Kaputt Kaputt

Kaputt

Letteratura italiana

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A Stoccolma, in una chiara giornata di settembre, Malaparte incontra il principe Eugenio, fratello del re di Svezia. E nella villa di Waldemarsudden, in quella «dolcezza del viver sereno, che un tempo era stata la grazia dell'Europa», non può trattenersi dal raccontare ciò che ha visto nella foresta di Oranienbaum: prigionieri russi conficcati nella neve fino al ventre, uccisi con un colpo alla tempia e lasciati congelare, il braccio destro disteso, affinché, «polizia silenziosa», indicassero la strada. È solo la prima di una fosca suite di storie che, come un novellatore itinerante, Malaparte racconterà ad altri spettri di un'Europa morente: ad Hans Frank, Generalgouverneur di Polonia, a diplomatici come Westmann e de Foxá, a Louise, nipote del kaiser Guglielmo II.



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Kaputt 2020-06-29 12:08:35 siti
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siti Opinione inserita da siti    29 Giugno, 2020
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Durante la seconda guerra mondiale, Malaparte che aveva già vissuto giovanissimo la guerra come volontario, a soli sedici anni, durante il primo conflitto ( si ricordi che morirà alla soglia dei sessanta anni in seguito alle lesioni polmonari da iprite) e che ne aveva criticato aspramente la conduzione con “Viva Caporetto” poi divenuto “La rivolta dei santi maledetti”, è un personaggio scomodo al regime. Dopo l’entusiastica adesione in prima linea, con la partecipazione alla Marcia su Roma, dopo l’accettazione dello squadrismo più bieco, dopo l’assassinio Matteotti - fu testimone a processo a favore dell’imputato principale – il colpevole materiale, non quello ideologico, dopo la rottura con Mussolini e la sua estromissione dal partito nel 1933 in seguito alla sua critica a fascismo e nazismo, lo ritroviamo corrispondente di guerra per varie testate giornalistiche, testimone diretto nei principali fronti, soprattutto quelli del nord Europa e dell’est più prossimo alla Russia: Finlandia, Polonia, Ucraina. Questo lavoro è la sintesi di quella esperienza, traslata in carta per i giornali e per una sua rivisitazione più letteraria in un manoscritto poi smembrato in tre parti consegnate al ministro di Spagna ad Helsinki, al segretario della legazione di Romania a Hensinki e all’addetto stampa della legazione romena nella capitale di Finlandia per poi giungere “dopo una lunga odissea” a Roma. A detta del suo autore è un libro crudele per il fatto che la grande tragedia della guerra offre uno spettacolo unico che la sua penna non esita a cesellare e a rendere ancor più crudele con l’obiettivo di fare protagonista della scrittura non già la guerra, utilizzata come sfondo integratore, ma l’idea di disfatta , di rottura, di schianto secco che è quello prodotto dalla morte dell’Europa. Un’araba fenice che si spera risorga dalle sue ceneri. Quelle ceneri descrive il testo ma non come nel successivo “La pelle” , a posteriori, nell’onda lunga del passaggio dello tsunami bellico devastante, ma in divenire, negli anni compresi tra il 1941 e il 1943 quando, caduto il regime, Malaparte farà rientro nella sua villa a Capri per concludere l’ultimo capitolo dello scritto, il più simile a “La pelle”. Le altre pagine in realtà non lo sono, manca il lirismo, manca la teatralità, emerge invece un disperato bisogno di raccontare che ha la meglio su tutto. Malaparte si rappresenta infatti alle prese con conversazioni che intrattiene con personaggi eminenti: ambasciatori, principi, funzionari, e l’oggetto del suo narrare è sempre una crudele e disturbante galleria di impressioni, visioni, fermo immagini che restituiscono un complicato insieme di cui però non riesce a superare la frammentarietà. Sono quadri singoli, feroci, oggettivi e al tempo stesso visionari, comprendere dove termini la realtà, nuda e cruda, e dove intervenga il surrealismo visionario non è semplice. Può trattarsi di un canestro contenente ventimila occhi umani scambiati per ostriche prive di guscio, o di busti di soldati emergenti da una landa immensa e innevata posizionati col braccio teso, congelato, a mo’ di segnaletica o ancora cavalli anch’essi congelati nel Ladoga le cui acque ghiacciate restituiscono solo la testa, in superficie, in attesa di un disgelo che li restituirà come sfatte e marcescenti carcasse. Ci sono poi le condizioni disperate del ghetto di Varsavia, le notizie dei pogrom, i tentativi di aiutare qualcuno, se possibile. In realtà proprio questo aspetto è particolare perché Malaparte è dentro le stanze degli ufficiali tedeschi e conversa con loro o si intrattiene con l’invasore nelle residenze più ricche delle terre conquistate e contemporaneamente accoglie e riporta le storie dei vinti, dei conquistati, dei piegati e in modo, rappresentato sempre come fosse un fatto del tutto fortuito e occasionali, diretto li aiuta. Difficile capire, difficile trovare una collocazione al bene, in questo caso. Tutto è passeggero, irreale e tremendamente vero; la scorza narrativa non chiarisce, lascia perplessi, attoniti; restituisce probabilmente le contraddizioni implicite al fenomeno bellico. Tutto è secco, schiantato, kaputt.

