Narrativa italiana Romanzi Il concerto dei destini fragili
 

Il concerto dei destini fragili Il concerto dei destini fragili

Il concerto dei destini fragili

Letteratura italiana

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Il dottorino, l’avvocato, la donna dell’Est che fa la domestica. Tre persone che potrebbero non incontrarsi mai, non hanno nulla in comune. L’avvocato è immerso in una vita da privilegiato e nel rimpianto di un unico amore perduto. La donna lotta per la sopravvivenza e per offrire un futuro migliore a sua figlia. Il dottorino vive per il lavoro, una vocazione che gli è costata il sogno di una famiglia. Fino a che la realtà non si capovolge e queste tre persone qualcosa in comune ce l’hanno. Una cosa piccolissima, invisibile. Che cambia le carte in tavola per ciascuno in modo diverso, portando in superficie la trasgressione, la disperazione, il coraggio. Questa è la storia dell’intreccio dei loro destini ma è anche molto di più: è una profonda ricognizione nel mistero della mente messa a confronto con l’amore e la paura, con la responsabilità e la morte. Il romanzo di Maurizio de Giovanni sorprende e commuove per la sua intensità letteraria e umana. Perché le vite di questi tre personaggi sono le nostre e questa storia parla di noi. Dei dilemmi che segnano ciò che siamo, dei fantasmi che abbiamo dentro, della forza di cui siamo capaci quando decidiamo di affrontarli.



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Il concerto dei destini fragili 2020-08-27 12:10:48 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    27 Agosto, 2020
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ASSOLO

