Narrativa italiana Romanzi Le stanze dell'addio
 

Le stanze dell'addio Le stanze dell'addio

Le stanze dell'addio

Letteratura italiana

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“Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l’amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l’ora della visita.” Così si sente chi di noi vive l’esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze – dell’ospedale, della casa, dei ricordi – fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell’assenza.

Recensione della Redazione QLibri

 
Le stanze dell'addio 2018-01-18 20:48:22 Flavia Buldrini
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Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    18 Gennaio, 2018
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Sulle orme dell'amata

Questo libro è una quête struggente quanto lucidamente raziocinante dell’autore sulle orme dell’amata, madre dei suoi tre figli, prematuramente scomparsa in seguito ad una grave malattia. Il giornalista Yari Selvetella, come un ‘segugio’, speculare di quel “cane pastore” che difende la propria famiglia in cui volentieri più volte s’identifica, ‘fiuta’ ogni minima traccia di lei, nei luoghi più frequentati della memoria, in quelli abitati in cui ha lasciato il segno, avventurandosi in un labirinto interiore che trova fisicamente espressione nell’ospedale, nei suoi fitti meandri in cui l’ha persa e in cui si sta smarrendo anch’egli, rischiando di non ritrovare il filo di Arianna, il bandolo della matassa per evadere dalla prigione di una vita incatenata alla sua assenza. L’architettura di questo romanzo autobiografico è improntata all’allegoria, alla galleria di ‘stanze dell’addio’, appunto, di cui si varca la soglia man mano che questo percorso spirituale volto al superamento del trauma progredisce: dalla realistica presa di coscienza di quanto è accaduto, aggirando i tentativi di rimozione o l’edulcorata consolazione dell’illusione, alla graduale elaborazione del lutto, tra tenere reminiscenze che affiorano sulla scia di una sensazione o di un sapore - un po’ come la madeleine di Proust – e i blocchi di iceberg nelle distese gelate di un dolore sommerso, fino alla rivalsa della vita sulla morte con il successo professionale e una nuova creatura che nasce, rivendicando il proprio ‘sacrosanto’ “diritto ad amare.” Gli stessi protagonisti sono allegorici: di nessuno di essi - neanche della stessa donna o dei figli - viene evocato il nome, quasi a lasciarli fluttuare nella loro libera quintessenza che rimanda a qualcosa di troppo ineffabile e sfuggente per essere sclerotizzato in una definizione. Alcuni, poi, hanno precipuamente una funzione allegorica, come i personaggi chiave de “l’uomo coi baffi” e del “ragazzo del bar”, una sorta di guide dantesche quali Virgilio o Beatrice che iniziano al viaggio nel tortuoso dedalo esistenziale, in cerca di una via d’uscita: il primo, mostrando, con la sua caricatura di una parvenza vitale inchiodata alla perdita della moglie, l’assoluta improrogabilità di reagire per non restare invischiati nella bava dei rimpianti e dei rimorsi che paralizza la vita; il secondo, invece, indicando la necessità di abbandonare l’irresolutezza giovanile per abbracciare una matura determinazione. Anche i luoghi assumono connotati metaforici, come le stanze che custodiscono la memoria dell’amata nei diversi trascorsi e che allo stesso tempo inducono a trascenderla, quali anelli ad incastri e, ciò che è l’archetipo dominante cui viene affidata la conclusione del romanzo, l’onnipresente mito del mare che sembra cullare l’intera vicissitudine, i protagonisti, le idee, i sentimenti, i ricordi, trovando compimento all’ombra dell’icona del Moby Dick, a suggerire il mistero del proprio destino.
Yari Selvetella adotta uno stile moderno, di notevole arguzia e fluidità intellettuale, che spazia dal flusso di coscienza di Joyce al surrealismo di matrice kafkiana, tra continui flashback che sovrappongono un piano temporale all’altro, per cui, come all’autore, così pure al lettore sembra di essere sulla nave, in balìa delle onde, ciò che è il punto di osservazione privilegiato per affacciarsi sull’ignoto: “Il mare è una grande mente e penso che potrei esplorala davvero molto a lungo (…) È la nave stessa, ho pensato, che rende il mare liquido, lo apre, lo tritura nel motore e lascia alle nostre spalle un tumulto d’acque. (…) Siamo noi, è la nave, che modifica tutto, che droga gli organi, che inquina, ma a stretto contatto con un altro tempo. (…) Lo sfiato di un cetaceo celebra il suo dominio sull’elemento. Il capodoglio spruzza. (…) Spunterà di nuovo, un grande saluto con la pinna caudale che sbatte, sulla superficie dell’acqua? Si può solo cacciare o adorare un simile animale. Invece no, non l’ho più visto e come sempre accade in queste storie da quando ti ho conosciuto, non so più se quello che ho così intensamente vissuto è poi veramente successo.”



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Le stanze dell'addio 2018-02-25 08:23:32 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    25 Febbraio, 2018
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Un addio doloroso e profondo

Yari Selvetella è conosciuto per i suoi saggi e reportage sulla storia della criminalità. Ha pubblicato La banda Tevere, e lavora come autore televisivo, inviato e presentatore per Rai Uno. Ora approda in libreria con Le stanze dell’addio, un testo molto personale e molto commovente sulla perdita della persona amata.
“Le stanze dell’addio” sono le tappe metaforiche di un lungo e sofferente percorso: quelle della malattia, che non lascia scampo e non perdona. Una malattia il cui odore resta addosso, non concede nulla, a lungo lo si respira. Perché la malattia è come
“un vento da ponente, il nostro vento ci inganna, spazza le polveri, assomiglia a una metafora, non lo è, non torna il sereno, ma andiamo e il belato dello scooter ci culla, poggi la testa sulle mie spalle. Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l’amore di dio.”
La donna è Giovanna De Angelis, editor di professione,scrittrice, madre di tre figli. Lo ha reso vedovo, e lui non accetta la scomparsa dell’amata. La cerca, in ospedale, definito come “un lungo intestino”, dove tutto torna, implacabile: le flebo, gli aghi, i lividi, per cui:
“Non riesco a ricordare il nome di quella tortura che ha lo scopo di verificare la fluidità, lo scorrimento di certe irrorazioni, le quale pare vadano estratte con lunghe siringhe speciali particolarmente dolorose per le persone magre come te.”.
Il libro, pur essendo autobiografico, ha una voce narrante estranea e nell’osservazione di un barista che si rivolge all’uomo rimasto vedovo. Il compagno, rimasto solo, sale e scende, entra ed esce dai luoghi del nosocomio. Fuori il mondo, contiguo e contingente, estraneo. La verità è amara. La fine, “un grembiule trasparente”, parla come l’amore, un altro amore. E’ necessario sopravvivere, combattere, senza arretrare. L’autore dà, in questo modo, voce ad un addio che sembra continuamente sfuggire al tentativo di essere pronunciato e
“scrive un kaddish laicissimo eppure pervaso dal mistero che ci unisce a coloro che abbiamo amato.”.
Una lettura commovente, struggente, intima ed intimistica, stupenda, di gran fascino all’interno di quelle che l’autore chiama “le balene dell’anima”. Su tutto:
“l’addio di Yari Selvetella, il più avvincente degli abbracci.”.

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