Ieri Ieri

Ieri

Letteratura straniera

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Tobias Horvath è un emigrato, ogni suo giorno scorre nella quotidiana lentezza dell'abitudine e della ripetizione di gesti vuoti. Ha trascorso l'infanzia nella miseria, all'ombra della madre che era la ladra, la mendicante, la prostituta del paese. Quando, tra i molti che vedeva entrare e uscire di casa, ha scoperto chi era suo padre, Tobias ha preso un lungo coltello e glielo ha affondato nella schiena.



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Ieri 2019-07-03 16:06:47 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    03 Luglio, 2019
#1 recensione  -   Guarda tutte le mie opinioni

Divento niente per diventare scrittore. Scrivo.

«Camminare nel vento è una cosa che non si può fare altro che da soli, perché c’è una tigre e un pianoforte la cui musica uccide gli uccelli, e la paura può essere dissolta solo dal vento, si sa, io è tanto che lo so»

Il suo nome era Tobias Horvath, il suo nome è Sandor Lester. Della sua infanzia non ha memoria o almeno se ne ha certo non ne parla con chiunque. Sua madre si chiamava Esther, era una giovane donna rimasta incinta troppo presto e troppo presto creatasi la nomea di puttana del paese, mendicante, ladra. Di suo padre, ufficialmente conosce della morte, poi scopre che in realtà questi altro non è che l’uomo che sovente si reca nel luogo in cui vive per compiere i gesti dell’amore con la giovane donna. La morte provocata, la fuga, il rifugio, il ricominciare, la fabbrica di orologi, la corsa ogni mattina, il bus, Lei. Tutto si sussegue in una monotona routine di gesti, atti, azioni, ininterrotti, scanditi da un tempo dall’unico e insindacabile ritmo. Il futuro? Line. La donna immaginaria da sempre attesa che da fantasia diventa realtà. O forse no?

«Ormai mi restano poche speranze. Prima cercavo, mi spostavo continuamente. Attendevo qualcosa. Che cosa? Non ne sapevo niente. Ma pensavo che la vita non poteva essere se non quello che era, vale a dire niente. La vita doveva essere qualcosa e aspettavo che questo qualcosa arrivasse, lo cercavo. Ora penso che non c’è niente da aspettare, così resto nella mia stanza, seduto su una sedia, e non faccio niente. Penso che c’è una vita là fuori, ma in quella vita non succede niente. Niente per me. Per gli altri può darsi che accada qualcosa, è possibile, questo non mi interessa più. Io sono qui, seduto su una sedia, a casa mia. Sogno un poco, ma non veramente. Cosa potrei sognare? Sono seduto qui, è tutto. Non posso dire che sto bene, non è per il mio benessere che io resto qui, tutt’altro. Penso che non c’è niente di buono a restare qui, seduto, e che dovrò per forza alzarmi alla fine, più tardi. Provo un vago malessere a restare qui seduto, senza fare niente da ore, o da giorni, non so. Ma non trovo alcuna ragione d’alzarmi per fare una cosa qualsiasi. Non vedo, assolutamente non vedo cosa potrei fare.»

Quella del protagonista è una vita di attesa, un’esistenza squallida in cui i fatti e gli eventi si susseguono senza che lui sia colto da alcun interesse. È un uomo solitario, apatico, un emigrato che aspetta quella figura femminile con quell’ostinazione e quella follia che soltanto a seguito dell’incontro verrà ridimensionata. Perché si può vivere anche senza sogni, anche senza quell’apparente motivazione radicata in una persona che finisce con l’essere il catalizzatore del nostro tutto, anche senza viverla davvero appieno quella vita ma semplicemente accontentandosi del sopravvivere.
Uno scritto breve è “Ieri” di Agota Kristof, un volumetto di appena 94 pagine che si esaurisce in poco più di un’ora ma che ha una capacità narrativa e contenutiva indiscussa tanto che non delude le aspettative soprattutto per chi ha amato ed è rimasto affascinato da “La trilogia della città di K”. Anche in questo caso quegli elementi di profondità, mistero, intensità e confusione propri dell’autrice ci sono tutti, così come quella penna magnetica che imbriglia e trattiene.
Non mancano nemmeno i temi alla stessa cari quali la guerra, l’assenza di una collocazione geografica chiara in uno spazio temporale definito, descrizioni di personaggi lineari con carte di identità riconosciute, la psicologia, la famiglia, i rapporti umani, la condizione economica, la dittatura sovietica, la solitudine, l’introspezione, l’amore, la perdita, la miserabilità.
Tutto è però contornato e condotto da uno stile narrativo prezioso, erudito, duro e morbido, acre e affilato, ricco di emozione, al giusto tempo, concreto e veritiero. Umano.

