Narrativa straniera Romanzi Le persiane verdi
 

Le persiane verdi Le persiane verdi

Le persiane verdi

Letteratura straniera

Classificazione

Editore

Casa editrice


«Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere» azzarda Simenon, che ha terminato Le persiane verdi in una sorta di stato di grazia, all'indomani della nascita del secondo figlio. Ha tutte le ragioni di essere soddisfatto: è riuscito a scolpire una figura larger than life, Émile Maugin, celeberrimo attore giunto, a sessant'anni, all'apice del successo e della fama, che un giorno apprende di avere, al posto del ventricolo sinistro, «una specie di pera molle e avvizzita». «Maugin non è ispirato né a Raimu, né a Michel Simon, né a W.C. Fields, né a Charlie Chaplin» afferma risolutamente Simenon nell'Avvertenza. «E tuttavia, proprio a causa della loro grandezza, non è possibile creare un personaggio dello stesso calibro, che faccia lo stesso mestiere, senza prendere in prestito dall'uno o dall'altro certi tratti o certi tic». Ciò detto, taglia corto, «Maugin non è né il tale né il talaltro. È Maugin, punto e basta, ha pregi e difetti che appartengono solo a lui». Pregi e difetti alla misura del personaggio: dopo un'infanzia sordida, ha lottato, perduto, vinto, amato, desiderato, conquistato e posseduto tutto – donne, fama, denaro –, e coltiva la propria leggenda abbandonandosi a ogni eccesso. Prepotente, scorbutico, cinico (ma segretamente generoso), regna da tiranno su un piccolo mondo di sudditi devoti e trepidanti, fra cui la giovanissima e amorevole moglie, ma vive nella costante paura della morte e nella nostalgia dell'unica cosa che non ha mai conosciuto: la pace dell'anima – quella cosa tiepida e dolce a cui il suo desiderio attribuisce la forma di una casa con le persiane verdi.

Recensione Utenti

Opinioni inserite: 3

Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.3  (3)
Contenuto 
 
4.0  (3)
Piacevolezza 
 
4.3  (3)
Voti (il piu' alto e' il migliore)
Stile*  
Assegna un voto allo stile di questa opera
Contenuto*  
Assegna un voto al contenuto
Piacevolezza*  
Esprimi un giudizio finale: quale è il tuo grado di soddisfazione al termine della lettura?
Commenti*
Prima di scrivere una recensione ricorda che su QLibri:
- le opinioni devono essere argomentate ed esaustive;
- il testo non deve contenere abbreviazioni in stile sms o errori grammaticali;
- qualora siano presenti anticipazioni importanti sul finale, la recensione deve iniziare riportando l'avviso che il testo contiene spoiler;
- non inserire oltre 2 nuove recensioni al giorno.
Indicazioni utili
 sì
 no
 
Le persiane verdi 2019-01-11 09:52:36 Mian88
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Gennaio, 2019
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Io sono Maugin, il grande Emile Maugin! Emile!

