Narrativa italiana Romanzi L'animale che mi porto dentro
 

L'animale che mi porto dentro L'animale che mi porto dentro

L'animale che mi porto dentro

Letteratura italiana

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Di quante cose è fatto un uomo? Sensibilità, ferocia, erotismo e romanticismo, debolezza, sete di potere. Ci vuole un certo coraggio per indagare la profondità del maschio, sempre che esista: non è detto che ci piaccia tutto quello che vedremo. In questo romanzo serio, divertente, spietato, Francesco Piccolo racconta, come solo lui sa fare, la vita di molti attraverso una sola. Quella che Francesco Piccolo racconta è la formazione di un maschio contemporaneo, specifico e qualsiasi. Il tentativo fallimentare, comico e drammatico, di sfuggire alla legge del branco – e nello stesso tempo, la resa alla sua forza. La lotta indecidibile e vitale tra l'uomo che si vorrebbe essere e l'animale che ci si porta dentro. Perché esiste un codice dei maschi; quasi tutte le sue voci sono difficili da ripetere in pubblico, eppure non c'è verso di metterle a tacere. Tanti anni passati a cercare di spegnere quel ronzio collettivo per poi ritrovarsi ad ascoltarlo, nel proprio intimo, nei momenti più impensati. «Dentro di me continuerò sempre a chiedermi: siete contenti di me? sono come mi volevate?» In un mondo da sempre governato dai maschi, capirli è la chiave per guardare più in là. Per questo il racconto si nutre di tutto ciò che incontra – Sandokan e Malizia , i brufoli e il sesso, l'amore e il matrimonio, l'egoismo e la tenerezza – in un andamento vivissimo ma riflessivo, a tratti persino saggistico, che ci interroga e ci risponde, fino a ridisegnare il nostro sguardo.

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L'animale che mi porto dentro 2019-02-26 15:22:14 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Febbraio, 2019
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Catene

Essere uomini. Ieri, oggi, domani. Essere uomini dai mille volti e dalle mille emozioni, essere uomini sensibili, feroci, romantici, fragili, forti, arrivisti, conquistatori, amanti, essere uomini coraggiosi e capaci di guardarsi dentro per affrontare quel ritratto ad olio che forse non è così riuscito e così “bello” come ci aspettiamo. Essere uomini quando si è cresciuti in un contesto fatto prevalentemente di maschi, in un mondo dove appartenere a questo genere concede vantaggi, agevolezze. Capirsi, scoprirsi, ascoltare quelle voci interne dettate da un codice dei virili che ronza ininterrotto, che batte il suo tempo con un ritmo inequivocabile. Rispondere alle domande: vado bene così come sono? Come mi volevate e come mi vorreste? Come dovrei essere?
Francesco Piccolo in questo interessante romanzo autoanalitico ripercorre quella che è stata la sua formazione sentimentale e sessuale onde poter comprendere se tra la sua dimensione e quella esterna esiste un parallelo o se al contrario sussiste una diversità tra la sua percezione interiore e quella dettata dalla componente sociale circostante. Perché ogni uomo ha la sua “bestia”, il suo animale interiore che cela sino al manifestarsi nei momenti più inaspettati. E così, come una mela che pian piano viene sbucciata, l’uomo si confessa, enuncia le sue debolezze, le sue ossessioni, le sue certezze.
Un romanzo-saggio avvalorato da una penna curata, erudita, forse un po’ troppo autoreferenziale, che si arricchisce ulteriormente grazie alle molteplici citazioni letterarie inserite e che ha la tempra di rischiare toccando una tematica e una serie di aspetti che facilmente possono cadere nel banale, nello scontato, nell’eccessivo.

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L'animale che mi porto dentro 2019-02-15 19:13:20 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    15 Febbraio, 2019
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Libro "maschio"...



Questo è un libro maschio, scritto da un maschio cresciuto in una comunità di maschi ossessionati dal pensiero maschile di dover agire e comportarsi "da maschi".
Questa è la storia di "un" Francesco Piccolo, della sua formazione sentimental-sessuale vissuta sempre in bilico tra ciò che lui sentiva di essere e ciò che gli altri, ovvero l'occhio sociale degli uomini, si aspettavano che lui fosse.

