Un marito Un marito

Un marito

Letteratura italiana

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Patrizia e Ferdinando sono sposati da più di vent'anni e nella loro vita tutto si ripete uguale. Insieme gestiscono una rosticceria a Marassi, in quella periferia genovese dove il mare s'intravede da lontano e la luce, per sopravvivere, è costretta a farsi strada tra muraglie di cemento. Nel negozio, la routine è consolidata: lui sorride ai clienti, lei si divide tra cucina e cassa; le ricette sono quelle della tradizione ligure, intoccabili; gli orari d'apertura fissi, impensabile concedersi ferie. È Ferdinando a sconvolgere i piani con una proposta: presto compirà cinquant'anni e ha voglia di fare "qualcosa di pazzo". Una vacanza, la prima e l'unica, tre giorni a Milano per concedersi un po' di svago. Ma quando arrivano in piazza Duomo, con la cartina in tasca e gli occhi rivolti alle guglie bianche, una bomba esplode sotto la cattedrale: un attentato, che si lascia dietro una scia di fumo, paura e caos. Quel giorno diverso segna l'inizio di un cambiamento inevitabile. Per tutti, Patrizia è una delle tante vittime della Tragedia. Per Ferdinando no: adesso non ha più nulla da temere, perché i suoi incubi si sono trasformati in realtà.

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Un marito 2019-06-26 18:50:04 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    26 Giugno, 2019
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Frammenti



Mi sono avvicinata a questo libro perché era in corsa per lo Strega (cerco di capire la scelta delle varie candidature)...ed ora che non lo è più, sento di poter affermare che sarà un grande assente.
Meritava di più. E soprattutto più visibilità.

Una scrittura piena, in eruzione.
Si sente che ogni parola non è stata messa lì per caso, che è il risultato di un lungo processo di scelta, di cura del dettaglio.
La struttura del romanzo è originale, Vaccari ci parla di un prima e di un dopo, lasciando un buco nero centrale, dal quale ci fa inghiottire per gradi.
Le descrizioni...di Marassi, del cibo, di Milano...sono pazzesche; io confesso di non amarle molto in generale, ma non posso non ammettere che siano fatte in modo strepitoso.
Ma è la maniera in cui affronta la perdita, il rifiuto della stessa, la sua non-elaborazione, ciò che mi ha più colpito.
Vaccari è riuscito ad indagare un dolore senza essere minimamente sentimentale, ma riuscendo a farti percepire esattamente il senso di smarrimento e disperazione di chi si ritrova privato di una parte importante di sé.
Sì, perché Ferdinando e Patrizia, pur essendo in due, in realtà costituivano un unico "sé", e non in senso propriamente romantico...ma come se avessero paura, timore di affrontare la vita, incapaci di guardare fuori dalla finestra delle proprie abitudini, incapaci di muoversi autonomamente nel mondo come singole entità.
Loro si bastavano.
Si alimentavano della loro routine.
Si saziavano dei loro gesti sempre uguali.
Si realizzavano unicamente nella gestione della loro rosticceria...anche questa, come loro due, chiusa alla modernità, sostenitrice della tradizione, immune al cambiamento, luogo per "i patiti dell'antiquariato gastronomico".
Si sentivano sicuri solo dentro le regole e i doveri che si erano autoimposti all'inizio, e ripetuti meticolosamente ogni giorno, tutti i giorni.
Sempre uguali negli anni.
Ossessionati da un amore, il loro amore, chiuso, solido come una roccia, eppure estremamente fragile, bisognoso di proteggersi da qualunque cambiamento che potesse rompere gli equilibri.

Ferdinando, alle soglie dei 50 anni, lo fa...chiede una boccata d'aria fresca, un'uscita fuori dai binari prestabiliti...rigorosamente insieme per carità, ma lontano dal quotidiano.
Solo due giorni.
7 e 8 Dicembre. Milano. Una vacanza.
Ecco la paura.
La paura di scoprirsi diversi, di avere voglia di altro, di guardarsi intorno, di stupirsi, di ritrovarsi cambiati, di non riconoscersi più.
Rimanere saldi, non lasciarsi entusiasmare troppo, questa è l'unica vera regola.
Un mantra da ripetere e ripetere.

