La caduta La caduta

La caduta

Letteratura straniera

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Clamence, un brillante avvocato parigino, abbandona improvvisa mente la sua carriera e sceglie come quartier generale un locale d'infimo ordine, il Mexico-City, ad Amsterdam. Presa coscienza dell'insincerità e della doppiezza che caratterizza la sua vita, Clamence decide di redimersi confessando e incitando (per sincerità, per virtù, per dialettica?) gli occasionali avventori della taverna portuale a confessare la loro "cattiva coscienza". Ma non bisogna lasciarsi ingannare: Clamence non si redime.

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La caduta 2018-07-07 08:24:21 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    07 Luglio, 2018
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Un'assurda solitudine

La caduta è un romanzo pubblicato nel 1956 in cui Camus, all’indomani della trilogia dell’assurdo (Il mito di Sisifo, Lo straniero e Caligola) prosegue l’indagine sulla condizione esistenziale dell’uomo moderno. Il romanzo è costituito infatti da una serie di monologhi di Jean-Baptiste Clamence, un brillante avvocato parigino trasferitosi ad Amsterdam, dove fa “studio” presso il bar Mexico City, i cui avventori diventano i suoi nuovi clienti. Egli, tuttavia, non concede mai loro la parola, cosicché l’intera opera si presenta come un dialogo tra il protagonista e un interlocutore fittizio, ovvero, in ultima analisi, il lettore.

"Bisogna che accada qualcosa, è questa la spiegazione della maggior parte degli impegni che gli uomini assumono."

Clamence è l’emblema dell’uomo che vive nell’assurdo, ovvero dell’uomo che trascorre la sua esistenza perpetrando un autoinganno volto a mistificare il suo non-senso. L’assurdo si manifesta nella dicotomia tra esteriorità ed interiorità: durante la sua vita da avvocato a Parigi, il protagonista si mostrava all’apparenza dedito alla virtù, al benessere altrui, guadagnandosi la stima di tutti; in realtà, ciò nascondeva un profondo egocentrismo. Egli infatti confessa apertamente di essersi comportato in maniera narcisistica, rivendicando una superomistica libertà che gli consentiva di perseguire e ottenere tutto ciò che desiderava. In virtù di ciò, Clamence si sentiva superiore a tutti, finché non comprese la duplicità che governava la sua esistenza e non decise di cambiar vita.

"La verità come la luce acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti."

Abbandonata la sua vita lussuosa, Clamence si mescola ai miseri avventori di uno squallido bar quasi con atteggiamento profetico, esercitando la professione del giudice-penitente: svelando “socraticamente” la colpevole menzogna in cui tutti gli uomini vivono come allucinati, in modo da rendere colpevole insieme a lui l’umanità intera, egli diventa quindi giudice universale. È evidente che la sua non è una redenzione; non è la rivolta di Sisifo all’assurdo della vita o il vitalismo di Caligola. Egli è, invece, un falso profeta, che elimina la menzogna non migliorando sé stesso, ma limitandosi a perseguire il suo narcisismo e giustificandosi mediante il meccanismo del giudice-penitente. Quella di Clamence è, giustappunto, una caduta: una caduta verso la solitudine e verso l’isolamento sociale.

"Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo in un'aula tetra, solo sulla pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno."

Qual è dunque la relazione tra verità e libertà? È possibile per l’uomo essere autenticamente libero in una società che si fonda sulle apparenze? La risposta di Clamence è chiara e chiara è la sua scelta a favore della verità e della libertà. Eppure, egli appare tutt’altro che svincolato dall’assurdo e ben lontano dal raggiungimento di quella felicità personale che gli umanissimi non-eroi di Camus affannosamente ricercano nella costante rivolta alla loro condizione.
Anche in questo caso, dunque, non sembra esserci una risposta risolutiva: l’uomo risulta sempre e ancora in balia di una solitudine che, tanto nella libertà della verità quanto nella menzogna dell’apparenza, non sembra aprire la strada verso il suo appagamento sociale e personale, né tanto meno si presenta come una scelta moralmente accettabile.

