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Il romanzo più atteso di Yasmina Khadra dai tempi de L’attentatrice. Una immersione nella mente di un giovane terrorista, oggi, in Europa. Khalil e Rayan sono due ragazzi di origini marocchine cresciuti insieme in Belgio. Rayan si è integrato senza problemi mentre Khalil è preda di un furore disordinato, e litiga costantemente con la sua famiglia. Frequentando la moschea incontra dei nuovi amici, e il suo pensiero, la sua determinazione, iniziano a cambiare. Un sentimento ispirato e tragico lo spinge all’azione, e lo prepara a commettere l’impensabile. Fin quando, seduto su un vagone gremito della metropolitana all’uscita dello stadio di Saint-Denis, Khalil recita un’ultima preghiera e preme il detonatore della sua cintura esplosiva.

Recensione della Redazione QLibri

 
Khalil 2018-09-21 16:15:54 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    21 Settembre, 2018
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Vivere e lasciar vivere

Che cosa spinge un giovane musulmano, nato e cresciuto in Europa, a imbottirsi d’esplosivo per farsi saltare in aria in mezzo alla folla di una metropoli occidentale? Perché in tanti, troppi, si lasciano abbagliare dalle parole di falsi profeti che istigano alla violenza quale unica strada da seguire? Cosa alimenta la rabbia delle periferie, smisurata a tal punto da sfociare in attentati e massacri indiscriminati perpetrati in nome di Dio?
Avvincente ed emozionante, l’atteso nuovo romanzo di Yasmina Khadra cerca di trovare risposte a tali quesiti, presentandosi come una lettura particolarmente invitante per chi sia interessato ad approfondire temi di forte attualità come quelli dell’integrazione e del terrorismo legato all’estremismo islamico. Fin dall’incipit, l’argomento viene affrontato di petto, senza mezzi termini: “Eravamo quattro kamikaze. La nostra missione consisteva nel trasformare la festa allo Stade de France in un lutto planetario.”
Lo scenario iniziale prescelto è quello della Parigi degli attentati del 13 novembre 2015, ancora ben vivi nella memoria dell’opinione pubblica internazionale. Khalil, il protagonista, un ragazzo di origini marocchine che vive in Belgio, è uno dei kamikaze incaricati d’innescare la miccia di quel grande macello che avrebbe avuto risonanza a livello appunto planetario. Qualcosa, però, va storto e per lui, destinato al paradiso dei cosiddetti martiri, si apre sulla terra stessa un inferno forse peggiore di quello dell’oltretomba. Ventitré anni vissuti tra problemi familiari, insuccessi scolastici e disoccupazione, il giovane appartiene alla seconda generazione d’immigrati per la quale, in molti casi, la piena integrazione nel Paese di accoglienza non si è realizzata e il cui disagio e aspirazioni frustrate vengono intercettate da organizzazioni terroristiche subdolamente mascherate da moschee e centri culturali; da qui a ritrovarsi reclutati in operazioni suicide il passo è più breve di quel che si possa immaginare.

“Poi una sera un vicino, un amico o qualcuno che conosci appena comincia a elogiare le prediche dell’imam dell’angolo. […] Alla fine ti convince a seguirlo nel buco dove officia l’imam. […]E così eccoti lì a orecchiare distrattamente, annoiandoti in mezzo al gregge. […] Quanto all’imam, ha una risposta a tutte le domande su cui un tempo ti arrovellavi senza trovare un indizio che ti illuminasse. L’imam ti rimanda alle tue sconfitte, alle vessazioni che credevi di aver superato, alle ferite mai cicatrizzate – il poveraccio diventa tuo sosia, il ribelle tuo fratello siamese, le prediche la tua valvola di sfogo, la violenza la tua legittimazione. Al diavolo i razzisti, a morte gli islamofobi: non porgerai più l’altra guancia.”

