Narrativa straniera Romanzi Ogni mattina a Jenin
 

Ogni mattina a Jenin Ogni mattina a Jenin

Ogni mattina a Jenin

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Susan Abulhawa racconta con pacatezza e sensibilità la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”. È la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abuleja, a raccontarci l’abbandono della casa ancestrale di Ein Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin, e la tragedia dei suoi fratelli che si ritrovano a combattere su fronti opposti. Amal ci racconta la sua di storia, l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro.



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Ogni mattina a Jenin 2020-02-26 12:08:04 Elspa_2973
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Elspa_2973 Opinione inserita da Elspa_2973    26 Febbraio, 2020
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Figli unici

Prima di questo libro e quasi in sequenza ho riletto Primo Levi, e ho letto Amos Oz ( storia di amore e tenebra/ Giuda) e David Grossman ( a un cerbiatto somiglia il mio amore). Storie di popolo perseguitato dalla follia, desideroso di tregua, che fa del nuovo stato di Israele la propria patria. E poi arriva questa storia del popolo palestinese. Un libro Intenso, straziante e commovente e attendibile. La vita rubata di un popolo oppresso da chi da oppresso diventa oppressore. Una spirale di tristezza, stupore, atrocità il cui nucleo rappresenta salvezza: amare anche quando odio e vendetta a forza compongono ogni fibra del proprio corpo. E ora rimango con l’angoscia che i torti inferti sono figli unici di torti subiti.

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Ogni mattina a Jenin 2019-08-19 12:46:21 Giulian
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Giulian Opinione inserita da Giulian    19 Agosto, 2019
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Illuminante



Lettura illuminante. La questione palestinese, dal dopoguerra ad oggi, vista dalla prospettiva araba. Esproprii, ingiustizie, violenze e massacri operati o tollerati dall’esercito israeliano ai danni della popolazione palestinese, costretta a lasciare terre e case da secoli appartenute alle loro famiglie, a vivere in tende e casupole di argilla, sotto il costante controllo di presìdi armati. I protagonisti della storia sono inventati, ma rappresentano efficacemente l’esperienza di tanti realmente vissuti e realmente morti di morte violenta in questa area geografica tormentata. Il libro non incita all’odio verso gli ebrei, ma dà voce al dolore e alla disperazione di un popolo oppresso, spesso trascurato o calunniato dai media, ben poco ascoltato da politici e governanti.
La scrittura di Susan Abulhawa è penetrante ed efficace. Ho trovato a volte ridondante il linguaggio figurato, carico di metafore e similitudini, che conferiscono al testo (specialmente negli ultimi capitoli) un tono uniformemente enfatico. Interessante invece l’alternanza fra la narrazione in terza ed in prima persona (calzante particolarmente nei momenti di maggiore tensione).
Libro scorrevole ma impegnativo, da leggere quando si è pronti a guardare in faccia lo strazio e le ingiustizie di questo mondo.

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Ogni mattina a Jenin 2016-11-18 13:22:18 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    18 Novembre, 2016
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Una verità che nessuno vuole ascoltare

Dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, Susan Abulhawa ripercorre, attraverso quattro generazioni, la storia di una famiglia palestinese che è la storia di un popolo umiliato, defraudato, violentato, torturato, trucidato in nome di una sudicia e dissennata legge di compensazione, sotto gli occhi indifferenti e compiacenti di un Occidente che si dimostra sempre più forte con i deboli e debole con i forti. Si parte dal 1941 ad ‘Ain Hod, un pacifico villaggio ad Est di Haifa che vive tranquillo di fichi e olive, di frontiere aperte e di sole. La famiglia Abulheja, guidata dal patriarca Yehya Muhammad, trascorre un’esistenza serena traendo sostentamento da una terra fertile, generosa e ricca di tradizioni secolari. Ma da quando in Europa si è conclusa la Seconda Guerra Mondiale, l’aria in Palestina diventa sempre più pesante. Ebrei scampati alla Shoa si riversano nel Paese spinti dalla rabbia e dalla paura e fomentati da pericolosi sentimenti sionisti. Il progetto di pacifica convivenza si rivela ben presto un’utopia e cede il passo alla violenza, alla prepotenza, al sangue. La lotta è impari, da un lato c’è un popolo povero, praticamente disarmato e abbandonato a se stesso; dall’altro uno ricco, armato fino ai denti e appoggiato da influenti potenze. Il risultato è scontato e per Yehya Abulheja e la sua famiglia non ci sono molte alternative: o fuggire o sottostare alla legge del nemico. Ma lasciare la propria terra non è semplice, a maggior ragione quando si viene cacciati con la prepotenza e l’ingiustizia. Ecco quindi che per i protagonisti si aprono le porte del campo profughi di Jenin, con le capanne di paglia e fango donate dall’ONU come squallido e ridicolo risarcimento per il sangue versato e per la terra perduta. Una vita da reclusi in casa propria, soggetti a regole imposte con la forza, con un cecchino sempre pronto a premere il grilletto, ad osservare nella totale impotenza stranieri che si comportano come se fossero sempre stati i padroni. In queste condizioni scorre la vita della famiglia Abulheja e, tra paura e umiliazione, tra morti e violenze, c’è anche il tempo per la speranza, per il ricordo, per l’amore. C’è un uomo sparato alle spalle per aver osato cogliere un frutto da quello che era sempre stato il suo albero, ci sono due fratelli che si ritrovano a combattere contro, donne che impazziscono per il dolore, altre violentate e sventrate con una vita ancora in grembo. Ci sono memorie incancellabili di albe poetiche e di abbracci affettuosi, speranze tradite e diritti calpestati, famiglie che nascono e crescono tra massacri e sofferenze, legate da sentimenti più forti di qualsiasi odio o ingiustizia. C’è chi resta e combatte, chi resta e subisce, chi va via e poi ritorna, chi va via e non ritorna più. C’è un libro che tocca nel profondo, che racconta vicende che colpiscono dritte e brutali come un pugno nello stomaco. C’è una storia romanzata che sembra avere molto di autobiografico e che coinvolge e appassiona per l’umanità dei personaggi e la dolcezza della prosa. C’è una storia vera, la storia di un popolo a cui è stato tolto tutto raccontata dal punto di vista dei più deboli. C’è una verità da urlare al mondo ma c’è un mondo che questa verità non vuole ascoltarla, un mondo che confonde vittime e carnefici, che chiama “operazione di pace” una forza d’attacco di novantamila uomini e parla di “terrorismo” quando dei ragazzini lanciano pietre contro dei carri armati. Non ci sono “giornate della memoria” per un eccidio senza precedenti che continua ancora oggi nella più totale indifferenza, non ci sono risoluzioni delle Nazioni Unite capaci di fermare l’orrore, non ci sono occhi che vogliano vedere né orecchie che vogliano sentire. “«Avete paura che il mondo veda quello che fate ai bambini?» «Zitta. Ti ammazzo qua su due piedi, se no» la minacciò lui alzando il fucile ma, stranamente, con un sorriso sul volto. Imperturbabile, la suora rispose: Spara. Non siete diversi dai nazisti che volevano impedirmi di prendermi cura degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale».”

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Ogni mattina a Jenin 2014-09-02 12:52:24 Filomena Rita Di Mezza
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Opinione inserita da Filomena Rita Di Mezza    02 Settembre, 2014

Certe guerre non sono più neanche uno scontro.

