Narrativa italiana Romanzi Nessuno ritorna a Baghdad
 

Nessuno ritorna a Baghdad Nessuno ritorna a Baghdad

Nessuno ritorna a Baghdad

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Miraggi e incontri, scorci di storia e storie minime si compongono in un grande affresco che attraversa un secolo e oltre: un romanzo intriso di nostalgia e umorismo, delusioni e speranze per una famiglia di ebrei di Baghdad che affronta a testa alta un destino collettivo di viaggio, sradicamento e – forse – riconciliazione. La memoria è fatta di dettagli, parole, piccoli cortocircuiti. Il ricordo più bizzarro e remoto riaffiora in un certo cibo, in un taglio di luce londinese che pure nulla ha a che vedere con il bagliore abbacinante del deserto, oppure mentre si risponde al telefono, che anche senza più fili continua a unire chi ha scelto di andare lontano e chi si è fatto portare lontano da qualcun altro. Tutto è cominciato lì, a Baghdad, all’inizio del Novecento, o forse qualche millennio prima; a Baghdad, dove Flora, Ameer e Violette sono rimasti giovanissimi e soli quando Norma, madre inquieta destinata a mutarsi in matriarca senza età, è partita, prima di tutti gli altri, per inventarsi un’altra vita oltreoceano. New York, Milano, Gerusalemme, Londra, Haifa, Teheran, Madrid: il mondo è piccolo per chi ha la diaspora nel sangue e sa già, sa da sempre che ci sono viaggi senza ritorno.

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Nessuno ritorna a Baghdad 2019-05-21 13:59:36 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    21 Mag, 2019
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La diaspora ebrea

Elena Loewenthal, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce letteratura d’Israele, ed insegna cultura ebraica a Pavia. Ha pubblicato molti libri, tra cui: Conta le stelle, se puoi, Una giornata al Monte Pegni, e Lo specchio coperto. Ora torna pubblicando: Nessuno ritorna a Baghdad, un libro sugli arabi – ebrei. Un libro colto ed intenso sul filo del ricordo, che si staglia deciso e differente dalla nostalgia. Una saga familiare ebrea insolita, che coinvolge e stupisce.
Il titolo è prodromo significativo dello stesso contenuto del testo. Che cosa è Baghdad e che cosa rappresenta? Baghdad è:
“il fiume, le onde di luce sull’acqua appena prima che il sole tramonti, mai più avrebbe sentito fra i denti la polvere che d’estate risaliva di vicoli muti, (…). Un fantasma di città che avrebbe rarefatto i sogni e i ricordi prima di disperderli in cielo.”
Baghdad è il punto di partenza, ma contemporaneamente anche di fine. Infatti:
“Siamo di Baghdad perché siamo venuti da lì. Perché a Baghdad siamo arrivati quando a Gerusalemme c’era ancora il re d’Israele.”
Ma la diaspora è dietro l’angolo, ed inevitabile. Dunque:
“Era bello a Baghdad. Poi non siamo stati più niente, gente d’aria, che vola per il mondo. Ma allora eravamo gli arabi ebrei.”
Così Nora, capostipite longeva di una famiglia ebrea, non può che, dai suoi centodue anni, rammentare la sua vita, i suoi ricordi, i fantasmi che l’hanno animata e popolata. E con lei compiono lo stesso percorso i suoi figli Flora, Violette, e Ameer, figli di primo letto della donna. Ne consegue, così, la raffigurazione di una famiglia ebrea costretta a fuggire dal proprio luogo di origine, per vagare, ognuno per conto proprio, nei tanti paesi del mondo, passando per India, New York, il Messico, Milano, Gerusalemme, Londra, Teheran, Madrid. Un microcosmo composto dalle vite multiformi di queste esistenze vitali.
Il libro racconta un percorso di viaggio che non può che coinvolgere il lettore con il fascino di una narrazione insolita, seppure molto precisa e fresca. L’uso di una particolare tecnica narrativa conduce l’autrice a proporre ai suoi lettori quella che non può che essere una inversione dei ruoli. Ogni capitolo inizia sempre con una partenza: parte prima Nora, poi Ameer per andare a studiare in India, poi Flora e Violette. Per ognuno di loro però è sempre un percorso a ritroso, dove non si torna mai indietro, e non si ha mai nostalgia, né tentennamenti. Quasi fosse scritto ed accettato da ognuno di loro come fatto ineluttabile. Il non ritorno è il tema cardine del libro, per cui:
“Vattene e non tornare: da qui, da questa terra da dove lui e noi siamo venuti, non si torna.”
Un libro di raro fascino, che ci permette anche di conoscere varie caratteristiche della cultura ebraica come il rito della sepoltura, la diversa concezione uomo-donna. A tal proposito molto mi ha colpito quando si illustra le differenze suddette guardando semplicemente i modi differenti di un abbraccio. Infatti:
“Ricordati che quando un uomo abbraccia una donna è perché vuole sentire la consistenza della sua carne, la polpa di cui è fatta. Una donna è per ricambiare. Per dare in cambio di quel che riceve.”
Ma non solo c’è il tema della vecchiaia, della morte, oltre che del viaggio e del pellegrinare nel mondo, cittadino libero in un mondo libero.
Una lettura che porta alla riflessione inevitabile per gli argomenti trattati, conseguenza diretta anche dello stile asciutto, preciso e meticoloso dell’autrice. Un testo in cui la Storia con i suoi difetti e i suoi pregi si unisce in un unicum importante con la storia personale degli individui senzienti in un corposo e quanto mai attuale testo. Una lettura davvero di grande interesse culturale e storiografico.

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