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Siamo negli anni Cinquanta e Michael Berg attraversa i primi turbamenti dell’adolescenza. Quando un giorno, per la strada, si sente male, viene soccorso da Hannah, che ha da poco superato la trentina. Colpito da questa donna gentile e sconosciuta, irresistibilmente attratto dalla sua misteriosa e profonda sensualità, Michael riesce a rintracciarla. Tra loro nasce un’intensa relazione, fatta di passioni e di pudori. Presto, però, Michael intuisce che nella vita di Hannah, nel suo passato, ci sono altri misteri: qualcosa che lei non può rivelargli e che segnerà per sempre il destino di entrambi. A voce alta è una storia d’amore struggente, emozionante, ricca di colpi di scena.

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A voce alta 2019-03-08 17:25:19 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    08 Marzo, 2019
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Hanna mi chiamava ragazzo

Romanzo ricco di contrasti, caratterizzato da un timbro asciutto e struggente, da una prosa erudita e schietta. E’ uno di quei libri che restano attaccati addosso e continuano a parlarti anche dopo averne sospeso la lettura, e i molteplici interrogativi di respiro universale che apre ne fanno un’opera vicina al capolavoro.
Si tratta di questioni che non hanno una risposta definitiva, a meno di non trincerarsi dietro dogmi religiosi o principi etici, ponendo un netto confine tra ciò che è moralmente (e socialmente) accettabile e ciò che non lo è.
Quel dolore sordo e costante, quel senso inesorabile di perdita che da un certo punto in poi pervade il romanzo si trasmette al lettore in tutta la sua potenza, tanto più forte quanto più l’autore cerca di razionalizzarne l’essenza. Ma la ragione ha poco a che fare con gli eventi narrati, mentre è la passione ad avere un ruolo chiave. Passione cieca, si direbbe, persino degenerata secondo il punto di vista di alcuni, ma autentica come la gioia più pura, come il dolore più profondo.
“Hanna mi chiamava ragazzo”: Hanna, trentaseienne che seduce il quindicenne Michael, plagiandolo, forse, di sicuro marchiandolo a vita.
Hanna dal passato oscuro, ex criminale nazista, Hanna dal buon profumo di fresco, suo unico, vero, tormentato amore.
Sospendiamo il giudizio, ignoriamo i preconcetti, cerchiamo di comprendere: perché a volte la sofferenza redime, ed è l’amore ad aprire la strada.

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A voce alta 2019-02-13 14:00:59 giovannabrunitto
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giovannabrunitto Opinione inserita da giovannabrunitto    13 Febbraio, 2019
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La condanna di una generazione

Grazie a un consiglio di lettura, ho incontrato Schlink. E’ stato un colpo di fulmine. Inaspettato e violento, toccante e disturbante. Tutto allo stesso tempo.
La storia tra un ragazzino e una donna matura negli anni ’50 in Germania si intreccia con i conti che le generazioni tedesche post seconda guerra mondiale hanno dovuto fare con il nazismo. Ci sono tanti nodi in questo libro e non si sciolgono. Non possono sciogliersi. Accettare il crimine della Shoah non è possibile.
Si può e si deve sapere, ma non c’è modo di trovare una qualsiasi forma di riscatto, neanche dopo anni. Coloro che da dent
ro vissero il Nazismo potevano fare qualcosa?
Potevano reagire? Essere anche solo spettatori di quanto è accaduto significa essere conniventi?
E se poi si è partecipato all’Olocausto in maniera attiva?
Si è colpevoli lo stesso anche se si sono eseguiti degli ordini?
L’accettazione passiva è perdonabile o solo comprensibile?
Le altre mille domande che scaturiscano dalle domande precedenti, secondo me, non hanno e non avranno risposta. La Banalità del male di Hannah Arendt è l’unico approccio possibile , ma non è una risposta.
E poi dopo tutto o tra tutto o anzi sopra tutto c’è l’amore. Non cercato, incestuoso quasi, spavaldo e al di sopra anche della cattiveria umana. L’amore come elevazione da tutto ciò che di brutto, perfino mostruoso, c’è in ogni essere umano.
E sull’amore l’unico quesito possibile o forse l’unica certezza … Non scegliamo mai di chi innamorarci

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La Banalità del male di Hannah Arendt
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A voce alta 2018-11-16 07:38:41 ant
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ant Opinione inserita da ant    16 Novembre, 2018
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Michael e Hanna

un libro ambientato nella Germania degli anni 50,intriso di ricordi, esperienze forti, passato che si ripercuote sul presente e collegamenti col periodo nazista. Il protagonista è Michael che dà inizio alla narrazione con dei ricordi che sono indelebili e che caratterizzeranno tutta la sua vita e il suo pensiero. Michael è costretto ad abbandonare la scuola per molti mesi a causa di una grave malattia che lo colpisce , i sintomi di questo malore si manifestano prepotentemente x strada e a soccorrere il protagonista è una donna sulla trentina che poi si rivelerà un punto chiave nella vita di Michael, cioè Hanna. Appena il ragazzo si riprende decide di portare un regalo alla soccoritrice e da lì inizia una storia di sesso inizialmente e poi di amore. Il libro procede poi tra flashback e presente fino al momento clou, cioè il processo ai nazisti. Hanna è tra gli accusati e Michael un giovane avvocato. Concludo estrapolando un passaggio che mi ha colpito
"la mia sofferenza per l'amore di Hanna era in un certo senso il destino della mia generazione , il destino tedesco , al quale potevo sottrarmi solamente in malo modo, che potevo dissimulare peggio degli altri?... "
Paricolare

