Narrativa straniera Romanzi La grande Beune
 

La grande Beune La grande Beune

La grande Beune

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Quando una sera di settembre arriva in uno sperdu­to borgo della Dordogna non lontano da Lascaux – mentre torbide piogge sferzano le finestre e la Gran­ de Beune scorre melmosa giù, alla base della falesia –, il narratore, giovane maestro fresco di nomina, subi­to sa di aver varcato una misteriosa linea di demarca­zione, e che per lui è iniziato un viaggio nel tempo, in «un passato indefinito» che suscita «un vago ter­rore». Glielo suggeriscono i pescatori e cacciatori che paiono usciti da antichi fabliaux, Hélène, la lo­candiera, «vecchia e massiccia come la Sibilla Cuma­na, come lei pensosa», e Yvonne, la tabaccaia, alta e bianca – «puro latte» –, abbondante e florida come le uri, corvina ma con gli occhi chiarissimi, che susci­ta in lui un lancinante, selvaggio desiderio. Il maestro la spia quando, regale come sempre, i tacchi alti che infilzano le foglie cadute, attraversa prati e boschi per raggiungere il suo amante, sogna di possederla, di sventrarla, tanto lussuria e ferocia primitiva si rive­lano d’improvviso intimamente legate. Non a caso il sopraggiungere di Yvonne può essere annunciato da un corteo di bambini incappucciati che inalberano nel gelo della campagna il trofeo di una volpe morta e vi danzano intorno, e seguito da oscene visioni. Per­ché se Yvonne è il desiderio stesso in tutta la sua im­mane potenza, la sessualità come cerimoniale scia­manico e sacra trance, il borgo di Calstenau è il visce­rame del mondo, l’incisione rupestre capace di ri­portarci ad antiche cosmogonie, all’animalità, al primitivo – all’immemorabile origine di tutto.



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La grande Beune 2021-02-18 09:55:58 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    18 Febbraio, 2021
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La vita è vita

Raramente, anzi forse mai, mi sono imbattuto in una scrittura così potente come quella di Pierre Michon: non è la forza quadrata di un Tolstoj o la capacità evocativa di una Clarice Lispector, anzi Michon è tutt’altro, pura voce maschile, puro istinto di uomo. In questo breve testo, a metà tra il racconto e l’incipit lungo di un romanzo mai scritto, il giovane protagonista, appena fatto insegnante, raggiunge un piccolo paese sulla riva della Grande Beune, fiume intransigente che trascina con sé secoli e secoli di storia, ora limpido, ora melmoso. È l’arrivo in uno spazio altro scandito da apparizioni sospese tra realtà e finzione: come in “Morte a Venezia” di Thomas Mann (libro che, come si vedrà, è molto vicino a questo di Michon), figure sfumate appaiono e scompaiono accompagnando il personaggio in una catabasi morale e fisica. La scoperta, al fondo della terra, nelle grotte primitive fatte di disegni sopravvissuti ai millenni che il protagonista visita, è quella del sesso nel senso più animale del termine, nell’accezione più ferina della passione: è il desiderio lacerante che il giovane prova per la tabaccaia, donna provocante, quasi silvana che lo tormenta nel corpo, nella mente e ancora nel pensiero. La costruzione narrativa di Michon è qui miracolosamente riuscita: disvelare la forza cruda e truculenta della carne si rispecchia nella riflessione primigenia sull’origine della vita. Non c’è niente di causale in questa architettura, niente di pacato nello stile: ogni sentimento è talmente incandescente da bruciare la pelle, ogni palpito così forte da incrinare la vita che ribolle e trionfa nella sua implacabile volontà di autoaffermazione.

Non è affatto un caso che “Le Grande Beune” doveva essere l’incipit di un romanzo maestoso intitolato “L’origine del mondo”: il sesso e le primitive tracce della vite scritte sui muri. Non serve altro per creare un testo che corre vertiginoso nella sua climax ascendente di passioni estenuanti e carni consumate. Certo si avverte il senso di incompiuto, certo resta spiacevolmente sospeso, ma lo stile, complice una traduzione sublime, merita davvero una lettura. Sentirete palpitare la vita in sé, cieca e disobbediente, come appare nella testa di cervo che un gruppo di bambini porta in trionfo nel bosco: perché la vita è vita, un rituale quasi cannibale, celebrato tra le braccia di Diana, ma consacrata al sorriso di Dioniso.

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Mann, Morte a Venezia
Serie tv: Hannibal (che consiglio a prescindere)
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