Tululù Tululù

Tululù

Letteratura italiana

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"Tululù", ossia sciocchina: così viene chiamata Matilde dalla piccola Assunta, nata dalla sua breve unione con Bruno, un manovratore di treni arido e sbrigativo che l'ha abbandonata per fuggire con un'altra. Siamo alla periferia di Trieste, in un pertugio di Novecento grigio e imprecisato, dove tutti i personaggi sono destinati a una differente solitudine: Bruno che, scaricato dall'amante, vorrebbe rientrare nel nucleo familiare ma viene respinto dalla figlia; Assunta stessa la quale, legatasi a un antiquario anch'egli ambizioso e anaffettivo, scivola in un opaco ménage borghese; e Matilde, il cui destino è concentrato nell'ultima disperata discesa in città, quando indossa i "vestiti buoni" di vent'anni prima per andare dalla figlia.

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Tululù 2019-09-08 07:00:01 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    08 Settembre, 2019
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Tululù, parte di ciascuna

Che incontro inaspettato e dolce, questo romanzo sottovoce e questa Matilde, soprannominata dalla sua stessa madre, segnata da un nomignolo che si manifesta come un programma di vita inevitabile: “…Tululù vuol dire ingenua, anche stupidina…”

E penso ad ogni donna che, in situazioni diverse, mi appare come Tululù. Per esempio, quando si fida senza verificare la realtà. Quando scusa gli altri mentre la offendono perché loro, in fondo, sono in buona fede. Ogni volta che si riserva l’ultimo posto e, in ogni caso, mai il primo. Quando sceglie di essere remissiva ad oltranza, e si accontenta, e aspetta, stanca ma sempre pronta a servire. Quando pensa che le ambizioni sono troppo grandi, tutte. Quando è in soggezione e preferisce obbedire.

“… non sapeva dire le preghiere come si doveva, ma solo con sospiri e divagazioni, insomma a modo suo.” p.16
“… per chiedere alla Madonna che non cambiasse niente in peggio, non certo per chiederle qualcosa di meglio.” p.54

Tululù prega con purezza, ama e difende il suo amore a prescindere, non chiede, urla disperata e gli altri credono che sia isterica. Tululù salva inutilmente il mondo, oppure è vittima seccante e ridicola, o, ancora, è persecutrice lagnosa o dispettosa. Fare Tululù è scusarsi di esistere, di essere così come si è e non un’altra. Più che una donna singola, Tululù è una parte di tutte le donne, rappresenta un momento di vita che tutte attraversano, una tappa di evoluzione obbligata verso la consapevolezza di sé.

“Matilde non si era mai accorta di essere avvenente, né aveva mai pensato alla propria persona come a qualcosa che potesse colpire qualcuno, ma visto che la Signora, che era la sua padrona, non poteva sbagliarsi, a quelle parole era rimasta turbata. Solo per poco, s’intende. Perché interessarsi di se stessa proprio non poteva, quando a questo mondo c’erano secondo lei tante cose e persone per le quali adoperarsi che lo meritavano di più.” p.13

Ma Tululù è anche lo sguardo di meraviglia, l’ingenuità della interazione. È la pacifica soglia, il rimanere senza l’urgenza di abbandonare, è fidarsi perché la speranza è l’ultima a morire. È il tempo della suggestione, la sindrome di Stendhal. È l’accorgersi stupìta di quanta acqua c’è nel mare, come se lo si incontrasse per la prima volta, è lo sguardo sognante, il pensiero che si vedrà, che chissà, che forse…

Non si tratta di fingersi scema per non confliggere con l’altro, o di essere davvero scema per chissà quali difetti neurologici. Invece, penso che sia una conquista vivere con coscienza anche la parte meno brillante, più modesta e sottotono di sé. Tululù, in fondo, sono io, nell’ombra o nella parte cieca, così diversa dal personaggio dipinto da Stelio Mattioni e così uguale. Come Tululù, svelando la parte tenera cinestesica, misuro la libertà mia e dell’altro, guardo la differenza e me ne faccio carico, patisco la distanza e registro le ragioni. E, allora, accetto che non dipende da me e che non posso farci nulla. E che va bene così.

