Il Conde Il Conde

Il Conde

Letteratura italiana

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Il naufragio, l'amore, la solitudine, un inquietante malinteso, una polena restituita dal mare, l'ombra dell'insondabile Conde, pescatore di morti, nel racconto di un anonimo barcaiolo del Douro che ripercorre la sua vita; paesaggi e figure delineano l'itinerario che conduce a una sgomenta e pur impassibile accettazione di se e del proprio destino.

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Il Conde 2020-03-22 23:40:09 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    23 Marzo, 2020
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Ma dove va a finire la vita?

Davvero splendido, per stile e contenuto, questo racconto di Claudio Magris, pubblicato nel 1993 dalla casa editrice Il melangolo e già comparso in precedenza con il titolo “Io, pescatore di anime morte” sul Corriere della Sera. Sebbene il nome dell’autore, tra quelli dei maggiori intellettuali del nostro tempo, evochi il fascino di Trieste e di scenari mitteleuropei, questa manciata di pagine ci catapulta all’improvviso lontano dal corso del Danubio, lungo quello avventuroso del Tâmega o alla foce del Douro al cospetto dell’Atlantico, là dove acque di fiume e di mare si abbracciano e confondono.
“Il Conde” racconta la vicenda di un barcaiolo portoghese che, seguendo la corrente dei ricordi al pari di quella del fiume, ripercorre malinconicamente la propria esistenza, consumatasi a ripescare cadaveri insieme a quello che tutti chiamano il “conte”, signore indiscusso dei fiumi; la fama di quest’ultimo si è sparsa ovunque per terra e per mare, proprio in virtù della sua lugubre e poco invidiabile, ma necessaria, attività di pescatore di morti annegati che col tempo gli ha conferito un fascino misterioso. La conosce a memoria il nostro protagonista, la storia del Conde, di cui parlano persino i giornali; potrebbe essere anche la sua, iniziata per mare da ragazzino. In fin dei conti, le storie intrise d’acqua, quell’acqua così “amara di perdizione”, finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. È l’acqua stessa che, in verità, sia essa dolce, salata o magari piovana, è simile dappertutto, facendo divenire le cose sempre più simili tra esse.

“Ma sentite come viene giù tutta questa pioggia, […] cosa volete che a uno importi, con quest’acqua da tutte le parti, sopra e sotto, dentro la finestra e presto dentro la camicia, che non si capisce più dov’è il cielo e dove il fiume e dove il mare, cosa volete che gli importi, non so se mi spiego, se la gente o i giornali chiamano Conde, già, il Conde del fiume, lui o un altro?”

Sembrano ormai ombre loro stessi pescatori di morti, la cui vita si perde nella silenziosa solitudine dell’acqua, da dove riaffiorano cadaveri, ma anche sorrisi enigmatici di polene smarrite da chissà quali antiche navi e innumerevoli ricordi che, continuano a bruciare come ferite sempre aperte. Li si sente tutti, quei silenzi, quelle solitudini, gravidi d’amarezza e rassegnazione dinnanzi alla vita che, impietosa e indifferente, scivola via nell’umido grigiore di giorni sempre uguali, appena scalfiti dalla dolcezza dell’amore, mentre la voce stanca del barcaiolo racconta di sé, del Conde e del loro mestiere misericordioso che dà sempre di che vivere poiché – verità sacrosanta – “[…] chi sceglie come sua specialità la morte non corre il rischio di restare disoccupato”.

“Sì, conosciamo tutti la sua storia, le centinaia che, in più di quarant’anni, ha ripescato un po’ da tutte le parti, nel Douro e negli altri fiumi […] o nel mare, guardandosi intorno come un falco o tastando il fondo con la stanga uncinata, perché qualche volta si impigliano a chissà cosa e restano sotto e lui paziente per ore e ore finché non li scopre e afferra nel modo giusto, attento a non spingerli che non scivolino via per sempre […]. A lui è sempre piaciuto quando galleggiavano gonfi da scoppiare o magari mangiati dai granchi, pronti per essere acciuffati e messi su. […] e allora è una notte buona per il suo, per il nostro lavoro, c’è tanta gente da andare a ripescare per seppellirla in terra benedetta […].”

Un lento monologo che fin dalle prime righe, grazie alla splendida prosa di Magris, conquista e seduce. Una piccola, sorprendente storia che profuma di vento e salsedine, carica di rimpianti e orizzonti che non si è avuto il coraggio di scorgere, nella quale non si fatica a riconoscere il peso di quell’ineludibile dolore che scandisce l’umano vivere. Una grande prova di scrittura, questa dell’autore triestino, che dona una lettura che fa male e resta dentro. Da leggere!


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