Non esser riuscito a portare a termine la missione parigina, oltretutto non per responsabilità propria, non gli preclude la possibilità di prendere parte a un’altra operazione, pianificata con estrema cura, ma nel frattempo, prima che il destino di Khalil si possa compiere in una famosa e affollata piazza di Marrakech, l’imprevedibile lo colpirà negli affetti più cari, all’improvviso e senza pietà, facendo vacillare la fortezza delle sue convinzioni incrollabili e la fede cieca riposta in un Islam manipolato ad arte da chi, caso strano, quando è il momento di agire, non indossa mai cinture esplosive né si sporca le mani di sangue in prima persona.
Con un ottimo stile narrativo che fa perno su un io narrante straordinariamente coinvolgente e convincente, la penna dello scrittore algerino ci sorprende con una storia drammatica che non può non indurre a riflettere; una storia che, attraverso tutti i suoi personaggi, da quelli principali a quelli secondari, tenta di scavare a fondo nella questione, e forse ci riesce pure, evitando banalità e spiegazioni superficiali e andando oltre il concetto di jihad così come ci viene somministrato in modo semplicistico dall’informazione dei media. Parola dopo parola, Yasmina Khadra analizza una pericolosa situazione in seno all’Occidente che si deve sì combattere, ma soprattutto prevenire; ci sono intere pagine davvero significative che danno vita al tormentato monologo interiore del giovane Khalil, pagine in cui, se le si legge e rilegge con attenzione, sta la chiave di tutto.
Il libro punta il dito contro il terrorismo e il fatto che l’autore sia musulmano dà ancor più rilevanza a tale condanna senz’appello; oltretutto, la sua non è una voce isolata all’interno del mondo islamico poiché nessun vero credente può accettare che si commettano simili atrocità in nome di Allah e del suo Profeta. Spesso si addita il Corano in quanto testo che incita alla violenza, ma in realtà i versetti incriminati andrebbero anzitutto contestualizzati, cioè valutati tenendo ben conto dell’epoca storica e del contesto socio-politico in cui essi furono rivelati; del resto, a ben vedere, anche la nostra Bibbia si presenta molto dura sotto certi aspetti, nessuno però si sogna di applicare alla lettera quanto lì scritto altrimenti dovremmo ridurci a sottostare alla legge del taglione. E poi il libro sacro dell’Islam, estremamente complesso anche per i musulmani stessi, afferma tanto altro in fatto di giustizia, pace e conoscenza tra i popoli e i ragazzi indottrinati nelle pseudomoschee delle città europee, proprio come emerge dai fatti di cronaca e anche dal romanzo di Khadra, per lo più non leggono il Corano, accontentandosi delle dubbie interpretazioni di ciarlatani e sedicenti califfi che mistificano la parola di Dio.
Dalle pagine di questo libro, dunque, arriva inequivocabile la condanna del terrorismo, ma anche un monito all’Europa e all’Occidente in generale: agire affinché si combattano, in primis attraverso l’istruzione, razzismo e islamofobia che non hanno ragion d’essere e che, purtroppo, dilagano ormai nelle nostre società tronfie di una superiorità più presunta che reale; e poi impegnarsi per sradicare povertà, ineguaglianza e ignoranza, prima a casa nostra e magari anche in giro per il mondo. Perché senza seminare giustizia ci autodistruggeremo e fra cento anni staremo ancora a parlare di guerre sante facendo il gioco di coloro che con esse ci guadagnano. Soltanto così si potranno arginare l’odio e la rabbia delle periferie, sia quelle delle nostre città dove si concentrano gli immigrati sia di quelle tra le più povere del mondo. Soltanto così si potrà di nuovo nutrire speranza nel futuro. Perché, per dirla con le parole del vecchio Moka, uno dei tanti sconfitti dei quartieri ghetto come quello di Molenbeek, che riecheggeranno alla fine del romanzo, il segreto è “vivere e lasciare vivere. Niente è più prezioso della vita e nessuno ha il diritto di toglierla.”

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Khalil 2020-02-19 08:33:32 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    19 Febbraio, 2020
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Una marionetta esplosiva