È la storia dell'animale che alberga dentro di lui, ancora adesso.
Ogni uomo ne ha uno.
A volte si acquieta e sembra sparire, altre volte trova varchi attraverso cui manifestarsi.
È la "bestia" che vive nell'uomo, quella parte virile da sempre in lotta con quella sentimentale, la parte che non si evolve.
È un animale che fin dall'adolescenza si nutre degli sguardi degli altri maschi, delle regole implicite, tacite, del pensiero comune, stereotipato e provinciale (e meridionale), di quel mondo maschile che lo vuole assoggettato ad un certo tipo di comportamento...virile, violento, brutale.

Piccolo fa spogliare l'uomo, lo fa confessare, gli fa raccontare le sue debolezze, le sue ossessioni, il continuo oscillare tra sentirsi realizzato e potente (o come dice lui "stocazzo") e sentirsi l'ultimo degli ultimi, fragilissimo...ancora dodicenne seduto su una panchina a piangere per ore perché Federica lo ha lasciato.
A noi arriva quasi il suo senso di vergogna per essere il maschio che è, ma anche la consapevolezza di non poter essere diverso, nonostante ci abbia provato.
Alla fine, "la fame" arriva sempre...e lo fa alzare da quella panchina per andare a mangiare.

Un romanzo, o meglio un'autofinzione che è funzionale per sviluppare una sorta di saggio sul controllo collettivo, sul giudizio sociale in base al genere sessuale...e lo fa anche avvalendosi di tante citazioni letterarie ("Le tigri di Mompracen", "L'amica geniale", "Le particelle elementari", "Amore senza fine"...) , cinematografiche ("Malizia", "Il Padrino", "Before Midnight"...) e musicali (Battiato...)
Ne viene fuori un'opera che fa pensare e diverte allo stesso tempo , esplicita nel linguaggio e durissima nel contenuto.
Niente di nuovo? Forse sì, ma non importa.
Sicuramente "rischiosa", sempre ad un passo dal poter cadere nel banale, nel volgare o nel grottesco...ma, a mio parere, non lo fa.

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L'animale che mi porto dentro 2019-01-30 14:24:20 Lonely
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Lonely Opinione inserita da Lonely    30 Gennaio, 2019
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L'animale che mi rende schiavo dei miei istinti

…Ma l'animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni (Franco Battiato)

Francesco Piccolo in una recente intervista, proprio in merito a questo suo ultimo lavoro, confessa che, a parte leggere qualcosa la mattina e sbrigare qualche commissione, di solito scrive tutto il giorno; raccoglie idee e contenuti, divisi per argomento, in vari files al computer e poi quando decide che è abbastanza, razionalizza e scrive il libro.
In effetti i suoi scritti, ad una prima lettura possono apparire frammentari, e Il suo modo di scrivere semplicistico, perché non hanno le tecniche stilistiche del romanzo, ma sono soprattutto riflessioni, e pezzi di vita sotto forma di racconto.
Scritto necessariamente in prima persona questo libro risulta essere autobiografico, ma alla domanda ovvia, nell'intervista, del giornalista all’autore,
“è tutto vero quello che narra nel suo ultimo libro? ”
lui cordialmente risponde “cazzi miei!” che può sembrare arrogante, davvero, ma in effetti poi Piccolo ci spiega che non è importante se quello che narra sia vero o no, quello che conta è che lo creda il lettore. E se l’intento è anche questo gli riesce benissimo, perché sembra tutto reale.
In questa ottica l’autore sembra mettersi a nudo, parlando appunto, anche marcatamente, dei suoi istinti maschili, e di come essi pesino sulla sua vita, ma anche di quella di coloro che gli sono vicini, e che si relazionano con lui.
Questo suo essere maschio, inteso nelle sue forme ancestrali, e non certo moderne, e dunque orgoglioso, violento, prevaricatore, dominato fortemente dagli impulsi sessuali irrompe e fa soccombere la sua parte emotiva e sentimentale.
Cresciuto in una società, in cui i valori e i limiti e i generi erano netti e precisi, (solo perché di altro non si poteva parlare), il suo ruolo era già stabilito alla nascita. In qualche modo la famiglia, l’ambiente, il gruppo, il “branco” di amici maschi, si aspettavano da lui certe caratteristiche e determinati comportamenti legati a un preciso stereotipo di uomo ormai oggigiorno fuorimoda e anzi anche spregevole per molti versi.
Questo modo di “essere uomo” lo condiziona come uomo, e può apparire un paradosso, ma non lo è.

