Narrativa italiana Romanzi Ti volevo dire
 

Ti volevo dire Ti volevo dire

Ti volevo dire

Letteratura italiana

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Le parole a volte si bloccano in gola e non vogliono più uscire. Viola è appena una ragazzina quando un giorno si alza e si veste, aspettando di sentire la voce assonnata del padre che la deve accompagnare a scuola. Ma quella mattina lui non si sveglia più e qualcosa in lei si ferma: mutismo selettivo, lo chiamano i medici, e sua madre decide che starà meglio in una scuola svizzera, dove sarà seguita. Prima di partire Viola riceve da Fulvio, un vecchio amico di famiglia, un dono prezioso: un pacco di lettere, un libro antico e due agende che riemergono dal passato del padre. Per un intero inverno, nella sua stanza del collegio, le legge e rilegge. Compare più volte il nome di una donna mai sentito prima, Claire: per lei Giacomo, all’inizio degli anni Ottanta, si era trasferito a Londra, con il sogno di iniziare una nuova vita. Viola non riesce a capire perché si siano separati ma avverte che, nella fine di quella relazione, è nascosto qualcosa di più: non solo un segreto custodito da Giacomo, ma forse anche l’antidoto al proprio dolore. In un romanzo intimo e profondo, Daniele Bresciani ci racconta come ognuno di noi si tenga stretto un pugno di frasi, quelle che non riesce a confessare alle persone amate, fino a quando non diventa troppo tardi.

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Ti volevo dire 2013-07-27 10:41:30 Nikly
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Nikly Opinione inserita da Nikly    27 Luglio, 2013
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...Scripta manent

“Ti volevo dire” è un titolo che trovo molto appropriato per questo romanzo di Daniele Bresciani in quanto ne anticipa il tema principale: la difficoltà di comunicare, talvolta, con la propria voce quello che si prova nel proprio intimo. Forse ciò e dovuto alla paura di non trovare velocemente le parole più adatte per esprimere quello che, probabilmente, appare confuso anche a noi stessi. La scrittura, allora, è un’ancora di salvezza:si può pensare più a lungo prima di scrivere sul foglio i termini più appropriati e nell’atto della scrittura, più lenta, ci si può permettere di fermarsi un attimo e riflettere, così da far chiarezza piano piano in noi. Oppure, è un mezzo per evitare di guardare negli occhi il destinatario dello scritto evitando, in questo modo, di vedere in essi la delusione nello scoprire le parti “oscure” del nostro animo o del nostro vissuto. Così Giacomo, uno dei due protagonisti, più bravo con la penna che con le parole, alla sua morte, lascia alla figlia lettere e agende, che si riferiscono ad un periodo importante della sua vita, quando, appena ventenne, ha vissuto un amore più grande di lui per Claire, una ragazza inglese. Riesce, in questo modo, ad esprimere quello che per anni non è riuscito a comunicare con le parole e che ha tenuto segreto nel suo cuore, ad affrontare, finalmente, la sua coscienza , regalando, inoltre, a sua figlia la possibilità di conoscerlo nel profondo. Viola, la figlia, leggerà i preziosi scritti del padre nel collegio svizzero dove la madre l’ha iscritta nella speranza di risolvere il suo disturbo. La ragazzina, infatti, non riesce più a far uscire dal corpo la sua voce: la sua difficoltà, però, è dovuta al mutismo selettivo di cui ha iniziato a soffrire poco dopo la morte del padre. Per lei, l’unico modo per riuscire a comunicare con gli altri, aggirando il suo problema, è proprio l'utilizzo di un block notes, su cui scrivere qualche parola. Ho apprezzato molto la decisione di Daniele Bresciani di parlare, con delicatezza, di questa patologia ancora poco conosciuta. Soprattutto mi è piaciuto il modo in cui ha evidenziato che il mutismo selettivo non è sintomo di ritardo mentale ma è un disturbo che crea disagio in chi lo subisce: è una prigione da cui è difficile evadere. Un altro aspetto che ritengo positivo in questo libro è come l’autore ha costruito i suoi personaggi, in particolare Fulvio, coinquilino del giovane Giacomo e Leslie, compagna di stanza di Viola: entrambi sinceri, schietti e fedeli amici dei protagonisti. Il romanzo, in cui si alternano le vicende di Giacomo, ambientate a Londra negli anni Ottanta, e quelle di Viola ai giorni nostri, propone tematiche delicate e offre al lettore momenti di dolcezza, di malinconia e altri, invece, più leggeri e divertenti. La lettura, a mio parere, è molto scorrevole e piacevole, il libro si legge tutto d’un fiato. Il mio giudizio per questo romanzo è positivo nonostante il finale che, personalmente, ho trovato un po’ troppo improvviso e frettoloso e che mi ha lasciato qualche curiosità su alcuni aspetti non svelati nel racconto. Ne consiglio la lettura a tutti coloro che amano i racconti d’amore, non quelli fiabeschi e perfetti, ma immaturi, passionali e veri: destinati, cioè, ad eterni rimorsi e ricordi. Inoltre, a chi ama leggere storie di confronti tra genitori e figli, con le loro incomprensioni, da quelle più superficiali (divertente il confronto tra due epoche musicali completamente differenti che Bresciani evidenzia più volte nel suo racconto), a quelle più spinose , come la paura di entrambe le parti di deludere e di essere giudicati.



