Narrativa italiana Romanzi Il cipiglio del gufo
 

Il cipiglio del gufo Il cipiglio del gufo

Il cipiglio del gufo

Letteratura italiana

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Venezia, oggi. Nella città più globale del mondo, tre uomini sono a un punto di svolta della loro vita: per disperazione, ambizione e insoddisfazione. Il primo è Nereo Rossi, il telecronista di calcio più famoso d'Italia; sta per perdere l'uso della parola per una malattia. Sa che gli resta poco tempo, ma prima vuole vendicarsi del suo rivale. Per farlo sfrutta le conoscenze che gli ha procurato il suo mestiere: coinvolge l'uomo più potente d'Italia, che gli deve alcuni favori, e si fa accompagnare da un giovane biografo a cui racconterà la sua vita. Il secondo è Adriano Cazzavillan, professore di liceo: vorrebbe guadagnare di più e far vivere meglio la sua famiglia; sfrutta l'unica possibilità che la nostra epoca offre alle persone come lui. Così suscita l'invidia dei colleghi e perde il lavoro. Nell'ultima parte del romanzo si lancia in una indimenticabile avventura per salvare suo figlio Gilberto, rimasto intrappolato da una forza oscura. Il terzo è Carletto Zen, trentenne tuttofare, che è stato risucchiato dal «Gorgo», come lo chiama lui, cioè l'attività economica dominante in città, il turismo: accompagna gli stranieri nei bed&breakfast, fa le pulizie, e intanto cova desideri di rivalsa: circuire ricche vedove bisognose di compagnia. Non ha certo l'aspetto del seduttore, ma le sue buffe qualità nascoste lo hanno già reso una leggenda. Con tenerezza, comicità, intelligenza, intensa compartecipazione, Il cipiglio del gufo racconta come sfruttare le possibilità che si hanno, in diverse età della vita, per salvare sé stessi e gli altri, o per condannarsi da soli.


Recensione della Redazione QLibri

 
Il cipiglio del gufo 2018-01-31 16:51:34 annamariabalzano43
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
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4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Gennaio, 2018
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Maschere, avatar e il “gorgo” veneziano.

Tre personaggi, tre storie, tre approcci diversi alla realtà. Un gioco di maschere, in una città, Venezia, nota per le sue “bautte”. È, infatti, proprio il tema del rapporto realtà e apparenza che sembra essere più interessante in questo romanzo semplice e tuttavia complesso allo stesso tempo. Il mondo del famoso telecronista sportivo, Nereo Rossi, convinto di essere ormai alla fine dei suoi giorni, a causa di una malattia degenerativa, è diverso sia da quello del professore Cazzavillan che sogna di diventare scrittore di successo, sia da quello del giovane tuttofare, Carletto Zen, a caccia perenne di attempate ricche signore che possano offrirgli facili opportunità di vita migliore. Il tutto sullo sfondo del “gorgo” commerciale veneziano. Ciascuno di questi personaggi offre di se stesso un’immagine che differisce da quella che effettivamente costituisce la sua essenza. Ognuno, in fondo, gioca un ruolo, entra in una finzione scenica, quasi fosse protagonista di un dramma teatrale. Ognuno si dibatte tra l’illusione e la realtà e la personalità di ciascuno rimane temporaneamente sospesa in questo gioco di maschere che diviene il mezzo per conoscere e analizzare se stesso.
Nel caso di Cazzavillan, l’aspirante scrittore, la problematica dell’identità diviene assai più complessa, nel momento in cui si trova ad agire nei panni del suo avatar in un videogioco, per salvare il figlio adolescente che rischia di rimanere tagliato fuori dal mondo, come uno dei numerosi hikikomori della nostra epoca. Ed è proprio il videogioco che è “fatto di nulla, impastato di non-essere, che dà la dimensione dell’illusorietà del mondo degli avatar, che “ si muovono in paesaggi artificiosi [……] dove le immagini fingono di essere tridimensionali, solide e profonde. Ma la terza dimensione non c’è […..] non c’è il volume.”
Alla forza delle parole si rivolge anche il celebre cronista Nereo Rossi, quelle parole che sono state lo strumento del suo lavoro, che hanno saputo creare una realtà ricca di immagini per chi le ascoltava. Ad esse si rivolge per rimanere attaccato a un mondo sfuggente e mutevole. Qui, come ne “Il brevetto del geco” Tiziano Scarpa allude alla forza del mezzo espressivo e della letteratura, alla quale va restituita quella dignità che spesso le viene negata. Non è un caso che l’autore affidi al personaggio di Cazzavillan un giudizio sul genere “noir” in un più ampio discorso sul romanzo.
Su questo panorama narrativo, con questi personaggi che mostrano più di un limite caratteriale, più di una debolezza umana, si affaccia severo il cipiglio del gufo. Nessuna immagine avrebbe potuto esprimere con maggiore efficacia la presenza vigile della coscienza che segue ogni percorso di vita con gli stessi occhi spalancati e seri del gufo che emergono da “sporgenze fatte di penne che partono dalla sommità del becco e proseguono fino alle orecchie [….] rendendo lo sguardo del gufo ancora più torvo: come se lo spazio del viso non gli fosse sembrato sufficiente a contenere tutto il suo sdegno.”

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