Narrativa straniera Romanzi I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo
 

I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo

I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo

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La chiamavano Leila Tequila a casa e al lavoro, nell'edificio color palissandro sulla viuzza cieca che acciottolava giù verso il porto, annidata fra una chiesa e una sinagoga, negozi di lampadari e kebabberie: il vicolo che ospitava i più antichi bordelli autorizzati di Istanbul. Dieci minuti e trentotto secondi dopo che il cuore di Leila smette di battere la sua mente è in piena coscienza e quello che accade è sorprendente: scene cruciali della sua esistenza rivivono attraverso il ricordo dei sapori più intensi che abbia mai provato. Lo stufato della capra che suo padre aveva sacrificato per celebrare la tanto attesa nascita di un figlio maschio; la miscela di zucchero e limone che sobbolliva sul fornello, usata dalle donne per la ceretta mentre gli uomini andavano a pregare nella moschea; il caffè scuro e forte al cardamomo, per sempre legato alla via dei bordelli Leila sta morendo, ma la sua anima lavora, implorando di essere salvata mentre abbandona il corpo. Ma cosa è successo a Leila, la prostituta, trovata cadavere di fronte a un campo di calcio umido e buio, dentro un bidone dell'immondizia con i manici arrugginiti? Elif Shafak ritorna con un romanzo duro e luminoso, dettato da una necessità ineludibile, un romanzo che ospita la realtà tutta. Ed erige davanti ai nostri occhi una città lacerata e nervosa, affamata di libertà, una città femmina che salva e condanna.

Recensione della Redazione QLibri

 
I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo 2019-07-12 16:53:23 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    12 Luglio, 2019
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Istanbul, città femmina

Sarà poi vero che, quando il nostro cuore cessa di battere, l’attività cerebrale persista per svariati minuti? E, nel caso, quanti e quali pensieri in quel momento sopravvivono?
La mente di Leila, dopo la morte, ha continuato a essere attiva esattamente per dieci minuti e trentotto secondi, un lasso di tempo insignificante ma sufficiente per rievocare, partendo da sapori e profumi che riaffiorano come per incanto, tutta una vita iniziata non nel migliore dei modi e finita tragicamente. Prende così avvio la vicenda narrata nel nuovo romanzo di Elif Shafak, scrittrice turca tra i nomi più noti dell’odierno panorama letterario, non solo vicinorientale ma mondiale.
Leila, la protagonista, soprannominata “Tequila” per la sua resistenza a mandar giù le amarezze della vita un sorso dopo l’altro, era una prostituta della vecchia via dei bordelli di Istanbul, città di cicatrici più che di occasioni, dove era arrivata ancora molto giovane, sola e senza un soldo, facile preda di chi se n’era subito approfittato vendendola a uomini di tutte le età; il passo che l’aveva poi portata a esercitare in una casa di tolleranza autorizzata era stato brevissimo. Nata e cresciuta in una cittadina di provincia lontana anni luce dalla capitale, Leila fuggiva da un ambiente familiare pieno di veleni e menzogne. L’amore l’aveva dapprima sfiorata, poi trovata, infine tristemente abbandonata, mentre l’amicizia, quella più autentica e coltivata nel corso degli anni, avrebbe continuato a riempire e sostenere la sua esistenza messa a dura prova. E proprio i suoi amici, cinque in tutto, ognuno a suo modo appartenente a un mondo di reietti della società, trovano ampio spazio tra le pagine del romanzo con le rispettive storie che s’intrecciano a quella di Leila.
Trama originale e anche appassionante, quella costruita dall’autrice che ci racconta non soltanto una dolorosa vicenda umana, seppur di fantasia, ma pure parte della storia contemporanea di un Paese, la Turchia, da sempre in bilico tra Europa e Asia. Sullo sfondo, bella e dannata con le proprie aspirazioni occidentalizzate, compare in particolare Istanbul, “città femmina” secondo la definizione della stessa Shafak, dove convivono modernità e tradizione e nella quale si ritrovano i sogni e le disillusioni di tanti che vi si sono trasferiti per cercare fortuna. Il Cimitero degli Abbandonati di Kylos, esistente per davvero, diviene drammatico simbolo di come la vita possa concludersi nel peggiore dei modi per molte di queste persone che sono tagliate fuori dal perbenismo ipocrita della società, Leila e i suoi amici compresi.
A parte la traduzione in lingua italiana che reitera scorrettamente la parola musulmano con la doppia esse (persino in arabo, si scrive con una esse sola!) e diverse imprecisioni formali anch’esse ripetute più volte, il romanzo offre una prima parte, incentrata sulla storia personale di Leila dalla nascita fino alla morte violenta, che cattura il lettore con uno stile affascinante e coinvolgente; nella seconda e terza parte, a mio parere, l’intensità della narrazione viene invece decisamente a scemare, seppure vi siano svelati vari retroscena utili a ricostruire il quadro completo della storia, forse per via degli eventi finali troppo concitati o dei tanti dialoghi non esaltanti tra gli amici. Nel complesso, una buona lettura che, tuttavia, non mantiene pienamente le promesse iniziali.