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Ieri 2016-06-09 10:35:38 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    09 Giugno, 2016
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Bisturi e poesia...


Romanzo breve, racconto lungo...quello che conta è ciò che mi ha lasciato e le emozioni che mi ha suscitato: la Kristof riesce ad arrivare a toccare delle corde in me laddove altri scrittori falliscono...e se dovessi spiegare il motivo per cui il suo stile così asciutto ed essenziale, ma al contempo profondo ed intenso, riesca ad incollarmi alle pagine come se null'altro esistesse, non saprei farlo.
Ho molto amato la "Trilogia della città di K" e temevo di rimanere delusa dagli altri suoi scritti, non è stato così.
Indubbiamente ci sono in lei dei temi ricorrenti, quali la guerra (che faccia da sfondo o sia solo citata non importa...c'è!), l'ambientazione "non collocabile"...in un tempo "non ben definito", il gioco di identità dei personaggi e soprattutto il voler giocare con i loro nomi, la menzogna, un'infanzia misera (o miserabile) che ritorna costantemente a galla, l'alienazione...il delirio psicologico...
In questo racconto però c'è anche altro, c'è l'amore...un amore impossibile, ma pur sempre amore. E poi c'è poesia...una meravigliosa alternanza di frasi spietate e affilate e frasi profondamente poetiche e musicali.

"Ieri ho vissuto un istante di felicità inattesa, immotivata. È venuta verso di me attraverso la pioggia e la nebbia, sorrideva, fluttuava al di sopra degli alberi, mi danzava davanti, mi circondava.
Io l'ho riconosciuta.
Era la felicità d'un tempo remoto, quando il bambino e io eravamo tutt'uno".

Meraviglioso...

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Ieri 2014-06-09 09:38:23 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    09 Giugno, 2014
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Line

“Mia madre era la ladra, la mendicante, la puttana del villaggio”.
La lama di un lungo coltello conficcata nella schiena di un uomo con l'intento di trafiggere anche la donna addormentata sotto di lui: un'immagine di furia omicida contrapposta alla passione carnale.
In Tobias c'è l'intelligenza di quest'uomo e la bellezza selvaggia di questa donna, il suo animo è una ferita aperta, la sua mente un caos in cerca di pace.
Tobias aspetta la vita vera mentre trascina una squallida esistenza da operaio emigrato, apatico e solitario. Aspetta Line, con un'ostinazione che è quasi follia:
“Si chiama Line, è la mia donna, il mio amore, la mia vita. Non l'ho mai vista”.
Si sbaglia su tutti i fronti, ma lo scoprirà soltanto dopo averla incontrata e amata di un sentimento disperato, puro e depravato.
Scoprirà che si può sopravvivere anche facendo a meno dei sogni, con la soddisfazione arida di quelli che, a fine giornata, “chiudono le loro porte a doppia mandata e aspettano pazientemente che la vita passi”.
Forse, se ci fossero solo loro due al mondo l'amore sarebbe possibile, ma Line è la felicità di un'infanzia incontaminata che non può tornare, quella di un bambino che guarda la luna e crede ancora che tutto sia argento e luce, mentre in realtà “ci sono solo campi morti e fangosi”.
La prosa asciutta e a tratti amaramente ironica di questo brevissimo romanzo diventa poesia per esprimere un dolore sordo che non trova altro sfogo, poesia che restituisce la libertà di un volo immaginario ad un uccello dalle ali spezzate, dal cuore infranto.
Si corteggia la morte, ma si continua a vivere:
“Io conosco campi meravigliosi. Se tu potessi raggiungerli, ignoreresti il tuo cuore”.

