Poesia Poesia italiana Il cerchio infinito
 

Il cerchio infinito Il cerchio infinito

Il cerchio infinito

Letteratura italiana

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"La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge. È un tema unico, perché nell'universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere, anche la vita" (Dall'introduzione dell'autore). "L'elemento di novità che l'autore introduce è la concezione fisica di spazio-tempo nel loro significato comune di distanza, una distanza indeterminata nella quale l'uomo mortale trova la sua espressione di esistenza, cioè quella che chiama "vita", in tutta la sua enigmaticità, incertezza, incompiutezza e soprattutto impossibilità a modificarla" (Dalla prefazione di Fabrizio Manini).



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Il cerchio infinito 2009-01-28 16:48:27 Milvia Comastri
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Opinione inserita da Milvia Comastri    28 Gennaio, 2009

Impressione di lettura

Quando, leggendo un poesia quasi una luce mi si allarga dentro, e la leggo e la rileggo e mi ci trovo bene, fra quei versi, fra quelle parole, e mi arrivano le risposte che cercavo ecco che la mia anima si sente soddisfatta.

E’ quello che è accaduto leggendo (e rileggendo) le sillogi di Renzo Montagnoli: con la sua prima “Canti celtici” e soprattutto con quest’ultima, Il cerchio infinito, che sento forse a me più vicina come tematica. Se in “Canti celtici” avevo condiviso la teoria che senza consapevolezza e rispetto del passato è impossibile costruire un presente e un futuro degni di essere vissuti, ne Il cerchio infinito mi ha affascinato l’esposizione della ciclicità del tempo, della vita, della natura, in una ripetitività che non avrà mai fine.

Un cerchio che non racchiude, non limita, non crea un confine, ma al contrario espande il concetto di tempo e di spazio in cui ogni singola anima si unisce all’altra, fino a creare un’unica anima infinita, che è quella dell’universo.

E’ questo che ho letto nei versi di Renzo Montagnoli. Poesie, sì, ma, con una definizione forse inadatta a un testo poetico, io le definirei: Vita, istruzioni per l’uso. Perché attraverso questo testo possiamo apprendere come porre uno sguardo particolarmente attento sulle cose che ci circondano,

e renderci conto che, anche se siamo infinitamente piccoli, la nostra anima fa parte di un tutto

che è infinitamente grande e mai avrà fine.

Non so se ho interpretato bene ciò che l’Autore ha voluto esprimere. D’altra parte credo che nella Poesia ogni lettore colga quello di cui necessita, a prescindere dalle intenzioni del poeta.

E a me, questa lettura ha dato tanto. Anche la speranza verso il futuro.

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Canti celtici, dello stesso Autore
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Il cerchio infinito 2008-09-18 03:19:35 Cristina Bove
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Opinione inserita da Cristina Bove    18 Settembre, 2008

Il cerchio infinito

Ho letto le poesie di Renzo Montagnoli in un’atmosfera evocata dai suoi intensi versi soffusi di malinconia, eppure anche aperti alla speranza.
Credo che l’Autore abbia espresso al meglio lo stupore dell'uomo di fronte al mistero della vita, il suo sentirsi a volte travolto dagli eventi, il suo doversi rassegnare alle perdite e agli abbandoni, il suo cercare senso e significato dove c'è invece solo il silenzio...mai una risposta.

“E’ già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell’eternità.”

Questi versi da “Il cerchio infinito”, la poesia che apre questa splendida raccolta, sono tra i più pregnanti e significativi della sua poetica.
Si è poi trasportati da una visione aperta alla bellezza della natura, alla sua continua offerta all'uomo.
Anche l'amore risalta come insondabile ma necessaria espressione, si avverte intensamente nelle felici espressioni dell’Autore che in esso viene riposta la maggior parte delle sue certezze e delle sue umane speranze.
L’amore vissuto come estatico momento ma anche come certezza del cuore.
C'è come un abbandono alla dolcezza dei sentimenti e dei sensi, come se il poeta volesse, attraverso le parole, conservarne i profumi, le emozioni, e, quando remote, lasciarle sedimentare in un quieto esistere.

Una grande prova di maturità poetica, in tutto e per tutto.