Ho letto Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa, in questo mese di agosto, mentre si rinnovava, imperterrita e insolubile, la guerra nella striscia di Gaza e, ancora una volta ho pensato che la forza della cultura rimane una grande, potente arma contro la distruttività insita nella natura dell’uomo. Grazie alle magnifiche pagine di un libro possiamo sollevarci anche solo una spanna, ma è già un miracolo, dalla bestiale atrocità dell’agire umano quando diventa solo disperazione, terreno di coltura della pulsione di morte, non solo all’esterno, tra i corpi martoriati di madri incinte e dei loro bambini ancora dentro, ma anche all’interno, il che è peggio, perché è lì che si concepisce la gestazione dell’odio, togliendo ogni voce e respiro e movimento all’amore.
Il libro racconta in modo estremamente coinvolgente e intenso, con dense pennellate di realismo, l’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi di una famiglia palestinese dal 1948 ai nostri giorni. La storia della Palestina si intreccia con le vicende famigliari attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. Una storia che, a mio avviso, si riannoda ormai, sia da parte dei palestinesi che degli israeliani, sulla necrofilia, cioè su una erotizzazione perversa della morte, più che sulla necessità di dare spazio e sviluppo alla propria vita. Voglio dire che si uccide, ci si uccide, palestinesi ed israeliani, perché la spinta a distruggere ha preso il sopravvento sulla spinta al legame, che per definizione è spinta vitale, in quanto è presupposto per ogni creazione. In un contesto dove prevale l’annientamento, la mente può finire per convincersi che brandelli umani, sofferenza, soprusi siano gli unici oggetti della realtà ed è su di essi che si concentra ogni investimento di pensiero, di movimento, di desiderio. Sì, in condizioni estreme di dolore e rabbia, la meta vitale può diventare, perversamente, la morte.
(Ovviamente, questa mia considerazione ha ben presente l’importanza, nell’ interminabile guerra fra israeliani e palestinesi, del fanatismo religioso e dei neanche tanto oscuri interessi economici e politici internazionali che sono, da sempre, parte integrante di questa tragedia).
Le prossime righe sono scritte dalla Abulhawa, palestinese, ma potrebbero essere scritte ugualmente da un israeliano e a riprova le farò seguire da uno stralcio di intervista a Luciana Nissim Momigliano, psicoanalista ebrea arrestata come partigiana e deportata nel 1943 in un campo di sterminio. Quando si raggiungono livelli di dolore e rabbia profondissimi, le differenze si annullano, siamo tutti uguali! d’altronde, pensavo, trovo davvero cinica la mente umana se consideriamo che gli ebrei, che sono stati orribilmente oggetto di sterminio, ora compiono stermini nei campi profughi: dov’è la differenza tra vittima e carnefice? Rispetto a certe barbarie, le motivazioni storiche, sociali, economiche, diventano secondarie, orpelli di una sete di distruttività che ottusamente persegue la propria meta finale di annientamento, appiattendo ogni differenza, ogni possibilità persino di scontro: perché certe guerre non sono più neanche uno scontro.
“La sopportazione diventò una caratteristica distintiva della comunità dei profughi. Ma il prezzo che pagarono fu l’annientamento della loro dolce vulnerabilità…Non fargli mai capire che ti hanno ferito, fu il loro credo. Ma il cuore non è insensibile. A volte il dolore affiorava camuffato da gioia. A volte era difficile capire la differenza. Per le generazioni nate nei campi profughi , il dolore trovava quiete in un letto di necrofilia. La morte somigliava alla vita e la vita alla morte…potrei spiegarlo, ma romperebbe/la copertura di vetro sul tuo cuore, / e sarebbe irreparabile.”
“Come dice Primo, non si parla di quello che succede alla gente che il giorno dopo va a morire, ma…c’era uno che faceva così con la mano-ripete il gesto-decideva chi doveva vivere e chi morire. Più tardi, in una notte di tregenda, una ragazza venne a dirci che le altre che erano arrivate con noi erano andate in gas. E io: ma che dici, sei pazza! andare in gas, un’umanità che si dissolve in nulla…fu in questo modo che cominciai a crederci”
La forza della cultura di cui provo a parlare si sprigiona quando, grazie ad un libro, al di là dei dati anagrafici, riusciamo a immedesimarci nell’altro, nello straniero, nel nemico, e a riconoscerci: siamo tutti uguali. Ognuno di noi ha dentro le contraddizioni di Gerusalemme, ma se qualcuno ci coinvolge a pensarle, a ragionare, a sentirle, si rinforza una capacità ben descritta da Italo Calvino quando scrive “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio”.
E così, nel letto di necrofilia di un campo profughi ho letto alcune tra le più belle righe dedicate alla vita e all’amore e alla speranza, come il nome della protagonista, Amal, che in arabo, con la vocale lunga, significa anche speranza…figlia di una beduina con le cavigliere d’oro che tintinnano e che fa la levatrice…
“Presi la mia nipotina con grande attenzione e con il cuore che entrava in punta di piedi in quella casa d’amore. La sua boccuccia si aprì in un lieve sbadiglio e mi avvicinai per bere il suo profumo. Non c’è niente di più puro, è come se una parte di dio vivesse nel debole respiro di un neonato”
“Tu, mia cara, sei il battito del mio cuore.”
“”Amava oltre misura” dissi. Questa affermazione mi uscì dalle labbra spontaneamente, come succede alla verità una volta che è riconosciuta…mia madre amava illimitatamente nella distanza e nell’isolamento della sua solitudine, al sicuro dalle tragiche piogge del suo destino”