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Ieri 2014-06-04 20:05:45 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    04 Giugno, 2014
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Ieri

“Ieri tutto era più bello, la musica tra gli alberi, il vento nei miei capelli e nelle tue mani tese al sole.”

Con Agota Kristof non sai mai quando dice la verità e quando racconta le menzogne.
Facilmente individuabile è la nazione non ben definita in cui è ambientato questo romanzo, è un posto ricco, dove trovano riparo molti profughi e dove anche il lavoro nelle fabbriche non è difficile da trovare se si pensa che c’è in corso una guerra. Il salario di un operaio è basso, a malapena si riesce a mangiare e pagare l’affitto, ma il lavoro è indispensabile per la vita stessa e chiunque ce l’ha sopravvive. L’operaio ha una vita monotona, si fanno sempre le stesse cose: un cartellino da timbrare, la regolarità degli orari degli autobus che fanno fermate fisse, un pasto alla mensa di modeste proporzioni, ma l’uomo ha una mente che elabora pensieri e il protagonista ha molto da pensare, tra quello che è la sua vita presente sulle basi di quello che è stato il passato, per meglio reinventarsi il futuro. Si illude di essere perfino un bravo scrittore che farà carriera vendendo la sua storia. Intanto ha un nome inventato, una vita inventata, diverse incertezze, tanti dubbi e una sola attesa che si chiama Line.

La vita non è mai perfetta.

La vita di Tobias o Sandor che si reinventa, che si racconta in questo romanzo è il fulcro di questo piccolo romanzo di appena 90 pagine ma corposo nella sostanza. Eppure è il romanzo perfetto, dove anche le imperfezioni compiute dal protagonista e dagli altri personaggi diventano fondamentali per la riuscita di questa piccola opera dal messaggio chiaro e preciso. La sua vita è alienata dalle insoddisfazioni e dalla sofferenza e spesso è sinonimo di morte, ma sarà che accarezzando il pensiero della morte Tobias o Sandor finirà per amare la vita?

“Amavo la morte. Amavo giocare con la morte. Posato in cima alle oscure montagne, chiudevo le ali e, come una pietra, mi lasciavo cadere."
Ma non arrivavo mai fino in fondo.”

E’ un classico esempio di quando si dice che la qualità di un libro non è proporzionata alla quantità delle pagine. Dilungarsi nella trama non ha senso, eppure l’ho fatto e forse scriverei all’infinito, superando anche le 90 pagine, anzi consiglio vivamente di non leggere la quarta di copertina e farsi questo viaggio semplicemente iniziandolo a leggere in una sola pausa lettura. Lo stile e la forma espressiva sono catalizzanti, se conosci Agota sai che sei nelle sue mani e soffrirai molto per quello che ti racconterà, con la consapevolezza di non riuscire a staccarti dalla lettura perché vorrai ardentemente conoscere se salterà fuori il punto d’incontro tra il passato e il presente.

-Hai scelto di scappare e di diventare un niente. Un operaio di fabbrica. Perché?
-Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore.

Agota aveva tanto talento da vendere.

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Lo consiglio a chi cerca un classico del 900, a chi ha amato Delitto e castigo, a chi ama i thriller e i noir questo è un esempio di confessione a cuore aperto tra la vittima e carnefice, a chi piace scrivere e scrive di tutto, c’è tanta innovazione stilistica e tanta sapienza.
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Ieri 2011-12-26 10:07:17 floria di tosca
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floria di tosca Opinione inserita da floria di tosca    26 Dicembre, 2011
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Il passato non passa mai

