L'amurusanza L'amurusanza

L'amurusanza

Letteratura italiana

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Siamo in un piccolo borgo siciliano che, dall'alto di una collina, domina il mare: una comunità di cinquemila anime che si conoscono tutte per nome. Su un lato della piazza sorge la tabaccheria, un luogo magico dove si possono trovare, oltre alle sigarette, anche dolciumi e spezie, governato con amore da Costanzo e da sua moglie Agata. Sull'altro lato si affaccia il municipio, amministrato con altrettanto amore (ma per il denaro) dal sindaco "Occhi Janchi" e dalla sua cricca di "anime nere", invischiata in diversi affari sporchi. Attorno a questi due poli brulica la vita del paese, un angolo di paradiso deturpato negli anni Cinquanta dalla costruzione di una grossa raffineria di petrolio. Quando Costanzo muore all'improvviso, Agata, che è una delle donne più belle e desiderate del paese, viene presa di mira dalla cosca di Occhi Janchi, che, oltre a "fottere" lei, vuole fotterle la Saracina, il rigoglioso terreno coltivato ad aranci e limoni che è stato il vanto del marito. Ma la Tabbacchera non ha intenzione di stare a guardare. Attorno a lei si raccoglie, prima timida poi sempre più sfrontata, una serie di alleati: il professor Scianna, che in segreto scrive poesie e cova un sentimento proibito per la figlia di un amico, l'erborista Lisabetta, capace di preparare pietanze miracolose per la pancia e per l'anima, Lucietta detta "la piangimorti", una zitella solitaria che nasconde risorse insospettate, e poi Roberto, Violante, don Bruno… una compagnia variopinta e ribelle di "anime rosse" che decide di sfidare il potere costituito a colpi di poesia, di gesti gentili e di buon cibo: in una parola, di amurusanze. Tra una tavolata imbandita con polpettine e frittelle afrodisiache e una dichiarazione d'amore capace di cambiare una fede, le sorti dei personaggi s'intrecciano sempre più, in un crescendo narrativo che corre impetuoso verso la deflagrazione…

Recensione della Redazione QLibri

 
L'amurusanza 2019-06-27 11:09:33 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    27 Giugno, 2019
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Siamo uomini o ominicchi?