«Quello che tenevo compresso dentro di me, nell'ora di educazione fisica o durante i film di Maciste, o certe sere quando andavo a dormire e avevo paura, era l'angoscia di dimostrare di essere maschio. Doverlo far vedere a tutti, ogni ora, ogni giorno, ogni settimana. E ogni volta misurare la mia inadeguatezza».

Perché in qualche modo ognuno di noi vuole sentirsi apprezzato e stimato per ovvi motivi all’interno della società, vuole esserne parte integrante. E diciamo che il protagonista (o l’autore?) trova il suo modo anche se non gli appartiene del tutto, e non gli calza perfettamente.

“La soluzione è quella specie di convivenza tra la persona che vuoi essere e la persona che la tua comunità di maschi ti ha chiesto di essere. Trovare un punto in cui queste due entità litigiose riescano a convivere e a superare la giornata, giorno dopo giorno. La soluzione è abituarsi a questa doppia personalità, allo stomaco stretto, ai denti che digrignano di notte, alle mascelle serrate, all’impossibilità di spiegarsi, all’impossibilità di essere solo.”

Ma falsa un po’ tutti i rapporti, tutte le relazioni anche di uomo adulto ed in una qualsiasi circostanza avversa, facilmente, esplode l’animale che porta sempre dentro di sé, quello che si nasconde dietro la maschera del cosiddetto perbenismo: un uomo con le sue debolezze e le sue fragilità, che non può manifestare, se non con la violenza verbale e fisica.

“L’animale che mi porto dentro e che molti non conoscono è uno che vuole continuamente fare a botte; che ai semafori si incazza se qualcuno gli suona il clacson, o gli taglia la strada, ma si incazza nel senso che insulta, ha voglia di litigare, dà cazzotti contro i finestrini e dice: scendi che t’ammazzo. È violento, sbatte il telefono in faccia, urla a due centimetri dalle persone, è arrogante, vuole che le cose vadano come dice lui, che le persone gli chiedano scusa, stringe le mandibole, digrigna i denti, chiude i pugni, per dire: ora t’ammazzo, anche se sa che non bisogna farlo, e neanche dirlo. Questo animale mi fa essere cupo, nervoso; una persona che gli altri giudicano simpatica è anche la stessa persona che, per giorni, può non dire una parola, sta zitto e se qualcuno gli chiede: cos’hai?, lo manda a fanculo.”

In tutto questo “sentire” scorre la sua vita: il difficile rapporto col padre; quello con la figlia; il desiderio di essere stimato dalla moglie; l’amante e le conquiste femminili che contribuiscono, insieme al successo come scrittore, a ritenersi importante (“stocazzo” come dice lui), che non è altro poi che la sua rivincita sul mondo.
Qualcuno mi ha fatto una domanda interessante riguardo questo libro, ovvero, perché una donna dovrebbe leggerlo, visto che descrive e dunque appartiene all’altra metà del mondo, quella maschile appunto.
Beh io credo che comunque questa lettura vada oltre e che ci faccia riflettere, non solo sul nostro modo di essere maschi o femmine, ma semplicemente sul nostro modo di essere umani, che viviamo portando comunque con noi quel so che di bestiale, difficile da reprimere a volte nonostante i freni inibitori del nostro cervello, e che forse non è giusto, in senso etico, ma è quello che poi ci rende veri.

“alla fine sono grato all’animale, perché ha formato la persona che sono, l’ha indirizzata verso il senso del vero invece che verso il senso del giusto – che è il principio primo per essere degli scrittori nel modo in cui credo bisogna esserlo. E io volevo esattamente questo. Ed è merito dell’animale.”

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