Quando sentiamo parlare di George Simenon immediatamente il nome che ci sovviene alla mente è quello del commissario Jules Amédée François Maigret. E come potrebbe essere diversamente viste le innumerevoli trasposizioni su pellicola e visto e considerato che ad oggi si contano un totale di settantacinque romanzi – scritti tra il 1930 e il 1972 – con questo personaggio quale protagonista? Eppure, in verità, la produzione di Simenon è così vasta da toccare talmente tante tematiche e da veder creati talmente tanti eroi (che si muovono nello spazio, nel tempo, nei ruoli), che nonostante la sua morte occorsa nel 1989, a tutt’oggi, continuano ad essere riproposti vecchi e nuovi scritti il cui successo è assicurato.
Fra le tante idee e fra i tanti uomini nati dalla sua immaginazione, vi è lui: Émile Maugin, il signor Maugin o semplicemente Émile, il grande attore dalla corporatura massiccia, la faccia larga, i lineamenti da imperatore romano, i grandi occhi, quella smorfia particolare che al tempo stesso fa pensare a un mastino ringhioso e a un bambino infelice, i modi goffi e maldestri, il temperamento autoritario e con al posto del ventricolo sinistro «una specie di pera molle e avvizzita»! Biguet, il medico a cui si rivolge e con cui l’opera si apre, è chiaro ed inequivocabile nella sua sentenza di condanna: «Maugin, lei mi ha detto poco fa che ha cinquantanove anni. Ma il cuore che avevo davanti era quello di un settantacinquenne». L’unico modo che questo eclettico protagonista ha per continuare a vivere è quello di essere prudente, limitando gli eccessi, evitando una vita frenetica, avendo riguardi. Ma come può, lui, il grande Maugin, limitare gli eccessi, evitare una vita frenetica, avere riguardi quando la sua vita è stata interamente improntata a darsi agli eccessi, condurre una vita frenetica e non avere riguardi? Come può, lui il più richiesto, il più famoso interprete di teatro e cinema, rinunciare al cognac, a quei due canonici bicchieri di vino rosso (mai bianco, mai!), alle donne e al sesso libero coniugale e non, al suo recitare e alla sua fama? Non può, non può!
Tuttavia, Maugin inizia ad essere stanco. Stanco «da morire. Stanco di essere uomo. Stanco di reggersi in piedi. Stanco di vedere e sentire individui come Cadot, e di doversene per giunta fare carico», tanto che il ricordo dimenticato di quelle “persiane verdi” riaffiora incessantemente nella sua psiche. Il senso di colpa lo attanaglia. Ha inizio il processo. Un processo che ha luogo interamente nella sua mente e dove lui, l’imputato, è chiamato a difendersi da un’accusa implacabile, un giudice irremovibile, testimoni irreprensibili dei suoi misfatti e persone offese costituitesi parti civili. Che fare, che fare! “Io non ho colpe”, si sente affermare nella sua testa. Poi, ancora, alla memoria della sua esistenza che con la metafora del processo rivive, si aggiunge la paura, il terrore di morire da solo. In macchina, per strada, in un caffè, in barca, in una villa irraggiungibile, ma di fatto in totale solitudine. Senza la sua ventiduenne giovanissima seconda (o terza) moglie Alice, senza la piccola Baba, senza Jouve, senza alcuno che possa ricordarlo, sedersi al suo capezzale, accompagnarlo nel trapasso.
Ed è tramite queste udienze che con sempre maggiore frequenza hanno luogo nel suo io che Maugin si auto-analizza per ritrovare l’origine della sua colpa, comprendere dove ha sbagliato e perché. Che abbia desiderato troppo? Che abbia scelto una meta sbagliata? Che si sia accanito a voler essere “Maugin, sempre più Maugin, un Maugin via via più importante”? Se avesse spiegato perché si era così comportato, gli avrebbero creduto? Lo avrebbero capito? Il suo errore era stato scappare? Era quella la sua mancanza? Suo compito sarebbe stato quello di restare invece che di fuggire da tutto e tutti, se stesso compreso? Oppure, più semplicemente, cercava un qualcosa che non esiste come un attore mediocre che teme di sbagliare la battuta?
Con “Le persiane verdi” George Simenon dà vita ad un romanzo forte, intenso, ricco di contenuti, dove l’oggetto principale è quello dell’analisi del proprio percorso di vita alla ricerca dei propri errori e dei propri lasciti ai posteri, un viaggio che ha luogo mediante la voce di questo sessantenne di cui già conosciamo le sorti mala cui personalità e la cui stratificazione non lasciano indifferenti, anzi. Maugin è un personaggio grosso, possente, mastodontico, non tanto per la asserita corporatura fisica quanto per le caratteristiche peculiari di cui lo scrittore lo ha armato. Émile si ama, si odia, si compatisce, si disapprova, si consola, perché con il suo essere riempie tutto quel in cui si trova e tutto quel che tocca.
Non stupisce, quindi, che si sia pensato che detto eroe sia stato ispirato a Raimu, Micheal Simon, W.C. Fields o Charlie Chaplin, i più grandi attori dell’epoca del novelliere, ma badate bene, non è così. Perché «Maugin non è né il tale né il talaltro. È Maugin, punto e basta, ha pregi e difetti che appartengono solo a lui e di cui io sono l’unico responsabile». E Simenon, come il lettore, non può non tenere e amare a questa figura perfettamente scolpita, riuscita e dirompente.

«Ci sono giornate così, in cui tutto è immobile, tutto sembra eterno, oppure inesistente. Sì, in fondo sarebbe molto meglio: inesistente!»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore

Le persiane verdi 2018-11-24 14:43:38 DanySanny
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
DanySanny Opinione inserita da DanySanny    24 Novembre, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il destino non ascolta il deisderio

Mi ero ripromesso di non scrivere altri commenti su Simenon, non perché l’autore non ne meriti, quanto per non ripetermi. Il fascino della sua scrittura è in quella che qualche critico in vena di espressioni forti ha chiamato “pleonastica maieutica dell’ineluttabile” e cioè, per dirla più semplicemente, nel rigore geometrico della trama, nell’inevitabile epilogo cui tutti i suoi personaggi giungono, nel ritmo allo stesso tempo pacato e implacabile con cui le sue storie si consumano. A inquadrarlo bene, ogni romanzo di Simenon porta alle conseguenze estreme le sue premesse perché non c’è libertà dell’autore una volta che le coordinate del testo sono state stabilite. Quando l’autore limita la propria libertà, i personaggi sono liberi di evolvere con coerenza e nessuno, tantomeno Simenon, può cambiarne il destino. Come a dire che il desiderio dell’autore non può nulla contro il futuro della realtà.

Il magnifico protagonista di questo romanzo, di cui Simenon a ragione è orgoglioso, scopre fin da subito, nel buio oppressivo di una radiografia, il torace nudo e freddo contro la macchina, che il suo cuore è avvizzito come una pera marcia. L’atrofia ventricolare fa da controcanto alla robusta figura dell’attore famoso e, pirandellianamente, mette in moto il romanzo. In fondo le persiane verdi sono la storia di una diagnosi, del momento cruciale in cui un male indefinito, una palpitazione vaga, viene battezzata dal clinico con un nome che porta con sé un destino, prognostico e personale. La diagnosi diventa qui l’occasione per ripensare la propria vita, per ripercorrere le tracce della propria carriera, gli affetti perduti e ritrovati, le scelte sbagliate, gli inganni dell’adolescenza, la fame, la gloria, la miseria, l’epica delle piccole cose meschine, il potere vuoto delle posizioni sociali. E così la storia diviene l’occasione per un romanzo di ri-formazione tutto interiore, a ritroso, popolato da fantasmi e sogni che scandiscono gli ultimi granelli della clessidra.