"«Tu non sarai mai un belga a tutti gli effetti», mi aveva avvertito Lyès. «Non avrai mai una macchina con autista. E se, per miracolo, dovesse capitarti d’indossare giacca e cravatta, lo sguardo degli altri ti ricorderà da dove vieni. Qualunque cosa tu faccia, qualunque successo tu ottenga, in un laboratorio di ricerca o su un campo di calcio, ti basterà dare una testata a un vigliacco per rotolare giù dalla tua nuvola di idolo e tornare a essere uno sporco arabo. È sempre stato così. E sempre così sarà»". Per Khalil la vita non è mai stata facile. Belga di origine marocchina, il nostro protagonista si è sentito sempre poco accettato dal mondo occidentale in cui si è trovato a crescere e troppo distante geograficamente da quello che ritiene il suo vero mondo. La situazione familiare non lo aiuta. Suo padre è un modesto fruttivendolo con il vizio del gioco, uomo all'antica incapace di gesti di tenerezza verso la moglie e i figli. Sua madre una donna sottomessa, immutabile nel tempo, vittima costante di un rimorso e una colpa ingiustificati. Yezza, la sorella maggiore, lavora come una schiava in una fabbrica tessile clandestina a settanta chilometri da casa. Zahra, la sua gemella, è stata ripudiata qualche mese dopo essersi sposata. Khalil, l'unico figlio maschio, in cui i genitori avevano riposto grandi speranze, non ha superato il secondo anno di liceo, non dimostra alcuna propensione al lavoro, passa sempre più tempo fuori casa a bighellonare con i suoi amici. Disadattato, disilluso, pieno di rancore verso tutto ciò che lo circonda, il ragazzo diviene facile preda del fondamentalismo. "Ti è mai capitato di essere così fuori di te da vederti davvero altrove? Di essere affacciato alla finestra e di guardare la strada, dove ci sei solo tu seduto sul marciapiede di fronte? A me sì. Tutte le notti, quando i miei dormivano. Me ne stavo come uno spaventapasseri contro il vetro e osservavo il ragazzo seduto sul marciapiede di fronte. Era uno spettacolo schifoso, Rayan. Un schifosissimo spettacolo di merda. Non avevo un briciolo di compassione per il ragazzo seduto sul marciapiede. Lo disprezzavo. È terribile disprezzarsi, sai? Aspettavo che se ne andasse, che sparisse dalla mia vista. Ma non se ne andava. Preferiva restare là, sotto la pioggia, a sfidarmi. Alla fine ero io a battere in ritirata. Tornavo a letto per tentare di dormire. Ma come chiudere occhio se, fissando il soffitto, continuavo a vedere la mia immagine sospesa nel vuoto? Ero la feccia dell’umanità, Rayan, un cazzo di emarginato senza futuro, che non sapeva dove sbattere la testa e che aspettava il mattino per correre a rifarsi in una moschea. E la moschea, più che offrirmi rifugio, mi ha riciclato come un rifiuto. Ha dato visibilità e dignità a noi «intoccabili». Ha tirato fuori dalla fogna me e Driss per esporci in bella vista, come prodotti di lusso, nella vetrina degli edifici più prestigiosi. È questa la verità, Rayan. La moschea ci ha restituito il RISPETTO che ci era dovuto, il rispetto che ci avevano confiscato, e ci ha aperto gli occhi sui nostri splendori nascosti". Allora eccolo qui Khalil, orgoglioso e impavido, con l'amico Driss e altri due kamikaze, imbottiti di esplosivo e pronti a spargere sangue in una Parigi affollata di tifosi. È il suo momento, in quel vagone gremito di gente che per lui rappresenta il nemico. Infila la mano nella tasca, pensa a Driss, a Zahra, alla madre, recita la shahada e pigia il pulsante di detonazione. Sembra la fine, invece non è che l'inizio. La cintura esplosiva fa cilecca, non vi è nessuna esplosione. Khalil non va in paradiso come sperava, è ancora vivo e questo per lui rappresenta l'inferno. Il rientro a casa da sopravvissuto è più difficile di quanto avrebbe potuto immaginare. Driss si è fatto saltare in aria, i suoi compari sono scomparsi per sottrarsi alle indagini dell'antiterrorismo, la famiglia, gli amici, l'intera comunità islamica di dissocia con ribrezzo e rigetto da queste pratiche violente e insensate che rappresentano solo un piccolo numero di esaltati ma finiscono per ritorcersi contro l'intero mondo musulmano. Per Khalil si prepara un periodo di forte turbamento, di messa in discussione delle sue convinzioni e dei suoi progetti, di stravolgimento interiore e di lutto familiare. Yasmina Khadra porta il lettore nella mente di un kamikaze, provando a capire quali sono le ragioni che lo spingono, quali le idee che lo guidano, le certezze che gli infondono coraggio, dove nascono l'odio, il risentimento, come si muovono i fili che lo comandano come una marionetta esplosiva. Il racconto in prima persona è perfetto per lo scopo, lo stile di scrittura si adatta perfettamente alla drammaticità della storia, le parole, calcolate, misurate, non possono che portare ad una profonda riflessione. Non c'è giustificazione, soltanto voglia di capire. Non c'è empatia ma una fredda e razionale introspezione psicologica. Non c'è pietà, tuttavia rimane un barlume di speranza di redenzione. "«Da quanto tempo non tornavi in Marocco?». «Non me lo ricordo». «In ogni caso non ti sei perso granché. È sempre la stessa storia, qui: i ricchi da una parte, i poliziotti dall’altra, e i poveri incastrati in mezzo...». In quel preciso istante un gruppo di giovani ci superò a bordo di una Porsche scintillante, con lo stereo a tutto volume. Sui sedili anteriori c’erano due ragazzi, su quello posteriore un bamboccio foruncoloso e due ragazze che ridevano. Il conducente ci fece marameo per beffarsi della nostra carretta e pigiò l’acceleratore. Nazim spinse a sua volta sul pedale cercando di raggiungere la decappottabile. Riuscì solo a coprirsi di ridicolo. Fui tentato di voltarmi a guardare per l’ultima volta quello che mi lasciavo alle spalle. Non mi voltai... Dietro di me c’erano solo rimpianti".

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