Sembra sia passata un’eternità, invece è storia di ieri. Appena ieri. E neanche è finita.
Eravamo tutti, o quasi, chiusi in casa. Ricordate?
“Restate a casa” era l’ordine, la necessità assoluta, il paradigma, la conditio sine qua non l’umanità tutta sembrava destinata, senza appello, all’estinzione di massa.
Nella realtà quotidiana, e nel personale immaginario catastrofico di ognuno, esistevano esclusivamente concetti come la pandemia, il coronavirus, il covid19, l’autocertificazione, le mascherine, il lavaggio compulsivo delle mani, la sanificazione parossistica di cose e ambienti, la fila per la spesa solo alimentare e farmaceutica, i luoghi deserti, il silenzio nelle strade e nelle piazze, tutti reclusi a scrutare attoniti il vuoto dietro i vetri alle finestre, in attesa dell’odierno bollettino televisivo di sciagura.
Impossibile dimenticare la paura, il terrore, il panico, l’angoscia che ci prese tutti in quei giorni.
L’inquietudine tremenda di accusare decimi di febbre e tosse, risibili e innocui fino a poco prima.
Lo smarrimento per il momento, i sinistri presagi per il grigio futuro, lo spettro della perdita del lavoro, della miseria, della disperazione.
La paura, quella folle, era l’unica suggestione che ci obbligava senza sforzo al “Restate a casa”, l’imperativo unico rimedio nell’immediato, senza il quale saremmo precipitati inevitabilmente assai più in basso del crepaccio in cui, da un giorno all’altro, il genere uomo, l’unico tra i viventi del pianeta, si era ritrovato senza neanche accorgersene.
Sostavamo tutti su un primo livello, un terrazzamento sotto il quale s’intravedeva, con chiarezza e pari raccapriccio, un burrone profondo, di quelli scoscesi e frastagliati, una foiba carsica della peggior specie, di quelle affilate e taglienti, da mozzarti il respiro…letteralmente.
Una discesa agli inferi cui non si scorgeva la fine neanche aguzzando per bene la vista.
Senza ritorno, nessuna via di uscita.
Un esercito di nuovi eroi, rigorosamente bardati in bianco, era impegnato a fronteggiare la nuova apocalisse, senza altre armi che coraggio e abnegazione, poiché tutto quanto la tecnologia e la scienza futuristica approntavano a immediata disposizione apparivano spuntato, inadeguato, impotente. Uno scenario da brivido, ma reale, concreto, tangibile. La nuova peste.
Sul quale s’innescavano le storie di varia umanità: poiché è un assioma, in simili evenienze allora, e solo allora purtroppo, si riscopre la fragilità dell’esistenza.
Serve Caporetto per fare fronte unico e ricompattare i ranghi, respingere unanimi l’effimero dell’assurdo patire quotidiano, lo sbattersi inutile e stressante richiesto dall’adeguarsi ai bisogni fittizi e velleitari propostici, si riconsiderano vittoriosi i valori unici fondanti, quelli del cuore. L’amore, l’affetto, l’empatia, la solidarietà, la compartecipazione, l’unione: in sintesi, l’umanità solo quando condivide tutto questo, allora combatte sotto una sola bandiera. E vince, forse, o cade in piedi. Volete che uno scrittore di rara sensibilità e intelligenza come Maurizio De Giovanni, un valente affabulatore di storie della città emblema del cuore e dell’umanità umile e condivisa, un osservatore acuto del cuore degli uomini, una persona di delicata empatia, non ne facesse materia per un suo scritto?
De Giovanni non descrive mai gli stereotipi “anema e core” della sua città, ma della sua città, e dei suoi abitanti., che conosce a menadito nell’essenza, sa mostrarne la modernità ed il meglio, raccontandocelo con l’ anima e con il cuore.
In estrema sintesi, da questa comune e recente esperienza nasce “Il concerto dei destini fragili”, l’ultimo lavoro dello scrittore napoletano.
Un racconto bello, breve e intenso, quanto mai attuale, una storia essenziale ma curata nei particolari, una testimonianza a tre voci, oserei definirlo, con il dovuto rispetto, come l’amore ai tempi del Covid19.
Perché di amore si parla qui, quello esteso ai propri simili nella comune sventura.
Cantano alle finestre gli uomini e le donne di buona volontà, declamano con speranza e sentimento lo stesso motivo: con la pandemia, ognuno ha acquisito piena coscienza della fragilità del proprio destino.
Serve essere uniti, è l’ora di superare i propri limiti e riscoprire la propria umanità.
L’unione fa la forza, è sempre così, è nei momenti difficili che si riscopre la solidarietà e la concordia.
Le voci sono tutte diverse, intonate, stonate, cristalline, stridenti, distorte, fuori tempo, ognuno sembra seguire un proprio spartito, eppure tutte concatenate insieme unificano, ne viene fuori un concerto, una melodia, una sinfonia, un ritornello, un refrain: “andrà tutto bene”.
Maurizio De Giovanni di questo concerto ne fa un assolo, un brano eseguito da una sola voce.
Perché? Perché non una storia con un commissario di polizia nella Napoli del ventennio fascista, oppresso da un “fatto”, una peculiare sensibilità nell’accogliere le miserie umane?
Perché non il racconto delle disparate umanità di una squadra di poliziotti nella Napoli moderna, ognuno riflettente un particolare che contribuisce all’affresco del caso umano chiamati a risolvere? Perché:
“Noi, sai, siamo nella storia. Questo momento, questo strano assurdo periodo, verrà comunque ricordato per sempre. Non è mai successa una cosa così, e sia che finisca presto, come tutti ci auguriamo, sia che, Dio non voglia, estingua la razza umana resterà la prima volta che una cosa così è successa nel nostro mondo.”
Perciò De Giovanni ci racconta con grazia e sapienza, con delicatezza e tenerezza, con realismo e verosimiglianza, storie del tempo in cui un miserabile protista subcellulare, all’apparenza del tutto simile ad un puntaspilli, ma assai più pungente quando sfugge al controllo, rivoluzionò i nostri modi di essere.
Maurizio De Giovanni parla all’unisono, dando voce a tre figure rappresentative.
Un medico, giovane, capace, appassionato, dedito alla professione, letteralmente un eroe dei nostri tempi.: “...il suo lavoro era, per sua natura molto vario, ogni patologia o somma di patologie era una storia a sé nel reparto di terapia intensiva…adesso invece sembrava di monitorare lo stesso paziente in stadi successivi…bardati come palombari…senza poter far molto…”
Un avvocato, un uomo giovane e di successo, un professionista ricco e affermato…e cocainomane e dalla vita dissoluta, dalle abitudini tossiche e suicide, dissacranti e sprezzanti della sacralità dell’esistenza, quasi fosse oggigiorno un viatico obbligato e indispensabile supportarsi chimicamente per arrivare al successo per un professionista di tale caratura: “… …Ho paura di morire, avendo voluto morire fino a poche ore fa, desiderando di morire e adesso desiderando di vivere.”
E infine una collaboratrice familiare, straniera e non in regola, cui la pandemia priva degli indispensabili mezzi di sostegno e reclude inevitabilmente in un ambiente minuscolo, non privo di tensioni e di pericoli, tra un compagno suo malgrado bieco e incline al bere e alla violenza domestica, come tipica di una certa subcultura di atavica provenienza, e una figlia adolescente da proteggere, perché fragile, perché giovane, perché donna.
Una colf, quindi, una tipica badante dell’est europeo venuta in Italia perchè:
“…le storie, tutte le storie che le amiche e le parenti le raccontavano di quest’altro mondo, dove si poteva mangiare e si poteva vestirsi e si poteva perfino avere una stanza per dormire per ognuno, dove, se volevi, un lavoro lo trovavi.”
Le storie, le vite di questi personaggi s’intersecano, a un certo momento, come capita di consueto.
Esistenze diverse, direzioni differenti, destini discordanti unite da un comune denominatore, si snodano durante la notte del Covid19, e s’incontrano nel luogo di destinazione naturale per tale evento, un ospedale, che altro? Un ospedale con una sala di rianimazione. Ed un solo letto libero.
L’esito è a una voce sola, è un assolo, lo esegue con garbo, tatto e delicatezza Maurizio De Giovanni, con l’accompagnamento dei suoi tre davvero ben riusciti personaggi, intensamente rappresentativi del tempo e della situazione creatasi.
Per non dimenticare, ora che tutto questo sembra sia giunto al termine.
Sembra.

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Maurizio De Giovanni, e a noi tutti che abbiamo vissuto il lockdown.
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