Ballo in maschera
Editore
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 2
Simbolo di rinascita
«La nonna cuce.
A tratti allontana da sé la gonna zingaresca, l’accosta per un attimo alla vita di Kriszti per poi continuare ad arricciare il grande scialle di cashmere che di solito copre il pianoforte.»
È da questo breve incipit che prende avvio “Ballo in maschera” di Magda Szabó, pubblicato in Italia da Salani nel 2015 nella traduzione di A. Rényi. Nota al grande pubblico soprattutto per “La porta”, l'autrice ungherese ambienta questa intensa vicenda in una scuola media statale della Budapest degli anni Sessanta, dando vita a una storia che intreccia memoria, crescita e ferite della Storia.
Al centro della narrazione vi è Krista Boros, una ragazza di sedici anni, introversa e solitaria, figlia del fotografo Endre Boros, vedovo di Zsuzsa, scomparsa nel 1942. La figura della madre, ormai assente ma costantemente evocata attraverso le fotografie conservate dal padre, continua a esercitare una presenza silenziosa e quasi ossessiva nella vita della giovane. Quando Krista si rifiuta di pronunciare un discorso sulla pace, si attira l'ostilità delle insegnanti e delle compagne, apparendo agli occhi di tutti come una ragazza ribelle e incomprensibile.
In realtà, dietro quel gesto si nasconde un dolore profondo che nessuno sembra in grado di comprendere. È qui che emerge il nucleo più autentico del romanzo; il rapporto che nasce tra Krista ed Eva Megyesi, l'insegnante di educazione civica. Tra le due si sviluppa un legame fatto di ascolto, fiducia e graduale comprensione reciproca. Eva è l'unica persona capace di guardare oltre le apparenze e di cogliere il peso che la ragazza porta dentro di sé, una sofferenza personale che affonda le proprie radici nelle tragedie della guerra e nelle sue conseguenze, destinate a propagarsi ben oltre la fine del conflitto.
Attraverso i ricordi che affiorano nel corso della narrazione emerge la figura di Viola, governante di Lujza e personaggio di straordinaria umanità. In un mondo travolto dall'odio e dalla violenza, Viola sceglie di sacrificarsi per salvare due ebrei perseguitati e, prima di essere deportata e uccisa, riesce a proteggere anche la piccola Krista. Per sottrarla al pericolo, finge persino di odiarla, trasformando il proprio affetto in un'apparente durezza. È uno dei gesti più toccanti del romanzo, capace di mostrare come l'amore possa manifestarsi anche attraverso il sacrificio e la rinuncia.
Per nascondere la propria identità, Krista viene travestita da zingara e partecipa a un ballo in maschera. A quello stesso evento prende parte, senza che le due lo sappiano, anche Eva, ventottenne, anch'essa sotto mentite spoglie. Il ballo assume così una forte valenza simbolica: è il luogo in cui le maschere nascondono i volti ma, paradossalmente, permettono alle verità più profonde di emergere.
«Chi mai può vedere il cuore degli uomini?»
Nel profondo, il desiderio di Krista è semplice e universale; sentirsi amata, appartenere a qualcuno, trovare quel nucleo familiare che la guerra le ha strappato troppo presto. È questa ricerca di affetto, protezione e appartenenza a conferire a “Ballo in maschera” la sua intensa carica emotiva.
Con la sensibilità che caratterizza tutta la sua produzione, Magda Szabó costruisce una storia capace di raccontare il peso della memoria e le ferite lasciate dalla guerra, ma anche la forza dei legami umani e la possibilità di trovare comprensione nelle persone che il destino pone sul nostro cammino.
“Ballo in maschera” è un romanzo delicato e profondo, che attraverso gli occhi di una giovane protagonista riflette sul dolore, sulla crescita e sul bisogno universale di essere accolti e compresi.
Indicazioni utili
Un magnetismo insolito
Questo è il primo romanzo che leggo di questa autrice ungherese, venuta a mancare nel 2007.
Considerata una notevole "scrittrice" del secolo passato, mi sono decisa a leggerla, incuriosita anche dal titolo dell'opera.
Una sala da ballo, due persone mascherate e molte cose da dirsi, sono la base del romanzo. Visto che le cose da raccontarsi, fra la giovane Kristi e la sua insegnante Eva, sono molto intime e personali, entrambe decidono di parlare e raccontarsi in terza persona.
Una scelta che può un pò sconcertare il lettore o almeno è stato così nel mio caso.
Inizialmente non ne vedevo l'utilità ed anzi non riuscivo ad "immergermi" totalmente nel libro.
Se qualcuno durante la lettura mi avesse chiesto: "Ma com'è il libro che stai leggendo?"; io gli avrei risposto che in fin dei conti non era male, ma niente di che, nella norma.
Solo che dopo tutte queste cose, non riuscivo a smettere di leggerlo; ero insolitamente attratta da un libro che non mi aveva colpito ma che mi attraeva. Infatti l'ho finito in pochissimo tempo.
Solo alla fine sono riuscita a capire ed a comprendere la scelta di stile dell'autrice. Spesso parlando di noi in terza persona riusciamo a raccontare, di noi, anche la parte più intima del nostro essere.
Comunque è un libro che mi sento di consigliare, soprattutto per gli argomenti trattati; ci troviamo in un paese, l'Ungheria, post conflitto mondiale, in cui molti bambini sono dovuti crescere senza un genitore ed in cui la solidarietà fra piccoli ci ricorda che aiutare gli altri non ci costa niente e ci fa stare meglio.
Vedremo se nel prossimo libro che leggerò di questa autrice lo stile sarà il medesimo.
Buona lettura!




