Da quando si era sposata, Matilde si sentiva veramente felice: un marito era stata la prima cosa che aveva avuto di suo, e perciò le pareva di aver raggiunto il cielo, o di trovarsi almeno in una sua succursale in terra. p.11

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Tululù 2018-08-17 10:28:49 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    17 Agosto, 2018
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Di famiglie e abbandoni

Un appartamento con due stanze, un secchio per i bisogni fisici e un bagno a corridoio, un marito e una bambina: basta questo per rendere felice Matilde, alle prese con la sua nuova vita, dopo la schiera triste dei suoi ricordi d’infanzia. Qualcosa di finalmente suo, soltanto suo, le guance di mela di suo marito, la messa della domenica, DIO e sua figlia nel lettino d’ottone usato, lucidato come fosse una reliquia. Lo spazio delle piccole cose basta ad illuminare la sua vita. Eppure Matilde non sa che la realtà è un grumo d’ombra pastoso, infido, che le sordide ambizioni degli uomini congiurano intorno a lei negli anfratti d’ombra dove la sua ingenuità ha concesso loro di proliferare. Principe Myskin umilissimo, ancorato alla terra, anima pura abbagliata dall’ingenuità, anni luce dalle complicazioni della filosofia, Matilde vive nel suo cantuccio di mondo, tra le strade popolari della sua Trieste. Incapace di vedere il male, lo splendore del bene fallisce dinnanzi al gretto utilitarismo del mondo, fino al dissolversi delle relazioni umane, di famiglie disgregate e spazi d’affetto impossibili. Non il marito Bruno, non la figlia Assunta, non la vecchia padrona della casa in cui lavora come cameriera, nessuno riesce a oltrepassare le barricate dell’ipocrisia e dell’arrivismo. E così Matilde, costretta a vivere sola, con i fantasmi della sua anima, abbandonata dai suoi affetti, può solo tornare un po’ bambina e un po’ fattucchiera, a giocare con le bambole e gli spilli, l’unica crudeltà di cui la sua bontà è capace.

Racconto lungo distillato, sobrio, elegante nel suo stile popolare e sincero, Tululù è il libro postumo di Mattioni, autore da riscoprire, capace di un’arte difficile. Chi scrive sa quanto può essere frustrante condensare il pensiero, quanto la parola può essere indocile alla sintassi. Eppure qui non c’è parola di troppo, frase fuori dall'essenziale, episodio inutile. Tutto è scabro e doloroso, fragile e sincero, dolorosamente reale. Perché è nella franchezza delle cose che si manifesta la verità e non si può affrontare il male se non c’è l’idea dello stesso nella propria anima. Tululù è costruito sulla dicotomia intero-esterno, tra l’intimità della casa e lo spazio feroce del mondo, oscuro e manifesto, dove la vita è in pericolo; il fuori è lo spazio della perdizione e della rovina e non basta un abito del passato, sfiorito dal tempo, per sconfiggere la perfidia delle cose. Tululù è testo da riscoprire anche per la disanima delle voci femminili, per l’indagine sul rapporto fra le donne e l’uomo e fra le donne e gli oggetti, in un tempo, quello contemporaneo, che nonostante tutto è ancora lontano dalle sue promesse di uguaglianza.

Chiudo con una riflessione del tutto personale. Fuoco centrale del romanzo, oltre alla protagonista, è la famiglia nella sua impossibile coesione, lacerata dalle spinte centrifughe della aspirazioni individuali dei suoi componenti. In questo senso la famiglia è una forma organizzativa sull’orlo della catastrofe. E non va lontano l’autore. Sempre più spesso gli anziani in ospedale, come ho potuto osservare nei turni di tirocinio, sono lasciati soli con le loro malattie, accuditi quando va bene da badanti che parlano con i medici e che promettono di riferire ai figli. Sempre più spesso gli anziani si rifiutano di riferire sui figli per fratture insanabili e affrontano da soli il loro male, riempiendo i reparti con la loro solitudine. In questo senso, nell’epoca dell'abbandono, Tululù ammonisce sulla deriva degli affetti e sul vuoto silenzioso che accompagna le nostre vite. Perché, in fondo, restare, è la strada più difficile.

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