Narrativa italiana Romanzi Nella casa di vetro
 

Nella casa di vetro Nella casa di vetro

Nella casa di vetro

Letteratura italiana

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Cos’è una famiglia felice? È questa la domanda impellente che Giuseppe Munforte ci pone. Davide, voce narrante del libro, padre di Andreas e marito di Elena (con la quale cresce anche una figlia concepita con un altro uomo, Sara) osserva la vita dei suoi cari con discrezione. Vede Sara che si sistema gli occhiali mentre impara a leggere una nuova parola, e poi Elena che trattiene il dolore – ma per cosa? – e non smette di far quadrare la gestione familiare. La casa nella quale condividono il quotidiano sembra protetta da una bolla di vetro mentre appena fuori dalla finestra, sulla tangenziale milanese, le macchine sfrecciano in un frastuono. Ma quella bolla è la voce stessa del narratore a crearla, quasi volesse posare sulla casa un’aura che la difenda dagli urti col mondo. Davide si nasconde, forse non c’è, vede soltanto, e si domanda se questa esistenza che un giorno lasceremo, tutto ciò che abbiamo costruito, le persone che abbiamo amato, continuerà anche senza di noi. Com’è il mondo quando gli voltiamo le spalle? Nella casa di vetro è una favola metropolitana, o una preghiera, quella di un padre, e di un marito, che cerca di conservare ogni attimo d’amore, di non dissipare il tempo condiviso, perché sa che questo è il solo modo per riconsegnarli all’eternità.



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Nella casa di vetro 2014-05-20 06:27:07 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    20 Mag, 2014
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Unamolecola indvisibile

Chiusa l’ultima pagina, riposto il libro, ho avuto l’impressione di avere avuto tra le mani una preziosa tovaglia rotonda lavorata a tombolo.
Fragile e ricercata, dove neppure un punto, una parola, erano in eccesso, né mancavano. Eppure robusta e flessibile, in grado di adattarsi alla storia che viene raccontata.
Giuseppe Munforte tira le fila del racconto con misurata attenzione, con poetico realismo fa convivere l’universo interiore del protagonista, che parla in prima persona, con la cruda realtà del paesaggio suburbano.
Un paesaggio squallido nella sua artificiosità di quartiere dormitorio eppure molto amato, vissuto come un naturale prolungamento del nido, della sua casa di vetro.
Non è una casa qualsiasi, la casa di Davide. In inglese il termine home definisce meglio come lui vive le sue quattro mura, i piccoli locali dotati di grandi vetrate che mettono in comunicazione con l’esterno anche visivamente.
Davide osserva il ritmo delle giornate altrui, e dei propri cari, con partecipata attenzione, assaporando qualsiasi dettaglio, per transitorio che sia, per poterlo fissare nel suo diario, con la magia della parola che rende incancellabile qualsiasi cosa.
Un’attenzione alla vita che è, in realtà, un’irresistibile pulsione verso la morte, anzi: è già un sentirsi come morti.
Davide vive davvero solamente nei ritagli di tempo che sono concessi, a lui e alla sua compagna, dal lavoro, vissuto come una maledizione biblica. “Con il sudore della fronte mangerai il pane” dice Dio nella Genesi, e dunque il lavoro diventa un male necessario alla sopravvivenza.
Ciò che aspetta per tutto il giorno è poter tornare, la sera, a osservare i gesti, le espressioni di Elena, di Sara e Andreas: della sua famiglia che vorrebbe proteggere a ogni costo, e mantenere unita come una molecola indivisibile.
Questo senso di protezione, questo osservare con partecipata attenzione, si dilaterà oltre ogni limite razionale, oltre il possibile.
Tocca ai capitoli in corsivo, alle gocce di futuro che Munforte semina qua e là nel libro, riportarci alla dura realtà della disgregazione familiare, alle scelte diverse e ai destini che dividono irrimediabilmente.

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