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Letteratura italiana

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Ugo odia il proprio nome. Ricco di famiglia, ha fatto carriera nell'editoria tra competizioni aziendali, problemi di management e sarcasmi sulla letteratura mediocre. Al lavoro è efficiente, perfezionista, disprezza i buoni «che usano la modestia come una clava»; si vendica in pubblico di un'infelicità privata, perché le ossessioni non solo erotiche l'hanno condannato alla solitudine. Per lui, piacere e dominio coincidono. Quando la vecchiaia si annuncia con segni inequivocabili, Ugo decide che è ora di dare un senso alla propria vita e, da poeta senza poesie, crede di riscattarsi mediante l'azione: usando a sproposito una conquista civile, progetta un velleitario suicidio per procura. Ma il destino ha in mente altro e lo conduce dove mai avrebbe sospettato. I desideri che marciscono producono odio, il cielo d'Europa è un cielo di frustrazione.

Recensione della Redazione QLibri

 
Bontà 2018-10-17 15:22:22 ornella donna
Voto medio 
 
1.5
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
1.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Ottobre, 2018
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un uomo decadente e cattivo!

Il precedente Bruciare tutto di Walter Siti era uno “scandalo mancato” nel senso che se ne era discusso per motivi di costume, senza che il contenuto pedofilo influisse più di tanto nella vendita. Ora torna con Bontà, un racconto lungo che del titolo non ha nulla, perlomeno nei contenuti. Al contrario è un testo sulla cattiveria. Di cui, nonostante la brevità, non solo ho faticato a leggere, ma anche a concluderlo. Intendiamoci i temi cari allo scrittore ci sono tutti: la letteratura, i libri, l’omosessualità, il matrimonio civile, la sofferenza, il decadimento, la vecchiaia. E’ lo stile di scrittura, il contenuto stesso del libro che non mi ha convinto per nulla.
E’ la storia di Ugo, un uomo anziano, che ha avuto successo nell’editoria, ora cinico e disilluso, e guarda al mondo con disprezzo e malvagità. Nulla si salva, neppure, ad esempio, il volontariato, perché pensa che:
“chi esagera coi gesti gentili, pensa Ugo, non ha le unghie abbastanza forti per graffiare; è come quelli che si dedicano al volontariato per sentirsi meglio loro. Le schitarrate per i diritti umani, la solidarietà per guadagnare punti agli occhi di Dio, la carità come nevrosi, l’altruismo da fiera e da salotto. Ugo odia il cameratismo, preferisce essere rispettato che venvoluto.”
Non parliamo poi degli scrittori, definiti:
“Il fallimento come scrittori in proprio è il tumore inconfessabile di molti editor; per una sorta di gentlement l’argomento è tabù, cane non mangia cane. Qualcuno ce la fa, pubblica i propri libri presso case editrici concorrenti, pochissimi hanno il coraggio di auto pubblicarsi sfidando il conflitto di interessi-in ogni caso, mescolare i due livelli in pubblico è considerato impudico.”
La letteratura non può che essere un totale fallimento, facile preda delle inutili e vuote logiche di mercato:
“I romanzi sui bambini malati di cancro, sulle donne aviatrici nella Seconda guerra mondiale, sui migranti che ripopolano paesi fantasma, (…) sui trentenni frustrati che riscoprono la natura vergine, sui giornalisti eroi e le camorriste riscattate dalla maternità, sulle paturnie sentimentali del ceto medio purchè finisca bene. Tutto scritto alla carlona, emotività confusa e onanistica, con errori di sintassi e di grammatica e di orecchio. Se la parola ha dato senso al mondo (…) ora la sciatteria della parola serve per restituire il mondo alla sua insensatezza. E i polizieschi, che dio li strafulmini, e i noir anzi i polar; te lo dicono proprio in faccia, “ciò messo dentro un delitto per dare vivacità al plot”, oppure “gli omicidi sono un pretesto per descrivere l’ambiente”. (…) Se nella società cova voglia di morte, per favore, non fabbricateci sopra il nostro intrattenimento. (…) Se la prende col diluvio di troppi titoli, (..): gigantesca autoipnosi di massa, che nasconde la realtà.”
Ugo è molto ricco di famiglia, anche se figlio della guerra, perché nato nel 1944, per cui:
“è ricco grazie alla madre, vedova in successione di due uomini che per l’Italia hanno contato qualcosa (ma nessuno dei due gli è stato padre).”
Abituato a fare del male, non accetta la decadenza, e l’umiliazione che ad essa si accompagna, allora decide di stupire ancora una volta, e sposarsi con Manuel, con un’unione civile. Manuel è molto più giovane di lui, un adone greco che del consorte apprezza solo il vil denaro. E proprio attraverso un falso amore e un suicidio per procura che il protagonista cerca di trovare l’immortalità, di superare i propri limiti per raggiungere, forse, la pace, una forma di riscatto, mai trovata in vita.
Definito nella quarta di copertina come:
“in questo romanzo ironico ed impietoso, lo spirito di una civiltà in agonia è incarnato da un vecchio cinico, deciso –come un eroe tragico o solo stanco- ad annullarsi cercando la morte nell’amore”,
il libro e la sua lettura non mi ha convinto. Morboso nel linguaggio, spesso incomprensibile nei contenuti e nel loro significato, il testo si è rivelato una lettura pesante e poco accattivante. Se, però, si ha molto tempo e, soprattutto, costanza, ad un’analisi più dettagliata e minuziosa si rivela ricco di spunti di riflessione e di discussione per quei temi trattati, come detto all’inizio. Volendo, appunto, salvare qualcosa. Ma è uno sforzo immane.

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