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La caduta 2015-05-07 03:34:22 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    07 Mag, 2015
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Il giudizio universale. Avviene ogni giorno

“La caduta” di Albert Camus è un testo che trae dall’assurdità reale la propria linfa narrativa.

Jean-Baptiste Clamence è un avvocato parigino (“Alcuni anni fa ero avvocato a Parigi, un avvocato abbastanza noto…”) che ha esercitato la professione con magnanimità e dedizione (“Ne assumevo la difesa a una sola condizione: che fossero dei buoni assassini, nel senso in cui si parla del buon selvaggio”). Quando si rende conto che, sotto la scorza dell’esteriorità (“Per l’uomo moderno, basterà una frase: fornicava e leggeva giornali”), covano narcisismo (“Dopo la recita, gli inchini”), superbia, vanità, aggressività (“Invece ero impaziente di prendere la rivincita, di picchiare e di vincere”) e superficialità (“Avrei dato dieci colloqui con Einstein per un primo appuntamento con una comparsa carina”), la dilacerazione (“Mi pareva che la menzogna crescesse di pari passo, così smisurata che mai più avrei potuto mettermi in regola”) prende il sopravvento e l’uomo si abbandona ai piaceri più disparati (“Oltre alla sensualità, l’amore del gioco”) e a esperienze edonistiche (“Le donne infatti hanno una cosa in comune con Bonaparte: pensano sempre di riuscire dove gli altri sono falliti”).
La coscienza della contraddizione (“Per finirla con l’ambiguità, bisogna semplicemente finir di vivere”) si realizza in una Parigi surreale (“Ero felice di camminare, un po’ intorpidito, fisicamente calmo, col corpo irrigato da un sangue lento come la pioggia che cadeva”), nella quale Clamence realizza la propria resa quando assiste con indifferenza e vigliaccheria, senza intervenire, al suicidio di una donna che si butta nella Senna.

Con consapevolezza problematica, Clamence abbandona la professione e si trasferisce nel ghetto (“Io abito nel luogo d’uno dei maggiori delitti della storia”) di Amsterdam, città di incontri (“Le donne dietro quei vetri? I sogni, caro signore, sogni a buon mercato, il viaggio nelle Indie!... Lei entra, tirano le tendine e la navigazione incomincia”), ove predilige luoghi come la diga, deprimenti (“Fra i paesaggi negativi, è il più bello!”), ma non per questo meno struggenti (“Il mare color liscivia chiaro, il vasto cielo dove si riflettono le pallide acque. Un inferno soffice”). Ad Amsterdam, nel bar Mexico City (“A Mexico-City è a casa mia, sono particolarmente felice di averla mio ospite”) l’ex avvocato colloca un nuovo centro di attività locutoria (“Guai a voi, quando tutti diranno bene di voi”), intrattenendo gli avventori con monologhi che hanno lo scopo di estendere anche agli altri “la caduta”.
L’obiettivo di questa nuova fase (un predicatore? Un affabulatore? Un falso profeta?) è quello di smascherare le apparenze che soffocano l’individuo, nella parte del giudice-penitente (“Bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice”), per confessare al mondo le contraddizioni con una denuncia (“Il giudizio universale. Avviene ogni giorno”) che metta a nudo l’inferno delle ipocrisie personali (“Diciamo che compii l’opera il giorno in cui bevvi l’acqua di uno di noi che agonizzava”) e delle costruzioni sociali (“Proclamava la necessità di un altro papa che vivesse tra i miseri, invece di pregare su un trono…”).

Un testo drammatico, sospeso in modo doloroso (“Credono sempre che ci si uccida per un motivo. Invece se ne possono avere anche due”) all’impalcatura artistica di un autore che ha interpretato con grande effetto le angosce dell’esistenzialismo.

Bruno Elpis

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