Silenzio. Silenzio e ricordi, vento, tangibile compagnia per Sandor Lester alias Tobias Horvath ,esule e pellegrino solitario. Senza più appartenere a qualcuno né ad una terra, né ad un tempo, senza l’orgoglio del passato come seme del futuro, nudo e spoglio cammina nel vento, corre nel richiamo sussurrato muto e freddo perché qualora non seguisse quel richiamo, lo attenderebbe qualcosa di più spaventevole del nulla: il ricordo.
E quel ricordo muove le mani, le orienta, le pervade di musica e riempie gli occhi di lacrime, acqua che acceca e sfuoca … E allora il perché di una vita finita e ricominciata porta un nome nuovo, che sa di eredità senza importanza e di meretrice . Lui , che crede di aver sterminato la sua nucleare famiglia ha lasciato IERI, e nel suo oggi straniero e singolare, ha coniugato nel suo nome il passato e declinato nel futuro lo stesso ieri da cui non riesce a separarsi nemmeno nel presente.
E quando il futuro arriva, è ancora ieri, porta il nome della donna di ieri, del passato che però solo per Sandor, è rimasto rannicchiato nei ricordi .
Linne: non vale, così non vale! Perduta e ritrovata e di nuovo lasciata in fondo alla via della memoria, lei è una radice, lei ha un nome che significa qualcosa per qualcuno, e non può - neppure se volesse - rinnegare il suo tempo. Perché per Linne il tempo è davvero passato, ed il passato è fermo lì, nel nome di una buona madre e di una vita di senso e di calore.
Vai Sandor, …cammina nel vento …
“Camminare nel vento è una cosa che non si può fare altro che da soli, perché c’è una tigre e un pianoforte la cui musica uccide gli uccelli, e la paura può essere dissolta solo dal vento, si sa, io è tanto che lo so...”

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... gli altri libri, meravigliosi e asciutti, di Agota.
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Ieri 2011-12-12 16:11:12 MCF
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MCF Opinione inserita da MCF    12 Dicembre, 2011
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Miseria e dolore

Mi è piaciuto molto questo libro, breve ma incisivo scritto da Agota Kristof, autrice ungherese nata nel 1935 e sempre vissuta all’estero. In “Ieri”, racconta la vita di un emigrato fuggito da una situazione dolorosa e umiliante che cerca disperatamente di lasciarsi alle spalle. Spesso, rivede il bambino che è stato, con tutti i suoi sogni, ora infranti, e la sua compagna di infanzia, che ha amato ma anche odiato perchè accettata dal padre che lui non ha avuto.

Così l'autrice scrive:

“Ieri tutto era più bello
La musica tra gli alberi
Il vento nei miei capelli
E nelle tue mani tese
Il sole"

"Ieri ho vissuto un istante di felicità inattesa, immotivata. E' venuta verso di me attraverso la pioggia e la nebbia, sorrideva, fluttuava al di sopra degli alberi,mi danzava davanti, mi circondava. Io l'ho riconosciuta. Era la felicità di un tempo remoto quando io e il bambino eravamo tutt'uno."

"Credo che presto sarò guarito. Qualcosa si romperà in me o in qualche parte dello spazio. Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c'è che la mietitura, l'attesa insopportabile e l'inesprimibile silenzio."

“Vai là dove le persone sono felici perché non conoscono l’amore. La sera chiudono la loro porta a doppia mandata e aspettano pazientemente che la vita passi.” Dedicata a chi rifiuta coinvolgimenti emotivi per preservare l'equilibrio faticosamente conquistato.

"Perchè è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore." Forse l’autrice vuole dire che solo quando una persona sprofonda nel dolore e/o non ha stima di se stessa prova il bisogno di scrivere per rifugiarsi in un mondo diverso, più bello, in linea con le sue aspettative.

I temi sono il dolore e la guarigione cioè l’accettazione del passato ("Allora gli uomini del battello, gettando uno ultimo sguardo verso la terra, hanno preso sulle spalle i loro morti.") tematiche che ritroviamo nei film di Almodovar “Gli abbracci spezzati” e di Loach “Il mio amico Erich”.
Da leggere e rileggere per apprezzarne la poesia e la quieta analisi delle emozioni.

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“La trilogia della città di K” della stessa autrice
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