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Letteratura straniera

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In una Chicago mitica e solforosa troviamo una piccola Little Egypt in esilio, forgiata sul dipartimento dell'Università di Chicago che l'autore ha conosciuto bene negli anni della sua formazione americana. In questo mondo claustrofobico e formicolante di vite 'Ala al-Aswani intreccia storie di esistenze che si cercano e si perdono. Sono esistenze strappate alla loro terra d'origine che vivono in un universo strano e straniero: la tentazione di conformarsi all'American way of life non è abbastanza. L'Egitto è lì, nel cuore di un'America traumatizzata dagli attentati terroristici dell'11 settembre. Quando viene annunciata la visita ufficiale del presidente egiziano a Chicago, si mette in moto il sistema di sicurezza dell'ambasciata, orchestrato dal temibile Safwat Shaker, che controlla e sorveglia tutti gli egiziani residenti in America. Complotto, manipolazione, proteste di libertà e sottomissione al potere, coraggio e vigliaccheria: al-Aswani trova così l'ampiezza e l'ambizione del romanzo politico e riesce a esprimere la dolcezza dei sogni e la violenza delle contraddizioni del mondo quale lo conosciamo.



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Chicago 2021-04-20 16:17:00 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    20 Aprile, 2021
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Essere egiziani in America

L'America è vista da sempre come la terra delle opportunità, dove a chiunque, sia esso americano o straniero, appartenente a questa o quella razza, professante la tale o la talaltra religione, viene data la possibilità di realizzarsi. Con un sogno in testa, una borsa di studio in tasca, una determinazione che pervade ogni cellula, sono in tanti ad esempio a partire dal lontano Egitto per raggiungere la fredda Chicago e laurearsi, specializzarsi, ottenere un dottorato, spesso anche lavorare presso la rinomata Università dell'Illinois. È qui che conosciamo un gruppo di conterranei di Ala Al-Aswani. Gente partita dall'Egitto per la stessa destinazione, portandosi dentro la stessa voglia di riscatto. Eppure ognuno è diverso. Lo è per estrazione sociale, lo è per visione politica, lo è per il legame più o meno forte con la madre patria. Allora troviamo il contrasto tra il professor Ra’fat Thabet, che ha tagliato tutti i ponti con la terra d'origine e si ritiene ormai americano a tutti gli effetti e il suo collega Mohammad Salah, pentitosi di essere partito come un "vigliacco" e in cerca di un'opportunità di rimpatriare che non si concretizza mai. Oppure spiccano le differenze tra il coraggioso Naghi ‘Abd al-Samad, studente efficiente, strenuo oppositore del regime espulso dall'Università del Cairo per motivi politici, ed il subdolo Ahmad Danana, lacché del governo, spia dei servizi segreti, studente al di sotto della mediocrità ma sospinto dalle sue "conoscenze". Differenze di estrazione sociale separano poi il superbo ed ambizioso Tareq Hosseib e la tenera ed umile Shaima’ Muhammadi, entrambi studenti modello, entrambi con qualche difficoltà di troppo ad integrarsi nel nuovo contesto, la cui attrazione reciproca non può che trascinarli in una passione del tutto naturale ma che va ben oltre i limiti imposti dalle convenzioni del loro paese di origine. La carrellata di personaggi prosegue tra professori nazionalisti, prostitute in cerca di guadagni extra, donne americane in difficoltà nel trovare lavoro a causa del colore della propria pelle. La visita negli Stati Uniti del presidente egiziano coinciderà, per qualcuno direttamente, per qualcun altro indirettamente, con una svolta decisiva dell'esistenza. Come nella sua migliore tradizione, anche qui l'autore si affida alla forma del romanzo corale per rendere un'idea quanto più ampia possibile delle varie sfaccettature dell'umanità coinvolta nei fatti narrati. Forte della sua stessa esperienza personale (anche lui, come i protagonisti, ha completato i suoi studi presso l'università dell'Illinois negli anni ottanta) e di una indiscutibile capacità di raccontare i fatti della vita, Al-Aswani mette a nudo le difficoltà che si incontrano quando si è arabi nell'America del post 11 settembre. Ai già prevedibili problemi legati all'ambientamento in un paese straniero e ad una cultura diametralmente opposta, alla lingua, al tipo di alimentazione, al modo di vestire, all'immancabile becero razzismo verso il diverso, si aggiunge la diffidenza, la paura, l'insensato assioma "arabo quindi terrorista" che purtroppo impedisce troppo spesso la civile convivenza. Ma le difficoltà, per i protagonisti e per quelli come loro, non vengono soltanto da fuori. Il vero nemico, anche a diverse migliaia di chilometri di distanza, resta l'Egitto stesso, quel regime che ha occhi e orecchie ovunque, che ti segue in ogni angolo della terra, che controlla ciò che fai, dici, perfino pensi. E qui parte la vera, la più forte e scomoda opera di  denuncia del libro, che mette a nudo i rapporti tra i servizi segreti egiziani e quelli statunitensi, nati proprio in virtù dei fatti dell'11 settembre, volti ad una collaborazione forte nella lotta contro il terrorismo di matrice islamica, ma ben presto degenerati in abusi, violenze, torture, perpetrate senza prove, senza regole, senza pietà. Quando entra in scena il sanguinario generale Safwat Shaker è impossibile non andare con il pensiero a ciò che è successo a Giulio Regeni e avviene tuttora a Patrick Zaki ed è facile immaginare quanti episodi del genere siano successi e succedano ogni giorno nel silenzio assordante delle istituzioni.

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