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La pelle
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Kaputt 2015-07-15 08:06:51 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    15 Luglio, 2015
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Un libro crudele

Di Kaputt si potrà dire di tutto, nel bene e nel male, ma è indubbio che in chi lo legge lasci un segno profondo, un’incisione nella carne viva la cui cicatrice ci si porterà sempre appresso. Al riguardo, così scrive l’autore in premessa: “ Kaputt è un libro crudele. La sua crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell'Europa in questi anni di guerra. Tuttavia, fra i protagonisti di questo libro, la guerra non è che un personaggio secondario. Si potrebbe dire che ha solo un valore di pretesto, se i pretesti inevitabili non appartenessero all'ordine della fatalità.”. E se la guerra è appunto crudeltà lì c’è quella nazista, vale a dire il massimo che nemmeno conflitti passati, pur densi di orrore, ebbero a vedere. Ci sono scene che possono sembrare inventate, ma che ben sapendo di cosa erano capaci i tedeschi possono essere ritenute, se non vere, almeno possibili, come, per esempio, quella dei soldati russi, presi prigionieri, utilizzati nel gelido inverno come segnaletica stradale, a indicare una direzione, pietrificati nel sonno della morte. Non c’è solo orrore in questo libro che più che romanzo potrei definire una raccolta di racconti, di esperienze maturate, anche di articoli quasi giornalistici, senza un collegamento preciso fra loro, ma che comunque parlano sempre della guerra. Non c’è solo raccapriccio, ma anche il tentativo di dare una spiegazione logica al comportamento dei tedeschi, alla loro sistematica vocazione a portare solo la morte e, secondo Malaparte, la causa di tutto questo è la paura, non della morte, ma il timore di un possibile cambiamento, di un contatto con altri che possa venire a turbare l’ossessiva immutabilità del proprio stato; si tratta quindi di un’angoscia collettiva, propria di un popolo che, nel sognare la gloria, vede un mondo abitato solo da se stesso, finalmente libero da confini, da lacci e catene, da incontri con altri che possano minacciare la sua intrinseca fragilità. E’ un’opinione indubbiamente interessante quella per cui si uccide per paura, ma non trova spazio o non è approfondito il perché del perverso piacere di ammazzare, di quella fantasia funebre di cui i tedeschi hanno dato prova. La guerra per loro non è solo necessità, è compiacimento, è arroganza della violenza.
Beninteso, al di là delle opinioni personali, questo libro ha diversi meriti, ma forse ciò che in verità gli nuoce è lo stile troppo erudito dell’autore, che se da un lato rende ancora più stridente l’immagine sanguinaria di un conflitto, accompagnando crudezza a pietà, dall’altro sembra dimostrare che Malaparte fosse ormai uno scrittore non in linea con la sua epoca, un compendio di Proust e di D’Annunzio, che mezzo secolo prima avrebbe reso felici i lettori, ma che ora invece pesa sulla piacevolezza della lettura, visto che al tono aulico si accompagna anche una marcata verbosità, che porta a dilatare eccessivamente i tempi, rischiando peraltro di far perdere il filo del discorso.
Kaputt, insomma, è uno di quei libri da leggere solo dopo aver verificato la propria disponibilità ad accettare sia una prosa lenta, sia immagini che si possono senz’altro definire sconvolgenti, un evidente difetto che, pur tuttavia, riesce a trasmettere l’orrore di una guerra, già di per sé tragica in quanto tale, ma che nella fobia dei tedeschi divenne, si spera, irripetibile.
Concordo infine sulla paura come una delle cause del terribile comportamento nazista e personalmente aggiungo che in fin dei conti i tedeschi avevano veramente paura, ma inconsapevolmente di se stessi.

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