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Ti volevo dire 2013-06-24 12:31:26 SARY
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SARY Opinione inserita da SARY    24 Giugno, 2013
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Parole che vanno e vengono

Questo romanzo è simile ad un lungo viaggio, con tappe sparse fra Italia, Inghilterra, Australia e Svizzera, negli anni ottanta e duemila.
I protagonisti che accompagnano il lettore sono Viola ed il suo amato papà Giacomo. Viola è una figlia adolescente come tutte le altre, ma la diversità fra lei ed il resto dei suoi coetanei la segna con tratti indelebili la morte prematura del padre dovuta ad un infarto. Il trauma le provoca la perdita dell’uso della voce, ci sono solo parole silenziose messe nere su bianco. Da quel giorno per Viola comincia un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta del passato del proprio genitore con l’aiuto di un fedele amico di famiglia, custode di segreti e volontà preventivamente affidategli dallo stesso Giacomo; verranno portati alla luce amori, tradimenti, amicizie, errori e parole dette – non dette che forse avrebbero fatto la differenza.
Cosa sanno i figli del passato dei propri genitori? Solo quello che loro concedono di sapere ed è giusto così? Secondo me sì, ci vuole un livello di maturità che permetta di accettare e capire, senza criticare e, soprattutto, senza lasciarsi influenzare nelle scelte future. In fin dei conti sono il nostro esempio, le nostre guide come noi lo siamo/saremo a nostra volta per i nostri figli. Viola è stata coraggiosa a voler sapere, a conoscere non papà Giacomo, semplicemente Giacomo, giovane senza troppe responsabilità, con tutte le marachelle e i guai.
I capitoli sono brevi e divisi fra Giacomo e Viola, passato e presente. Questo viaggio è andato liscio, senza scosse o imprevisti, sembra di rivisitare posti già visti, comunque scorrevole e godibile. Il finale non mi ha soddisfatta del tutto, mi aspettavo qualcosa di più incisivo e definito. Alcuni punti sono lasciati al caso, altri non sono approfonditi. Per me la pecca maggiore è la mancanza del dolore per la perdita del genitore o almeno non l'ho avvertito; avrei preferito che se ne parlasse, si facesse sentire il vuoto, i sensi di colpa, come posso spiegarmi? Manca il lato umano e reale della vicenda.
Concludendo, una lettura veloce, semplice e senza pretese, ma sicuramente piacevole.

“ Ma la verità è che i figli non sono mai come vorremmo che fossero: cerchiamo di forgiarli a nostra immagine, quando sarebbe meglio lasciarli vivere. Li riempiamo di cose, di oggetti, per colmare i vuoti dello spirito e della passione. E – parlo per me, certo – raramente offriamo loro la parte più vera e onesta di noi stessi”

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