Narrativa italiana Romanzi Il trono di legno
 

Il trono di legno Il trono di legno

Il trono di legno

Letteratura italiana

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Irrequieto e sognatore, Giuliano vorrebbe seguire le orme del nonno, emigrato dal Friuli fino in Danimarca. E nello stesso tempo vorrebbe vivere d'amore e d'avventura assieme a Flora. Ma c'è un unico luogo in tutto il mondo in cui Giuliano può trovare la pace e vivere in armonia con il mondo: Cretis, un piccolo villaggio nel cuore delle Alpi. Solo qui egli può conquistarsi il diritto di sedere sul grande, antico seggiolone di legno, come su un trono, per raccontare le sue fiabe meravigliose. Dall'adolescenza alla maturità, Carlo Sgorlon ripercorre la vita di Giuliano, sempre in bilico tra realtà e leggenda, tra la curiosità per il mondo e per il futuro e l'ansia di non perdere i valori del passato.



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Il trono di legno 2021-06-30 12:57:35 anna rosa di giovanni
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anna rosa di giovanni Opinione inserita da anna rosa di giovanni    30 Giugno, 2021
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il re delle storie

IL TRONO DI LEGNO di CARLO SGORLON, premio Campiello 1973

Sempre nella mia recente esplorazione di autori italiani del ‘900 che non conoscevo, ho letto per la prima volta un libro dello scrittore friulano Sgorlon, e devo dire che mi è capitata una cosa singolare: che il libro mi è piaciuto, insomma l’ho letto volentieri, apprezzandone la scrittura ma non pienamente “il messaggio”, che, anticipato in vari punti del romanzo, viene esplicitato nelle ultime pagine, da cui estrapolo quanto segue:

“Da sempre tendevo alle storie e al racconto. Già più volte avevo avuto la sensazione che le parole e il racconto fossero le cose più solide del mondo. Mentre le altre passavano fatalmente (come era passato il carnevale) perché il tempo, il Grande Illusionista, ne simulava soltanto la concretezza e la solidità, quando in realtà le disgregava, ed esse erano soltanto simulacri, fantasmi che correvano dal futuro al passato, le parole invece erano eterne, e potevano servire per sempre a suscitare la suggestione delle cose. Dunque, l’avventura da me cercata, la festa lontana, non avevano altro luogo che nel mondo della parola.
Adesso ero certo di essere uno degli uomini segnati, predestinati, che hanno qualcosa di preciso da fare nel mondo. (…) Ora sapevo di essere soltanto uno strumento nelle mani di qualcosa che mi sovrastava [Preciso che Sgorlon non fa nessuna allusione a cosa sia questo “qualcosa”]. (…) Era tempo di cominciare. Più volte avevo tentato di scrivere dei racconti (…) Mi piaceva raccontare non soltanto scrivendo, ma anche a voce. I miei ascoltatori erano (...) anche i bambini di Cretis [villaggio di montagna di fantasia] (…) Così la vecchia storia del mondo si ripeteva e i bambini, senza saperlo, ricopiavano un antico modello, come avevo fatto io quando avevo i loro anni. Un giorno avrebbero scoperto che non c’era nulla di vero, che si trattava soltanto di sogni e di apparenze che si spostavano sempre più in là. (…) Le esperienze di Pietro diventavano le mie, e così pure quelle di Flora, di Lia, di Maddalena, o di quelli che non avevo conosciuto direttamente, ma di cui avevo letto nei libri (…) Per narrare delle storie bisognava arrivare proprio a questo: riuscire a sentire la vita di tutti come fosse la propria. (…) Il tempo passava e ci limava e consumava tutti (…) La casa era così silenziosa che a volte pareva disabitata, e coloro che ci vivevano ombre di antenati, tornate per dare un’occhiata alle stanze, soprattutto a quella senza finestre, il centro della casa, dove continuava a troneggiare il seggiolone di Pietro”.

Come si vede, quest’opera è un elogio della parola e dell’arte del racconto “sapiente”, che nasce dalla comprensione profonda del sentire collettivo. Mi ha colpito moltissimo a questo proposito come la prosa di Sgorlon abbia gli stessi accenti di quella di Sebastiano Vassalli, che sicuramente questo libro lo conosceva, e d’altra parte è innegabile che il tema è lo stesso di Un infinito numero (1999), benché affrontato in modo diverso, ma pur sempre secondo le movenze del mito, ponendosi su un piano intermedio fra quello reale e quello fantastico. E fin qui tutto fila. Poi, però, se si considera che il personaggio che scrive quelle parole ha sì e no 25 anni e nella sua vita ha più letto che sperimentato (in ogni caso le sue “avventure” sono solo accennate), è difficile non sentire l’artificiosità di questa storia, in cui non succede quasi nulla - siamo tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, e non sulla luna - e i personaggi vivono tutti in una dimensione di assoluta irrealtà, salvo però non pochi passaggi del tutto credibili sul piano dell’analisi psicologica. Quelle parole può invece dirle a ragione Pietro, il vecchio che racconta stando seduto sul suo modesto ma pur sempre regale seggiolone di legno, di cui l’io narrante scrive: “Il mio modello più vero non poteva essere che Pietro, l’uomo dalle mille peripezie, dalle mille vicende, che era stato dappertutto, ma tutto aveva trasformato in favola e in leggenda” (fine del penultimo capitolo). Però può anche essere che io abbia torto a pensare che il genio letterario si debba nutrire di molta esperienza di vita, perchè tanti esempi mostrano che il genio letterario non dipende necessariamente né da una vita movimentata né da una vita regolare: Rimbaud scrive a 16 anni “Il battello ebbro” e Flaubert se ne è sempre stato rintanato in casa ... Alla fine quel che conta è la sensibilità o intuito o immaginazione, che dir si voglia ...

La lingua, mai contorta e spesso suggestiva, salva comunque quest’opera da un certo ridicolo. E qui ribadisco che mi ha colpito moltissimo la consonanza della lingua di Sgorlon con quella di Sebastiano Vassalli, tanto che numerosi passaggi li si potrebbe molto facilmente ascrivere a quest’ultimo. Come questo, che esprime un’idea tipica di Vassalli : “La storia si ripeteva. Tutte le storie tornavano infinite volte, ormai lo sapevo, e noi non eravamo che forme vuote che che servivano a Dio per recitare sempre daccapo un eterno canovaccio. Eppure tutto ciò non era soltanto noioso, come lo è la ripetizione prevista, ma anche grandioso, misterioso e liberatorio, perché si acquistava l’impressione di occupare un posto preciso in un immnso complesso, e di essere liberati dall’affanno di doversi dedicare totalmente alla propria persona, tanto essa era effimera e senza importanza” (p. 253 ed. Mondadori).

Postilla. In misura minore, soprattutto nella prima parte del libro, dove Sgorlon celebra la suggestione della montagna e della natura invernale, la lingua ricorda quella di Mario Rigoni Stern. Avendo infine il coraggio di osare, potrei azzardare un accostamento, a livello però di contenuto, con la “rivelazione” proustiana del “tempo ritrovato”: la letteratura, cioè la scrittura, è ciò che salva, cristallizzandolo, il tempo della vita, individuale e sociale, dal suo completo dissolvimento. Che poi è l’idea intorno a cui ruota “Un infinito numero” … di Vassalli.

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S. Vassalli
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