla separazione dal luogo in cui si risiede, e propone un nuovo senso del coabitare.



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Stranieri residenti 2018-08-24 13:36:48 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Agosto, 2018
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Oggi, stranieri residenti.

Gli stati moderni sono suddivisi in una molteplicità di alleanze e conflitti. Per chi nasce, è nato e/o è cresciuto nella quasi eterna, immutabile e inconfutabile visione statocentrica, l’immigrazione è un qualcosa da arginare, una anomalia impensabile da abolire. Una devianza che si scontra e incontra con la visione esterna del migrante che ricorda, in ogni suo respiro, allo Stato il suo divenire storico, il suo evolversi, il suo non essere puro. Perché riflettere sulla migrazione significa in primo luogo ripensare lo Stato. E ripensare lo Stato significa rimettere in discussione una delle fondamenta, uno dei pilastri della nostra società.
Con “Stranieri residenti” Donatella Di Cesare non intende trovare le cd. “soluzioni” al problema della immigrazione. Non prende in considerazione il governare i flussi, o ancora il distinguere tra rifugiati e migranti economici, non cerca e non offre risposte sul come integrarli. E questo perché queste domande e queste risposte sono contestate dal fondo in quanto si iscrivono in una politica che pretenderebbe di essere pragmatica quando in realtà risponde soltanto alla logica immunitaria dell’esclusione. Una politica, cioè, che fa passare il rifiuto per l’ingresso per una forma di sollecitudine, il respingimento per una premura verso il migrante, magari sotto la falsa veste di difendere un territorio statale concepito – utopicamente – come uno spazio chiuso di una proprietà collettiva. Non si stupisce, ancora, del fatto che nonostante il passato europeo – non poi così arcaico e dimenticato – siano riemersi due vecchi fantasmi: il suolo e il sangue, da sempre punti cardine della discriminazione. L’intento dell’autrice è quello di dar vita a una cd. “filosofia della migrazione”, un esperimento, un tentativo, un traguardo. Chissà.
Capitolo dopo capitolo, ella passa dalla ricostruzione del dibattito nel contesto angloamericano e in quello tedesco, tra i partigiani dei confini chiusi e i promotori degli open borders, due posizioni prettamente liberaliste che evidenziano l’impasse di una filosofia che sostiene l’autodeterminazione sovrana rispetto all’altra che ne rivendica la libertà di movimento, sino a rievocare la storia, che verrà raccontata dal punto di vista Europeo, patria dei diritti umani e che al contempo ha negato ospitalità a coloro che fuggivano dalle guerre, persecuzioni, soprusi, fame e desolazione finendo con lo stigmatizzare l’invasore a priori come nemico, passando per l’analisi del concetto di terra, dell’altro, di coloro che credendo ancora nella giustizia finiscono con l’essere i bersagli prediletti di scherno e denuncia.
La visione è quella di uno straniero residente. Per capire quale ruolo possa svolgere in una politica dell’ospitalità si è tornati indietro, a ritroso, con ritmo cronologico rievocando Atene, Roma, Gerusalemme. Tre città per tre tipi di cittadinanza ancora validi. Ed ancora alla città biblica del Gher, lo straniero residente, letteralmente “colui che abita”, alla radicata concezione post nazista che asserisce che sia legittimo decidere con chi coabitare (Ognuno a casa propria! Si, ma quale casa se uno una casa non l’ha?). È in questo che trova forza la xenofobia populista che rivendica per sé, in modo discriminatorio, il luogo in modo esclusivo. Chi compie ciò si erge a soggetto sovrano che reclama una presunta proprietà a fronte di una ancora ulteriore supposta identità del sé con il luogo rivendicato. Ma cosa significa davvero coabitare? È un rigido stare insieme l’uno accanto all’altro? Coabitare significa “condividere la prossimità spaziale in una convergenza temporale dove il passato di ciascuno possa articolarsi nel presente comune in vista di un comune futuro”. Quali sono le ragioni profonde, i perché di questa lotta al presunto diverso in una rivendicazione territoriale di diritto di proprietà? Cosa si cela dietro questo fenomeno sempre più in crescita? Quali sono i perché?
Questo e molto altro ancora è “Stranieri residenti” di Donatella Di Cesare: un saggio filosofico senza pretese di soluzioni definitive e improcrastinabili che è semplicemente imperdibile per chi desidera interrogarsi, approfondire e comprendere un fenomeno di grande attualità e troppo spesso, purtroppo, strumentalizzato da interessi superiori.

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