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I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo 2019-08-05 16:35:27 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Agosto, 2019
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Leyla, la donna di Istanbul

«Una volta sua madre le aveva raccontato che l’infanzia era una grande onda azzurra che ti solleva, ti spinge avanti e poi, proprio quando pensi che durerà per sempre, sparisce, e tu non puoi rincorrerla né riportarla indietro. Ma prima di sparire, l’onda ti lascia un ricordo, una conchiglia di strombo sulla riva, dentro cui si conservano i suoi dell’infanzia. E ancora oggi, se chiudeva gli occhi e ascoltava attentamente, Jamilia riusciva a sentirli…»

Il suo nome è Leyla Afife Kamile, è nata il 6 gennaio 1947 e il suo nominativo è stato scelto affinché lei, la bambina nata in una famiglia con un marito e due mogli e strappata al grembo materno ingiustamente, potesse fregiarsi di fierezza, grandiosità e inequivocabilità in quella innata impeccabilità purezza, castità e perfezione che indubbiamente l’avrebbero contraddistinta. Ma Leyla è sempre stata l’emblema dell’imperfezione. Ha sbagliato, è caduta, ha solcato strade di disapprovazione, si è risvegliata prostituta. Tutti la conoscono come Leyla “Tequila “per la sua innata capacità di ingoiare le amarezze della vita quasi come se fossero shottini da buttar giù uno dopo l’altro e cinque sono le anime con cui lei si sente in simbiosi e con cui si raffronta, alla disperata ricerca di quella comprensione, di quel luogo chiamato casa. Anche adesso che, in quella sera del 29 novembre 1990 è morta e il telegiornale ha annunciato, in una striscia giallo acceso al termine delle notizie, che una prostituta era stata trovata uccisa in un cassonetto: la quarta in un mese. “Panico tra le lucciole di Istanbul”, ella non si rassegna.

«Solo perché qui ti senti al sicuro non significa che sia il posto giusto per te, ribatté il cuore. A volte dove ti senti più sicuro è dove ti sei meno di casa»

Ma perché Leyla è morta? Cosa le è accaduto? Perché da adolescente piena di sogni si è risvegliata nell’universo distorto di un bordello in cui non vi è spazio per la speranza, per il futuro? E cosa accade davvero quando il nostro cuore cessa di battere? L’attività cerebrale si interrompe immediatamente o persiste ancora per svariati minuti a ricordare, a essere viva?
Dieci minuti e trentotto secondi. Questo è il tempo che Leyla, che ha rinunciato alla “i” di “infinity” per quella spregiudicata y, ancora riesce ad assaporare dopo che la sua dipartita è sopraggiunta. Dieci minuti e trentotto secondi in cui rievoca ricordi, vissuto, storie. Storie di vite personali, storie di anime dimenticate, lasciate a sé stesse. E così Leyla rivive. Rivive gli anni di un’infanzia fatta di menzogna, rivive i ricordi dell’amore che l’ha sfiorata e poi abbandonata, rivive i giorni dell’arrivo a Istanbul, città di promesse e illusioni che l’accoglie povera e priva di un soldo e che la rende la perfetta preda di uomini disposti a tutto pur di lucrare sulla sua pelle.
Ogni capitolo è dedicato a un minuto della vita della protagonista ideata da Elif Shafak, episodi in cui oltre che a ricordare il suo tempo l’autrice affronta tante intrinseche tematiche appartenenti al quel mondo medio-orientale che ancora oggi è tutto da scoprire. Ad avvalorare ulteriormente il palcoscenico, tra tutti, un luogo davvero significativo: il Cimitero degli Abbandonati di Kylos, luogo davvero esistente e meta in cui vengono raccolti tutti i dimenticati, tutti coloro che non rientrano nei confini precostituiti della società. Al tutto si somma una penna affascinante che cattura e conduce il lettore conquistandolo senza difficoltà. La prima parte del volume si concentra in particolare sulla vita dell’eroina sino al suo drammatico epilogo per lasciar posto, nella seconda e terza parte a voci che tra loro si intersecano per ricomporre anche quegli ultimi tasselli mancanti alla ricostruzione del quadro.
L’elaborato si presenta quindi caratterizzato da una trama originale e fortemente introspettiva a cui si somma uno stile narrativo accurato e fin troppo minuzioso, tuttavia, pian piano nel proseguire delle vicende, la lettura perde di intensità, la scrittura stessa risulta talvolta essere lenta e farraginosa tanto da rischiare di disincentivare dall’andare avanti. A ciò si aggiungono delle inesattezze formali che lasciano un po’ perplessi e che ahimé colpiscono anche il conoscitore meno esperto di questa cultura.
In conclusione, un buon libro, da leggere e da conoscere ma che non riesce totalmente a soddisfare le aspettative di chi legge.

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