Narrativa italiana Romanzi Sangue sporco
 

Sangue sporco Sangue sporco

Sangue sporco

Letteratura italiana

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Roma, fine anni Settanta: un quartiere appena nato che confina con l'inferno, il sogno della casa popolare che diventa subito incubo. Scilla ha quattro anni quando, sul volto di suo padre, vede disegnarsi la rabbia per la vita che li attende. Ma in un luogo dove ognuno ha un dolore a cui sopravvivere, in uno spazio di abbandono che contamina chi ci vive fino a distruggerlo, c'è anche Renata. Ed ecco che quello spazio si dischiude, poco a poco, e quei palazzoni fatiscenti diventano lo scenario in cui nasce e cresce un rapporto fatto di amicizia, desiderio e paura, un rifugio in cui Scilla e Renata si nascondono da una realtà dove nei vasi fioriscono le siringhe e il riscatto si porta sempre dietro la colpa. Perché dove non ci si può permettere di sognare, la vita corrode ogni legame, separa i destini, allontana le persone. Ma lascia, comunque, la speranza di potersi salvare.

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Sangue sporco 2019-10-25 16:04:18 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    25 Ottobre, 2019
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Sangue sporco, troppo sporco

«Con il tempo imparai che sarei sempre stata io a fare domande a lei, mai il contrario. Renata le domande non le faceva a nessuno: la vita le aveva già dato tutte le risposte necessarie. […] A volte la guardavo e avevo paura persino di toccarla perché temevo che sarebbe andata in mille pezzi soltanto sfiorandola; sotto la giacca di pelle che indossava sempre, anche quando il freddo ti tagliava in due o il sole ti bolliva le viscere, le potevo contare le ossa per quanto era magra. E se Renata si fosse distrutta in mille pezzi io non avrei più potuto vivere, a meno che non li avessi rimessi assieme, uno per uno, fino a ricomporla esattamente com’era»

Ventuno anni, undici mesi e diciotto giorni per accettare un lieto fine che non è mai arrivato, per far i conti con un tempo passato che non perdona e che non rilascia le sue vittime. Scilla adesso è una donna adulta, è una madre, è la madre di Serena. Ha un lavoro, ha delle amiche, ha una relazione finita male dalla quale è nata la sua ottenne fanciulla, ma non può dimenticare le sue origini. Origini fatte di una madre morta perché si faceva troppe spade, una non madre adottiva che si prestava al ruolo e che non faceva altro che menarla, un padre incapace di affetto e dei fratellastri inabili all’amore. Origini che tornano a galla nella mente per il riesumare di una fotografia. Siamo a Roma. La Roma di oggi e la Roma di ieri. La Roma degli anni ’70, delle case popolari, della realtà dell’Isola Nuova. Un luogo da cui fuggire significa tradimento, un luogo che non lascia scampo, che risucchia e che condanna.

«Perché Isola Nuova non è un posto in cui puoi rimanere troppo a lungo: è la coscienza sporca di una città che finge di ripulirsi mandando qualche idiota a fare comizi inutili sul degrado e sul riscatto. Un posto dove ormai mi guardano di traverso come si guarda un’infame traditrice, pieno di quelli che, a differenza mia, non si vergognano di vivere tra i tentacoli di palazzoni troppo alti, conficcati in un mondo di spigoli in cui devi stare attento a dove ti giri per non farti lasciare segni addosso. Segni che gli altri non vedono, ma che i Quadrilateri ti imprimono sulla pelle senza che tu possa fare niente per evitarli. Marchi che io, per quanto abbia provato a cancellare, mi porto ancora dentro.»

È qui che incontra Renata. L’amica di sangue, la donna che forse ama, colei che è condannata. Perché il futuro che si apre per questa giovane figura non è roseo, come roseo non è il suo presente e il suo passato fatto di dolore, perdita, espedienti e droga. Siamo nel pieno degli anni ’70 e l’eroina è il sovrano indiscusso del tempo. Scilla dal suo canto vive in una realtà fatta di povertà, di assenza di affetto. Si legherà tantissimo alla figura di Renata, anche se le loro strade sono diverse, anche se le loro strade così unite non finiranno che l’essere mere rette parallele. Per fatti più grandi di loro, per nemici spietati e privi di ogni forma di scrupolo.
Enrica Aragona sbalordisce il suo lettore con un elaborato forte, magnetico, duro, introspettivo. Il conoscitore è trasportato in anni bui, in anni tenebrosi, in anni fatti di dolore e sacrificio e povertà. I luoghi e le situazioni descritte non lasciano scampo e non perdonano. Non hanno riserve e non hanno remore. L’autrice dimostra coraggio per le problematiche che affronta ma anche per la maturazione dei personaggi che emerge e per la grande capacità descrittiva che dimostra. Ogni fatto e luogo è vivido nella mente di chi legge.
Il componimento ha un ritmo narrativo magnetico, fluido, accattivante: lo si inizia e non ci si può staccare dalle pagine fino alla sua conclusione. L’ho letto in meno di una giornata e ne consiglio la lettura a tutti perché davvero è uno di quei testi che meritano e che restano alla loro conclusione.

«Avremmo dovuto sconfiggere i nostri demoni, ma per farlo avremmo dovuto guardarci davvero, fino nel fondo più fondo di noi stesse, e non eravamo disposte a farlo: il prezzo da pagare sarebbe stato molto più alto di quello che potevamo permetterci.»

«Forse anche se mi avesse chiesto scusa le mie ferite non si sarebbero comunque rimarginate. Non sarebbe cambiato niente. Perché lei non voleva andare avanti. E io non volevo tornare indietro. Non ci saremmo incontrate mai.»

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