Ma Ferdinando e Patrizia sono destinati ad esplodere, a diventare frammenti.
Una mano li prende e li scaraventa lontano.
Per la prima volta, lontani.
Soli.

Un romanzo denso di significati, in cui c'è tanto (perfino la distopia)...dall'analisi del rapporto di coppia al terrorismo, dalla paura del cambiamento all'importanza dei valori (primo fra tutti il lavoro), dalla normalità del quotidiano alla spettacolarità mediatica, dal privato al pubblico, dall'amore alla morte.

Un libro potente, dove il senso di vuoto e di perdita (dell'amore, delle abitudini, delle certezze, del senso d'identità) deflagra come un'esplosione.
Una bomba quando meno te l'aspetti.
Poi...i frammenti...

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Un marito 2019-03-17 15:41:37 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    17 Marzo, 2019
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Ferdinando e Patrizia

Ferdinando e Patrizia sono una coppia di mezza età che vive a Genova. Non hanno figli, hanno sempre trascorso la loro esistenza insieme mandando avanti una rosticceria. La loro vita quotidiana scorre tranquilla, fra ritmi ed abitudini ormai consolidati e rassicuranti: nessuno dei due vuole cambiare, nessuno dei due cerca l'evoluzione e la trasformazione, sono felici nella loro immobilità. Inaspettatamente però, Ferdinando, per il suo cinquantesimo compleanno vuole un farsi un regalo insolito, vuole chiudere la rosticceria per un paio di giorni ed andare via, concedersi un viaggio. Patrizia non è d'accordo, all'inizio oppone qualche resistenza, poi acconsente. Decidono di andare a Milano, una destinazione forse un po' banale e facilmente raggiungibile, ma dove entrambi non sono mai stati. Così, litigando un po' perché Patrizia ha paura che questa gita possa cambiarli in qualche modo, partono ed arrivano a Milano. Si chiude così la prima parte del romanzo.
Non è difficile immaginare che in quei due giorni succederà qualcosa di sconvolgente (non è difficile anche perché viene tranquillamente spoilerato nella quarta di copertina, impedendo al lettore anche di poter provare quel minimo piacere prodotto da un po' di suspense) e Ferdinando si ritroverà da solo e dovrà prendere atto in modo traumatico e violento che nessuna esistenza può ripetersi sempre uguale a se stessa senza ammettere il cambiamento.
Questo romanzo sinceramente non mi è piaciuto, lo ammetto subito e senza nascondere una certa delusione. Ne avevo sentito parlare benissimo infatti, come di un testo di alta letteratura, di un autore che si discosta dai poveri scrittori italiani contemporanei che scrivono per lo più robetta per vendere, per scrivere romanzi di indiscussa qualità letteraria. Ed infatti non voglio assolutamente smentire tutto ciò, il libro è molto originale, strano. La prosa di Vaccari è sicuramente di qualità, nel senso che usa un registro alto, scrive delle descrizioni che lasciano letteralmente senza fiato: direi che ha uno stile barocco. Purtroppo a me personalmente non piace. Ho faticato nella prima parte a leggere pagine e pagine di inutili descrizioni delle pietanze della rosticceria, pagine e pagine di descrizioni del quartiere Marassi di Genova: va bene, l'autore sa scrivere, mi ripetevo. Ma noi poveri lettori dobbiamo subire tutta questa noia? Solo per dire di avere dei gusti letterari raffinati e di qualità? Come dicevo prima, non fa per me.
Nella seconda parte il testo diventa ancora più difficile da leggere, con delle incursioni (che ammetto di non aver molto capito) nel distopico, ma non troppo. Fino ad un finale assurdo e inaspettato.
Si tratta senza dubbio di un romanzo particolare, scritto in modo altisonante e ridondante, che non si lascia definire in modo schematico, insolito e singolare. Per me lo è stato troppo.


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