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Ogni mattina a Jenin 2013-03-16 17:20:54 ChiaraLotus
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ChiaraLotus Opinione inserita da ChiaraLotus    16 Marzo, 2013
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Attenzione si piange

"Ogni mattina a Jenin" è un romanzo storico scritto in maniera magistrale, che racconta cinquant'anni di storia Israelo-Palestinese attraverso le vicende della famiglia Abuleja e delle generazioni che, anno dopo anno, si sono avvicendate nel tentativo di difendere la propria terra.

Tre figli palestinesi, Youssef, Amal e "David".

Quest'ultimo, rapito da un soldato israeliano per curare la ferita profondissima nell'anima della sua amata moglie, porterà gli altri ad interrogarsi per anni sulle ragioni della sua scomparsa, in un susseguirsi di lotte e battaglie, di gioie e di immense tragedie.

Nella poetica aristotelica, il concetto di "verosimiglianza" rappresenta ciò che tecnicamente non è reale, ma potrebbe esserlo. Ecco: questo romanzo non è verosimile, ma si colloca nei due opposti estremi.

Da un lato, infatti, c'è la verità, ci sono episodi realmente accaduti, c'è la storia di un popolo che è stato sradicato dalla propria terra, e di un altro popolo in cerca di un paese da chiamare casa. Ci sono due punti di vista politici opposti che si danno battaglia. Nonostante questo libro sia filo-palestinese, non punta a screditare l'altra fazione, ma la nobilita inserendo personaggi ebrei di notevole spessore ed incredibile profondità d'animo, fra cui l'amico d'infanzia del padre di Amal (scusatemi, l'ho letto un paio di anni fa e ora mi sfugge il suo nome) e la madre adottiva di David. La lotta è fra due parti politiche: la bontà e la validità delle persone non dipende dal colore della propria bandiera, ma è qualcosa che si cela nel profondo dell'anima di ognuno.

Dall'altro lato, però, ci sono vicende FINTE. E per finte non intendo semplicemente "romanzate", ma molto distanti dalla realtà. L'autrice è cresciuta negli U.S.A., e ha fatto propri i canoni della narrativa americana che puntano ad una sorta di "sensazionalismo" un po' alla Beautiful. Ci sono separazioni e reincontri ai quali manca solo la presenza di Raffaella Carrà, ma nonostante ciò è impossibile sentirsi distanti. Il meccanismo di identificazione si può trovare anche con vicende estremamenti distanti dal nostro sentire, perchè reali sono le emozioni descritte. Emozioni che gli esseri umani provano e percepiscono in tutta la loro potenza.

Attenzione: si piange. Si piange tanto. E si ride, e si bestemmia. Questo libro è tutt'altro che neutro sotto il profilo emotivo, e quindi merita di essere letto.

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