Lullaby Road Lullaby Road

Lullaby Road

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Anche nel deserto dello Utah è arrivato l'inverno. Ben Jones, alla guida del suo camion, guarda la statale 117 ricoprirsi di ghiaccio mentre cerca di rimettere in ordine la sua vita: l'amata Claire non c'è più e Walt pare sempre più chiuso in se stesso e nel suo diner solitario. Ma la solitudine dura poco: una mattina all'alba, alla stazione di servizio dello scontroso Cecil, Ben trova un bambino e un cane. Su un biglietto indirizzato a lui, il gommista Pedro gli chiede di badare a suo figlio Juan; e come se non bastasse, subito dopo anche Ginny, da poco diventata mamma, gli affida la piccolissima Annabelle. Con questi insoliti compagni Ben si mette in viaggio, ignaro del mistero che si nasconde nei grandi occhi neri di Juan. Con una scrittura ironica e suggestiva, nel secondo capitolo della Serie del Deserto James Anderson racconta una storia di frontiera dalle atmosfere noir, in cui Ben Jones è costretto a difendere chi ama in un mondo in balia della violenza, dove l'unica arma davvero efficace è la gentilezza.

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Lullaby Road 2019-09-01 07:34:05 68
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68 Opinione inserita da 68    01 Settembre, 2019
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Pericolo indefinito ed umanità pulsante

È arrivato l’ inverno nel deserto, un inverno freddo e ventoso, accompagnato da un silenzio che oltrepassa l’ assenza di suoni.
Ben Jones, il protagonista, un uomo solo per metà indiano e per metà ebreo, orfano sin da bambino ed affidato alle cure di una casa famiglia, continua a fare l’unica cosa che sa fare, percorrere quella strada interminabile attraverso il cuore esangue del deserto, come fosse un’ amante che lo chiama continuamente a se’ e di cui non può fare a meno, un luogo infido, pieno di trappole, per lo più ostile, ma in cui sentirsi al sicuro, meglio della propria casa.
Oggi i tempi sono cambiati e stanno erodendo i bordi del deserto, la paura e la diffidenza dei suoi abitanti a lasciare qualsiasi informazione di se’, molti con buone ragioni per nascondere la propria identità, è sostituita dalla certezza di un pericolo vicino, indefinito, forse inesistente, dal quale non si è al riparo e dall’ idea di non conoscere realmente chi si conosce.
Una bimba abbandonata alle cure di Ben da un padre scomparso, un mezzo pesante che scorazza a folle velocità lungo la 117, un predicatore investito in pericolo di vita, una donna con un passato da definire, un uomo al capolinea, un altro in fuga, tra migliaia di strade che non portano da nessuna parte.
Una lenta ed inesorabile erosione insegue se’ stessi oltre la routine di questi luoghi immutabili e delle proprie certezze consolidate, svegliandosi e guidando quel camion per cinque giorni la settimana, tra clienti che vanno e vengono, muoiono, scompaiono, amanti e passatempi.
Il mondo di Ben non è più lo stesso, infranto, smarrito, mutato per sempre, insieme alla defunta Claire, alla partente Ginny, allo sconsolato Walt, la cui assenza si percepisce ovunque.
Ed intanto il diner nel deserto si trasforma in un raro dinosauro senza tempo che svanisce e riappare in lontananza come un vero fantasma, in uno stato immateriale, una giostra vuota alla fine del mondo.
“Lullaby Road “, secondo capitolo della trilogia del deserto, è un testo camaleontico, che ci consegna un Ben Jones più intimo, riflessivo, umanizzato, con una saggezza sperimentata, a metà tra il padre ed il commissario di polizia, ed un crime che possiede toni particolarmente crudi e violenti.
Sarà lui a cercare di salvare e di capire il destino della silente Manita, nel cuore di un inverno ghiacciato, inizialmente solo, ma nell’ epilogo appoggiato e corroborato da una comunità di reietti che pare avere ritrovato un senso comune di appartenenza.
È qui che l’indefinitezza di luoghi e relazioni si fa carne, suono, voce, certezza assoluta, imbevuta di una umanità che supera luoghi e contenuti. Un senso di fragilità ed impotenza nei confronti di un “ male “ indescrivibilmente onnipresente, di una crudeltà che non risparmia alcuno, in primis il mondo dell’ infanzia, in questo luogo appartato ed arcaico non più al sicuro da niente, e che forse non basta a se’ stesso, imponendoci una riflessione su certezze individuali consolidate in un isolamento simbiotico con il naturale ed infrante da un presente inesorabilmente cangiante.

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