Ninfa plebea Ninfa plebea

Ninfa plebea

Letteratura italiana

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Nella mitica Nofi di tanti racconti di Rea, nel remoto Medioevo degli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, in un umile basso del miserabile quartiere del Bùvero, ha inizio l’educazione sentimentale di Miluzza, l’adolescente, poco più che bambina, protagonista di questo romanzo. Disgrazie della virtù e fortune del vizio, in un pezzo di mondo fra paradiso e inferno perduto, incrociano trappole sul suo impervio cammino. Ma Miluzza, che è pura vita, puro istinto, puro candore alla deriva, le attraversa tutte con intrepida innocenza. Ninfa plebea è il secondo romanzo della quasi cinquantennale carriera di Domenico Rea, ed è forse il libro che meglio ne rappresenta gli umori inconfondibili, la grande carica vitale, l’animo fieramente, aristocraticamente popolare. Narrandoci la storia di Miluzza, e il formicolare di esistenze che le ruotano attorno come satelliti di un astro solitario, Rea spalanca una porta nascosta sul passato italiano che si vorrebbe censurare. Ne scruta ogni angolo, fruga nella corporeità debordante di ogni atto, di ogni parola, solleva con impietosa pietas i veli tessuti in così pochi anni da una memoria fraudolenta. Un breve ma poderoso affresco: il ritratto veridico di un’epoca e di un mondo che soltanto la maestria di un grande affabulatore alla Basile poteva comporre.

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Ninfa plebea 2018-08-05 15:53:56 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    05 Agosto, 2018
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Miluzza

Il basso di Nofi è un luogo dove si mescolano istinti primordiali e fede religiosa, lezzo di escrementi e profumo di fiori e di cibo.
Miluzza, la giovane protagonista, è un prodotto di questa terra sacra e profana: gli occhi cerchiati e la voce profonda denunciano una natura viziosa e alcuni tratti delicati della sua bellezza selvatica ricordano uno dei tanti amanti della madre, un principe siciliano decaduto.
Questo romanzo è un quadro dalle tinte forti dove Eros e Thanatos danzano avvinghiati, offendendo, di primo acchito, vista e olfatto; ma sono pagine che trasudano ispirazione e schiettezza, ed esprimere un giudizio morale al riguardo diventa persino superfluo.
D'obbligo, invece, è apprezzarne la fattura, il ritmo che non accusa mai cali di tensione, la grazia di uno stile popolano, la forza magnetica di una terra a volte brutta, spesso bella, autentica sempre.
Come Miluzza, che candidamente “a certe cose del piacere dava il valore di sfizi” e che avrebbe fatto una brutta fine se lo stesso autore non ne fosse rimasto impietosito, o forse, come tutti, semplicemente ammaliato.

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Ninfa plebea 2018-07-22 12:38:22 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    22 Luglio, 2018
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Un’innocente puttanella

Leggo, riguardo a quest’opera, che si è aggiudicata il premio Strega edizione 1993 e immediatamente penso che probabilmente gli altri romanzi in concorso dovevano essere assai modesti, perché Ninfa plebea non è quello che comunemente, a proposito di grandi libri, viene definito un capolavoro, anzi ritengo personalmente che si tratti un qualcosa che si elevi assai di poco sulla mediocrità. Posso capire che l’autore abbia voluto descrivere un certo tipo di vita presente in passato nel nostro paese, soprattutto in meridione, ma nella vicenda di Miluzza che si dona con spontanea innocenza ravviso degli eccessi che rasentano, più che l’erotismo, l’oscenità, con quell’insistere sulle caratteristiche degli organi sessuali maschili e femminili con una costanza quasi maniacale. Se la descrizione della mitica città di Fofi è la parte migliore del romanzo, la vicenda in se stessa pare quasi una sceneggiata napoletana, con questa adolescente che coltiva le sue pulsioni sessuali con spensieratezza, in un’esistenza segnata dalle morti della madre a seguito di un amplesso quasi feroce, del padre che, in un vespaio di maschi libidinosi è un pesce fuor d’acqua e forse un impotente, del nonno dal passato di grande amatore e a seguire con il contorno della seconda guerra mondiale grazie alla quale troverà il vero amore che la porterà all’altare. Miluzza, che senza farsi troppi problemi s’accompagna anche con donne, che si dona a chiunque come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, che piano piano, quando di lei si incapriccerà un ricco e anziano imprenditore, viene considerata dalla gente una disprezzabile puttana, è in effetti una creatura incapace di comprendere il significato della parola trasgressione, è quel si potrebbe dire, insomma, un’innocente puttanella. Se la trama è debole, mi sarei atteso almeno una ragazza battagliera, e non remissiva, ma quel che stona più che altro è purtroppo un continuo ricorso a descrizioni di atti sessuali che francamente costituiscono un’esagerazione e che fanno di un romanzo che, altrimenti strutturato avrebbe costituito un pregevole affresco di un’epoca e di una certa mentalità, un irritante tentativo di rappresentare una ninfomane, tipo la Lolita di Nabokov, in salsa nostrana, ma senza la comicità e l’ironia della commedia all’italiana, bensì in un un continuo ravvivarsi di una libidine che sfocia talora nella pornografia.
Da non far leggere ai minori, lasciando ai maggiorenni la possibilità di decidere, ma con l’avvertenza che Ninfa plebea da romanzo che vorrebbe essere sull’amore è invece senza amore.



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