Amurusanza: è un termine mancante nel dizionario della lingua italiana perché è stato coniato e tramandato dalla cultura e dalla tradizione popolare siciliana che impregna col suo vernacolo le pagine dell'omonimo romanzo di Tea Ranno, purtuttavia senza mai risultare tedioso ed ostico: indubbio merito dell'autrice che ha saputo orchestrare armoniosamente le parole attraverso una scrittura d'impatto che si rivela tale soprattutto nei dialoghi tra i vari protagonisti, ma nello stesso tempo permeata di una certa musicalità che ammalia ed incanta il lettore, come se quei termini, per quanto sconosciuti, divenissero subito chiari nel significato e comprensibili a tutti, siciliani e non.
Amurusanza è una parola che raccoglie in sé tutto ciò che può far bene all'anima, che la riscalda e la ricolma di amore: gesti, pensieri, piccoli doni, parole dolci sussurrate ma anche passionali ed impetuose dimostrazioni di affetto.
E Agata Lipari, la bellissima e sensuale Tabacchera, di amurusanza ne ha ricevuto tanta dal marito Costanzo Di Dio, e tanta ne ha donato a quell'uomo di cui era
follemente innamorata: un uomo tutto d'un pezzo, fervido ed accanito sostenitore dell'ideologia comunista in un'epoca e in una società in cui l'ideologia - qualunque essa fosse - era sempre più schiava e sottomessa all'interesse personale:
S'era innamorata di lui appunto ascoltandolo nei discorsi che l'infiammavano in piazza, o davanti al negozio, ogni volta che qualcuno esibiva l'entusiasmo facile per un'Italia nuova, forte, azzurra e televisiva, fatta di sorrisi e belle ragazze, di un liberismo che vuole dire:"Io penso a me, alla panza mia, chi resta s'arrangia".
E sarebbero vissuti per anni in perfetta armonia, magari con tanti figli e nipoti al seguito, trascorrendo le afose giornate estive nella Saracina, la splendida tenuta di campagna che Costanzo possedeva e che aveva curato personalmente, se un infarto non avesse stroncato cuore e sogni di Costanzo lasciando Agata sola e vedova in un paese dove già prima le donne la invidiavano per la sua statuaria bellezza, fonte di cattivi e peccaminosi pensieri per i propri mariti, e dove gli uomini altro non desideravano se non trasformare quei pensieri in fatti e azioni.
'Ma lei niente. Ferma. Muta. Si limita a scavarli con gli occhi cercandogli negli occhi l'anima meschina che corre a infrattarsi nel carbone delle colpe, dietro il sipario delle palpebre calate, nel fondo opaco della loro coscienza, semmai ne possedessero una. "Condoglianze" dicono le mogli. "Condoglianze" dicono i figli. E intanto la guardano, tutti la guardano Agata Lipari, ora vedova Di Dio. Alta, bella che belle come a lei non ce ne sono, snella e slanciata, le caviglie sottili, il petto superbo, il collo lungo, bianco, carezzato da capelli neri che scendono fin oltre le spalle. La guardano.'
E aveva ragione Costanzo, una compagnia di porci erano i suoi concittadini, "anime nere" senza onore e rispetto per se stessi e gli altri, agli ordini del sindaco 'Occhi janchi' che tra tutti era il peggiore: mafioso e corrotto politicamente, riusciva a domare le menti poco acculturate dei suoi compaesani piegandole al suo volere, con promesse di favori e piaceri in cambio del loro consenso e appoggio alla sua amministrazione, la stessa che aveva già favorito la costruzione di un stabilimento petrolchimico vicino al paese e che avrebbe presto ottenuto finanziamenti e concessioni per lo smaltimento dei rifiuti, trasformando poco alla volta quell'angolo di paradiso in un quartiere industriale che avrebbe probabilmente risollevato il tasso di disoccupazione ma anche quello dei decessi per tumori e inquinamento ambientale.
Fortunatamente però, il marcio non ha ancora insozzato la coscienza di tutti: in quel piccolo paese c'è ancora qualcuno che crede nella giustizia, divina e terrena, c'è ancora chi sia disposto a sacrificare il proprio interesse personale a favore di quello collettivo e chi decida di non barattare la propria dignità di uomo in cambio di un posto di lavoro o una concessione a proprio vantaggio, e c'è persino chi trova il coraggio di opporsi al pregiudizio e ad un'omologazione di massa verso un atteggiamento fortemente maschilista sedimentato nel corso dei secoli e che solo una vera e propria rivoluzione culturale potrebbe sgretolare.
E' così che lo scontro tra la 'tabacchera' ed 'occhi janchi' diventa rappresentativo della Sicilia perbene che cerca di emergere dalla melma fatta di omertà, corruzione, clientelismo ed arretratezza culturale che sembra aver sedimentato su questo territorio nel corso degli anni, infangando luoghi che avrebbero potuto distinguersi - se opportunamente valorizzati - per la loro bellezza paesaggistica ed infettando come una metastasi ogni (seppur rara) cellula buona, debole baluardo di sani valori come l'integrità morale, l'onestà ed il rispetto del prossimo.
Il messaggio quindi è chiarissimo: c'è ancora tempo e modo di salvare la Sicilia, se ogni siciliano singolarmente riuscisse a scrollarsi dalla coscienza quel fango e con fierezza riprendesse possesso della propria dignità di uomo.
Nel romanzo c'è ottimismo, c'è fiducia nella possibilità di cambiamento: per quanto la trama evolva attraverso episodi a volte farseschi, riportando spesso alla mente la commedia napoletana con tanto di presenza soprannaturale (quasi fosse necessario l'intervento dell'anima defunta di Costanzo per smuovere e risvegliare gli animi sopiti dei suoi concittadini), si avverte forte il desiderio da parte dell'autrice che la speranza di una Sicilia più 'pulita' (e non solo dal punto di vista ambientale) non si riduca ad una mera utopia.
Cosa servirebbe? Ce lo dice proprio nel titolo: amurusanza.

"Parola d'ordine ci vuole,
mio signore,
per accedere alle stanze
della vita,
parola stramma
di desiderio e ardimento
che squaglia il gelo
e splende sparpaglio
di bellezza e luce.
La sapesse, Vossia,
quella parola?
La covasse da mill'anni
in petto?"
"Amurusanza"
fa lui senza esitazione.
E le porte si spalancano
e il sole ride
e la vita
canta.

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L'amurusanza 2019-07-27 12:23:29 CRISTIANO RIBICHESU
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    27 Luglio, 2019
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Bella scoperta


Delizioso e realistico. Questo romanzo è un’amabile e irriverente parodia. La trama è snella e divertente quanto lo può essere un racconto di Andrea Vitali, sebbene egli narri ciò che accade in un paese che si trova geograficamente agli antipodi da quello in cui si muovono i numerosi protagonisti nati dalla prolifica immaginazione di Tea Ranno.
Sicilia, profonda Sicilia. Linguaggio paesano che tanto allieterebbe il maestro Camilleri. Personaggi singolari che vivono di schiettezza e di omertà come in una pietanza agrodolce, verosimili quanto lo furono i Malavoglia e Mastro Don Gesualdo.
Una semplicità disarmante pervade le pagine di questo piccolo gioiello in cui risplende la speranza di un futuro onesto e vissuto in armonia con il prossimo.
Coinvolgente e a tratti esilarante. Senza inutili pretese stilistiche raggiunge il cuore e scatena l’ilarità. Mi complimento vivamente con un'autrice che non conoscevo e che forse non avrei scoperto se non mi fossi imbattuto in una splendida copertina e non fossi stato attratto dal titolo.

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