Democracy Democracy

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Letteratura straniera

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Inez Victor è una donna bella e affascinante, rilascia interviste, organizza cocktail party e raccoglie fondi. Suo marito, Harry Victor, è un senatore degli Stati Uniti d'America. Cosa faccia Jack Lovett, invece, nessuno lo sa con precisione. Forse il consulente per il governo, forse l'agente segreto, forse il trafficante d'armi. Jack è l'uomo giusto nel posto giusto. È così che ha conosciuto Inez, sposata Victor, la donna giusta al momento sbagliato. Fra Honolulu e il Sudest asiatico, tra Washington e New York, gli sguardi e i gesti fra i tre si intrecciano sempre di più stringendoli nella morsa di quegli anni '70 che hanno visto la politica americana rendersi inseparabile dalle vite private dei suoi protagonisti. Fotografata, ripresa, inseguita, Inez osserva la sua vita cadere a pezzi come se non la riguardasse.



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Democracy 2014-12-12 06:26:13 pirata miope
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pirata miope Opinione inserita da pirata miope    12 Dicembre, 2014
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Di COSA PARLIAMO?

Quando apri la prima pagine di "Democracy" fai fatica a capire se stai leggendo un romanzo, un poema, un diario intimo, un esperimento letterario o più semplicemente « i cocci di un romanzo»: le prime frasi sulla “luce dell’alba durante i test sul Pacifico” che “ti fa quasi pensare di aver visto Dio” sono un verso, immediatamente dopo ti viene raccontato il colloquio fra un uomo e una donna, ma l’effetto è quello di una registrazione inceppata causa l’apparecchio guasto. E’ un po’ come se la scrittrice non avesse ancora scelto uno stile, e non riuscisse a produrre altro che una frase smozzicata, un procedere incerto fra le parole che non può fare a meno di puntellarsi sulle ripetizioni. E nulla cambia, anche quando lo scenario si amplia: gli esperimenti nucleari condotti dagli Stati Uniti negli anni 50, la guerra del Vietnam, la CIA, il colonialismo, la politica, "Vogue", e come labile filo conduttore la passione di una vita fra Inez Victor, moglie di un senatore, e Jack Lovett, faccendiere o spia nel sudest asiatico. Fa anche capolino nel fitto intreccio la figura dell’autrice con il suo ribadire che i tasselli del puzzle sono stati messi insieme fra mille dubbi: il risultato è una verità a tal punto a brandelli da lasciare emergere più le ombre che le luci. Non ci si deve comunque sorprendere troppo, tenendo conto che si tratta di un modo coerente di concepire la scrittura: le radici sono nella prosa scarnificata all’estremo di Hemingway, nel minimalismo di Carver, ma anche nelle teorie del New Journalism, il movimento sviluppatosi negli anni 70, di cui la Didion ( 1934), giornalista e scrittrice, è stata definita la Maestra. Democracy, considerato un classico della letteratura americana del ‘900, è il manifesto programmatico di un rinnovamento radicale nello stile: posto che di una verità oggettiva negli accadimenti si debba sempre dubitare, il giornalista, diventato romanziere, deve rinunciare a una versione definitiva ed insindacabile degli eventi. Se si lasciano affiorare i dettagli, le suggestioni, ci si accorge che la realtà è molteplice a seconda di chi la vive e ciò la rende sfuggente, inafferrabile, persino per chi ha la presunzione di raccontarla. Il relativismo cela però un messaggio subliminale, evocato dal titolo: parole ed immagini dietro di sé hanno il vuoto e spesso si mutano nel contrario di quello che vorrebbero significare. Allora di cosa parliamo, quando parliamo di democrazia?

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