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A voce alta 2009-05-04 21:37:20 Arcangela Cammalleri
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Arcangela Cammalleri Opinione inserita da Arcangela Cammalleri    04 Mag, 2009
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A voce alta di Bernhard Sclink

La città che fa da sfondo al romanzo - mai nominata ma segnalata da riferimenti toponomastici precisi - è Heidelberg, sede della più antica università tedesca; siamo negli anni ’50 e l’adolescente Michael Berg incontra Hanna, una donna affascinante e misteriosa, sulla trentina: è passione e amore travolgenti. I loro incontri s’infittiscono e vivono un’intensa relazione fatta di sensualità e pudori. Quando Hanna sparisce, Michael con strazio prima, con la voglia di vivere dopo, prosegue gli studi, gli ultimi anni di liceo, la facoltà di legge, ma il ricordo di Hanna non lo abbandona mai, fino a quando durante un seminario sui procedimenti giudiziari, connessi al passato nazista, la rivede in tribunale. Lei e altre quattro donne accusate erano state sorveglianti in un piccolo campo di concentramento nei pressi di Cracovia, un lager esterno di Auschwitz. I capi d’accusa riguardano il modo in cui le imputate avevano agito ad Auschwitz, le selezioni nel lager e la notte del bombardamento che aveva posto fine alla colonna di prigionieri per l’Ovest; la responsabilità dei reparti di guardia e delle sorveglianti che avevano rinchiuso i prigionieri - centinaia di donne - nella chiesa di un villaggio che era stato abbandonato dalla maggior parte degli abitanti. Caddero un paio di bombe, forse destinate a una linea ferroviaria vicina o a una fabbrica, una colpì la canonica, l’altra centrò il campanile, prese fuoco il tetto della chiesa, le pesanti porte rimasero chiuse, le imputate avrebbero potuto aprirle, ma non lo fecero e così le donne rinchiuse là dentro bruciarono vive. Meno due, una madre e una figlia miracolosamente salvatesi, testimoni oculari, inchiodano le imputate alle loro responsabilità. Tutto il periodo del dibattimento, la condanna di Hanna e gli anni di carcere segnano il percorso di vita di Michael fino al suo tragico epilogo. E’ una straordinaria e struggente storia d’amore, Hanna si faceva leggere ad alta voce da Michael i romanzi perché era analfabeta - ma teneva segreta questa vergogna più del suo passato di aguzzina nazista - e una intensa riflessione sul nazismo: “cosa doveva e deve farsene, la generazione dei nati dopo, delle informazioni sulle atrocità dello sterminio degli ebrei.? “Noi non dobbiamo pensare di poter comprendere ciò che è incomprensibile, non possiamo comparare ciò che è incomparabile, non possiamo indagare, perché chi indaga sulle atrocità, anche se non le mette in discussione, ne fa comunque oggetto di comunicazione e non ottiene che qualcosa di fronte a cui può solo ammutolire per l’orrore, la colpa e la vergogna. Ma era giusto così? “Come poteva essere un conforto il fatto che il mio patire per amore di Hanna era in un certo senso il destino della mia generazione, il destino dei tedeschi, al quale riuscivo a sottrarmi solo malamente, col quale mi destreggiavo ancor peggio degli altri! Quanto meno mi avrebbe fatto bene, allora, se fossi riuscito a sentirmi parte della mia generazione.” L’autore nell’ultima pagina dice che tutto ciò risale ormai a 10 anni fa: “Quel che ho fatto o non ho fatto e quel che lei mi ha fatto: è ormai la mia vita.” All’inizio scrive la storia per liberarsi, ma i ricordi non si piegano a questo scopo. Poi si rende conto che la storia gli sfugge di mano, e vuole riprenderla per mezzo della scrittura, ma anche così non riesce a carpire la memoria. Da qualche anno la lascia stare perché ha finalmente fatto pace con lei.

Il romanzo, soprattutto nella seconda parte, quando la storia tra Michael e Hanna viene rivissuta attraverso la memoria, assume una dimensione lirica, pur nei periodi di lunghi silenzi e distanze, sedimenta strati su strati di malinconia, dolcezze e sensi di colpa contrastanti; è in questi pensieri che lo scrittore usa accorgimenti stilisti toccanti pur nell’apparente distacco emotivo. La terminologia e fraseologia giuridica che si riscontra nel testo quando si descrivono gli atti processuali non sono che le proprietà di linguaggio forense di Bernhad Sclink che è magistrato e docente di diritto in una università tedesca. Un gran bel romanzo e una storia singolare a cui il film rende onore, in quanto il regista riesce a mantenere quel registro emotivo distaccato, ma mai freddo e non scade nella retorica e nell’ovvietà.

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