Abito da sera Abito da sera

Abito da sera

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Un eroico samurai, autore di opere intrise di temi colti, di un clima austero, di un tragico sentire: è questa l'immagine più diffusa dello scrittore Yukio Mishima. Una rappresentazione riduttiva, che ignora tutta una produzione fatta anche di "svaghi" letterari, di cui Abito da sera è esempio illuminante. Pubblicato a puntate su una rivista femminile nipponica tra il 1966 e il 1967 e rimasto finora inedito in Occidente, il romanzo descrive il mondo dell'alta borghesia giapponese degli anni Sessanta, desiderosa solo di apparire, stregata dal fascino di modelli di vita estranei al gusto e alla sobrietà estetica tradizionali. Una satira feroce, fatta di ritratti grotteschi, che sa assumere il tono di una ridanciana irriverenza.

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Abito da sera 2014-05-09 02:52:25 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    09 Mag, 2014
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Fiori d’arancio nel Sol levante

A metà strada tra la satira sociale e il romance, “Abito da sera” di Yukio Mishima è la storia d’amore di Ayako, laureanda di una famiglia borghese (il padre è imprenditore farmaceutico) che convola a giuste nozze con un rampollo di alto lignaggio, conosciuto frequentando il club imperiale d’equitazione (“Il motivo per cui suo padre l’aveva spinta all’equitazione… era stato l’abito… fascino dell’abbigliamento che fa apparire una donna sobria e femminile”) ove spesso presenzia “anche la famiglia del Principe imperiale” e si respira il “clima aristocratico connaturato all’equitazione”.

Delicato il profilo di Ayako (“Era una ragazza docile, che accettava la benevolenza altrui come un favore…”), che viene imbrigliata dagli intenti nuziali della suocera, Donna Takigawa (“Era una tipica vedova allegra, cui il malinconico appellativo di vedova non si addiceva affatto”), già consorte di ambasciatore e ora madre di Toshi.

Il promesso sposo vive con la madre un rapporto conflittuale (“Toshi è veramente capriccioso… quel figliolo è egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone!”), ma è ricco di fascino (“Che strano soggetto, padroneggiava bene persino lo sport che più detestava”) e non è immune da malesseri esistenziali (“Perché ero solo… lui non aveva fornito spiegazioni convincenti a quella frase”).

Interessante, in questo romanzo, scoprire le fasi della love story giapponese anni sessanta: l’omiai informale (una formula di incontro fra candidati a un eventuale matrimonio), il fidanzamento consumato tra riti alto-borghesi (“La vita in abito da sera sferrò un nuovo attacco contro di loro”) e mondanità (“Che famiglia amante delle feste! Sembra che vivano solo per quello, non ti sembra?”) che tocca culmini (“Anche lo snobismo, quando giunge a tali livelli, è sublime”) anche estetici (“la bellezza e lo sfolgorio di una coppia all’apice della vita”).

Il momento più toccante?
A parer mio quando Ayako deve fare una drammatica scelta: laurearsi o sposarsi? “Questa lacrima sembrava un topolino schizzato fuori dalla gabbia”.

Il momento più cool?
Decisamente il viaggio di nozze (“Di questi tempi è di modo recarsi in viaggio di nozze alle Hawaii; ma anche nel seguire le mode v’è qualcosa di positivo”) tra fiori d’ibisco e uccelli del paradiso (“In quel luogo fiori, pesci, uccelli e coralli sembravano appartenere alla stessa specie”), a “mangiare l’insalata di cuore di palma” e anche “zuppa di tartaruga marina”.

Il momento più erotico?
La prima notte di nozze, quando Toshi si manifesta “del tutto diverso dai modi aggressivi di quei mariti che, in luna di miele, spaventavano le mogli con la loro mascolinità”. In quel momento Ayako tocca con mano (ehm) quanto “Toshio mescolasse indecenza e licenziosità con una dolcezza ineffabile”.

Il momento più narrativo?
Quando il rapporto con la suocera (“l’anziana donna che la detestava come uno scorpione”) si trasforma in una “guerra di logoramento” e i due sposini si alleano (“Ancora non hai capito le cattive inclinazioni di mia madre, sta brigando per separarci l’uno dall’altra!”) nel desiderio di smascherare la fatuità sociale (“un mondo in abito da sera, pieno di falsità e menzogna”). Ma la suocera è disposta a tutto (“Resto in attesa una settimana. Trascorsa questa, se non divorzi morirò io. La tua povera, povera mammina”) e allora Mishima, memore della tragedia greca, fa calare dall’alto il suo deus ex machina: “Sua Altezza la Principessa”!

Morale della favola: anche nel Sol Levante i fiori d’arancio rischiano di appassire per le ingerenze di una suocera?

Bruno Elpis

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