Mai come in questo romanzo Simenon cancella la trama e dissolve l’azione in un’intricata matassa di pensieri, monologhi interiori, impressioni e riflessioni del suo magniloquente fragile protagonista. L’autore sembra davvero muoversi senza ordine nei piani temporali più disparati, l’infanzia, il presente, l’adolescenza, il primo matrimonio, il terzo, il secondo e qualcuno potrebbe non ritrovarsi in tutto questo saliscendi. Eppure alla fine, le tessere del mosaico ritrovano un proprio ordine, ricostruiscono un loro disegno e tratteggiano un capitolo finale tra i più belli dell’autore belga. Non è facile scrivere un romanzo senza azioni e ancora più difficile è farlo senza annoiare. Il merito di Simenon è proprio quello di saper scrivere dell’uomo senza sofisticate astrazioni, ma con un’attenzione commovente per i piccoli gesti, le debolezze e i suoi retropensieri. E con questo libro sembra avvertirci che non c’è libertà senza pace dell’anima e che il destino non sempre ascolta i nostri desideri.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Le persiane verdi 2018-09-28 09:18:27 Fr@
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Fr@ Opinione inserita da Fr@    28 Settembre, 2018
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Rimpiango Maigret

Importante ammissione: ho fatto fatica a concludere la lettura.
Non ho letto tanto di Simenon, qualche avventura del commissario Maigret, ma niente di più. Ho sempre apprezzato il suo stile, i suoi personaggi, così che quando mi è stato proposto questo romanzo non ci ho pensato troppo ad accettare.
Eppure, iniziata la lettura, terminare il primo capitolo si è rivelato complicato.
Estremamente lungo, non riuscivo a concentrarmi sulla storia.
Ed è stato cosi per tutto il romanzo in realtà.

Già nel primo capitolo incontriamo il protagonista, il grande attore francese Maugin che, arrivato a sessant’anni osannato dal pubblico e dalla critica, ripercorre la sua vita, dalla misera infanzia fino al raggiungimento della fama, presentando anche tre figure femminili che hanno segnato la sua vita.
E’ un attore con un ego sproporzionato, un forte amore per il vino e un problema al cuore da poco scoperto: si muove così in maniera goffa, senza sapere bene come comportarsi, nella piovosa Parigi fra colleghi, spettatori, assistenti e donne.

Più di questo purtroppo non riesco a dire, mi stupisce come Simenon ne fosse così orgoglioso (“Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere”). Possiamo considerarlo un romanzo psicologico, l’intento è sicuramente quello, ma manca di una trama, un filo conduttore. Il protagonista non mi ha lasciato nulla, cosa che invece mi aspetto da un romanzo, in particolare se incentrato sul personaggio principale, sui suoi pensieri e le sue emozioni.
Anche lo stile di Simenon mi è sembrato meno brillante, piatto, a volte ripetitivo, addirittura noioso.

Non so se effettivamente lo consiglierei, in particolare chi non ha mai letto nulla di Simenon dovrebbe evitarlo, giusto per non farsi una pessima idea di questo incredibile autore. Non posso dire che sia brutto, sicuramente esistono romanzi peggiori, ma nella carriera di Simenon forse questo non è il più riuscito.
Peccato.

Quindi, non posso dire altro che buona lettura (per chi volesse) :)

“Finalmente Biguet alzò la testa e guardò l’attore, che stava in piedi davanti a lui, monumentale, con la fisionomia che tutti conoscevano, la faccia larga, i lineamenti da imperatore romano, i grandi occhi, che per la stanchezza sembravano posare sulle cose uno sguardo immobile, e infine quella sua smorfia così particolare, che faceva pensare al tempo stesso a un mastino ringhioso e a un bambino felice”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi piace Simenon (anche solo per notare le differenze con le altre opere), non consigliato a chi si avvicinerebbe allo scrittore per la prima volta.
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
 

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Un cuore tuo malgrado
Valutazione Redazione QLibri
 
3.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Rien ne va plus
Valutazione Utenti
 
4.4 (2)
Serotonina
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Facciamo che ero morta
Valutazione Redazione QLibri
 
4.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Missione Odessa
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Il re di denari
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
L'ultima volta che ti ho vista
Valutazione Utenti
 
2.0 (1)
Il tunnel
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il gioco del suggeritore
Valutazione Utenti
 
3.3 (4)
Vuoto per i bastardi di Pizzofalcone
Valutazione Utenti
 
4.4 (2)
Il delitto di Agora. Una nuvola rossa
Valutazione Redazione QLibri
 
3.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Jesus' son
Valutazione Redazione QLibri
 
3.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Altri contenuti interessanti su QLibri