Narrativa italiana Romanzi La fabbrica del panico
 

La fabbrica del panico La fabbrica del panico

La fabbrica del panico

Letteratura italiana

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La trama e le recensioni di La fabbrica del panico, romanzo di Stefano Valenti edito da Feltrinelli. Dai primi romanzi di Paolo Volponi nessuno è riuscito a “entrare” in fabbrica con la potenza, il nitore, la stupefazione di Stefano Valenti, e quello che sembra un mondo perduto torna come il rimosso infinito della sopraffazione. Una valle severa. In mezzo, il lento andare del fiume. Un uomo tira pietre piatte sull’acqua. Il figlio lo trova assorto, febbricitante, dentro quel paesaggio. è lì che ha cominciato a dipingere, per fare di ogni tela un possibile riscatto, e lì è ritornato ora che il male lo consuma. Ma il male è cominciato molto tempo prima, negli anni settanta, quando il padre-pittore ha abbandonato la sua valle ed è sceso in pianura verso una città estranea, dentro una stanza-cubicolo per dormire, dentro un reparto annebbiato dall’amianto. Fuori dai cancelli della fabbrica si lotta per i turni, per il salario, per ritmi più umani, ma nessuno è ancora veramente consapevole di come il corpo dell’operaio sia esposto alla malattia e alla morte. Lì il padre-pittore ha cominciato a morire. Il figlio ha ereditato un panico che lo inchioda al chiuso, in casa, e dai confini non protetti di quell’esilio spia, a ritroso, il tempo della fabbrica, i sogni che bruciano, l’immaginazione che affonda, il corpo subdolamente offeso di chi ha chiamato “lavoro” quell’inferno. Ci vuole l’incontro con Cesare, operaio e sindacalista, per uscire dalla paura e cominciare a ripercorrere la storia del padre-pittore e di tutti i lavoratori morti di tumore ai polmoni. È allora che il ricordo diventa implacabile e cerca colori, amore, un nuovo destino.

Stefano Valenti (1964), valtellinese, vive a Milano. Ultimati gli studi artistici, si è dedicato alla traduzione editoriale. La fabbrica del panico è il suo primo romanzo.

Recensione della Redazione QLibri

 
La fabbrica del panico 2014-08-07 14:27:00 silvia71
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4.8
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5.0
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5.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    07 Agosto, 2014
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Il diritto di vivere

L'esordio letterario di Stefano Valenti è stato premiato dalla giuria del Campiello 2014 come miglior Opera Prima.

E' un romanzo doloroso che tratta un tema forte, come quello delle morti causate dalla contaminazione da amianto in fabbrica.
Partendo da una valutazione del contenuto pare subito fuori luogo utilizzare la definizione di “romanzo” o parlare in questo caso di “pura narrativa”.
E' indubbio l'intento dell'autore di denunciare, come hanno fatto in precedenza altre voci negli ultimi decenni.
La peculiarità con cui Valenti affronta il suo racconto sta nella pacatezza dei toni, niente grida né commiserazione tra le pagine, ma un'analisi degli uomini e delle famiglie, uniche vittime di interessi economici ed egoistici aberranti.

Immagini nitide di un lavoro infernale e bestiale, di una vita logorante scandita da turni massacranti in ambienti di morte, tra sostanze ben conosciute come altamente nocive.
Lavorare in fabbrica per portare a casa il denaro necessario a sostenere se stessi e la famiglia, il corpo che muta giorno dopo giorno corroso fin nella linfa dalla fatica prima e dal veleno poi.
Uomini con un sogno nel cassetto; non può essere la fornace della fonderia il sogno, bensì divenire un pittore, catturare i colori del mondo e lasciare al prossimo un pizzico di sé, oppure avere la possibilità di veder crescere e realizzare un figlio o un nipote.

I protagonisti del racconto hanno perso sogni e speranze ed i familiari insieme a loro; uomini e donne strappati dai profumi e dai colori della vita a causa del lavoro.
Fabbrica, fabbriche, luoghi di morte e di sfruttamento omicida dal momento che chi sa non si adopera per salvare la vita a tutti coloro che vi prestano servizio.

La voce di Valenti è asciutta mai melliflua e retorica, eppure carica di quell'intensità ed intimità di chi narra fatti vissuti sulla propria pelle, di chi ha perso un padre a causa del demone amianto, di chi si è trovato a vivere un dolore che col tempo si è radicato dentro covando rabbia e angoscia.
Un figlio che rimane ed un padre che se ne va; sul pavimento rimane solamente ingiustizia, sofferenza e ferite indelebili.

Stefano possiede una buona mano narrativa, portato all'introspezione sa trasmettere al lettore pathos e toccarne le corde emotive; ha contribuito a scrivere una pagina di storia italiana che deve rimanere monito per tutti, perché gli errori e gli orrori restano e non si cancellano con un colpo di spugna.

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