“La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge.
E’ un tema unico, perché nell’universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere, anche la vita.
Se esiste l’anima, scintilla che fa scoccare l’esistenza, questa non può finire con il corpo e quindi è eterna.”
Questa la spiegazione che lo stesso Renzo Montagnoli ci dà, facendoci conoscere ancora di più la profondità del suo pensiero, lo spessore da cui sono scaturite queste poesie che pervadono l’anima di chi legge.
Da “Una lacrima” : il sole sbatteva sugli occhi
nebbia di calore ondeggiava
un orizzonte stanco.”…

e questi altri versi con la commossa chiusa:
“…ho sentito
il silenzio delle cicale
ammutolite.
Certo era solo un sogno.
Ma dentro me
ho sentito scorrere
una lacrima,
una stilla di pietà. “


E ancora, “La stazione” in cui il Tempo è percepito come inesorabile sottrazione della vita:
“…le lancette dell’orologio si fermano
uno s’alza, un’ultima occhiata,
poi lentamente s’incammina
verso un’opaca porta.”
Si entra così nel vivo delle tematiche di questo poeta che ci sorprende con le sue pacate descrizioni, sempre in equilibrio tra il sogno e la realtà, in sospensione quasi, ma sempre sfumate in una residua consapevolezza che il mistero in cui lo stesso pensiero si manifesta sia di per se stesso bastante alla speranza
In “Onda” la cui suggestiva chiusa è indicativa di tutto il pensiero malinconico del poeta, questi versi assumono un significato speciale: “…All’ultima meta – infine ha portato – la sua vita di sale.”
Infine la maestosità che avvolge pur ostacolando, che fa volare l’anelito dell’anima al di là della vetta ma ne segna anche la fragilità, profondamente umana “La montagna sacra”. Questi versi ne sono fortemente rivelatori:
“…ostacoli
che intralciano
canti di sirene
tentazioni continue
la terra che m’avvinghia…”

Concludo con una riflessione, scaturita dalla lettura di questa seconda raccolta di un poeta che già conoscevo per il suo valore, una constatazione che la parola, quando è filtrata dal cuore, diventa poesia.

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Canti celtici, di Renzo Montagnoli - Edizioni Il Foglio
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Il cerchio infinito 2008-09-15 04:19:41 Miriam Ballerini
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Opinione inserita da Miriam Ballerini    15 Settembre, 2008

Il cerchio infinito

“Il cerchio infinito” è la seconda silloge dell’autore mantovano Renzo Montagnoli. Dopo solo un anno di distanza dall’uscita del suo primo lavoro “Canti celtici”, il poeta ci presenta un libro piacevole sotto diversi aspetti: quello della poesia costituita da versi liberi di ampio respiro. Il loro senso, che come una spirale fatta di diversi cerchi riporta sempre al significato che Montagnoli ha voluto dare all’intero testo.
Di cosa ci parla l’autore? Ce lo spiega lui stesso nell’introduzione: “La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge”.
Già nella prima poesia che porta lo stesso titolo del libro, troviamo la sera che acquieta e dà modo di pensare che comunque i giorni corrono. Da questo suo intimo pensiero passa a un ampio tutto “dove resta la polvere di anime spoglie, soffi di vita ritornati nell’eternità”.
Da sempre l’uomo si chiede perché si muore, cosa succede, dove si va a finire. Esiste una vita dopo la vita? E Dio? Temi grandi, troppo per noi piccoli esseri umani. E, come ben dice Montagnoli “Il problema è che l’uomo, per sua natura, tende a ridurre ogni cosa alla sua dimensione”.
I testi colpiscono il lettore, lo coinvolgono, tendono a condurlo a riflettere sulla propria esistenza.
Il poeta, uomo fra gli uomini, è vicino a chi legge, intimo, perché anche lui, come tutti, si pone gli stessi nostri interrogativi.
E lo fa compiendo un viaggio fra la natura sempre ben presente e solido valore:

PRIMAVERA

Raggio dopo raggio
s’infradicia il bianco
gocciolano allegre le grondaie
una carezza di sole
dà l’addio all’ultima neve.
………………………………

Confrontando l’età adulta a quella giovane, a come il tempo paia poco per chi ha già viaggiato tanto e molto per chi, invece, compie i primi passi:

CAMMINARONO INSIEME

Un nonno e un nipotino
a passeggio per il viale
lungo all’infinito per il piccino
breve come un istante per l’anziano.
……………………………………..

Oppure mettendoci di fronte a vite diverse per le quali il tempo ha una durata diversa, ma non per questo meno senso.
E l’ansia dell’uomo davanti al tempo che fugge, una paura che è solo umana, perché in natura lo si accetta e si compie il proprio destino, sia quello di una goccia d’acqua, minuscola o lo schermo ampio di un tramonto.
Alcune poesie sono delle vere e proprie meraviglie, ad esempio “Concerto d’anime” o “Dalla finestra”.
Montagnoli scrive con delicata attenzione e tenerezza, guardando al passato e, inevitabilmente, spingendo lo sguardo a quello che ancora deve venire.
Un libro che fa riflettere e riempie, ricco di “leggera” filosofia, recata alla portata di tutti.

© Miriam Ballerini

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Il cerchio infinito 2008-09-10 23:24:07 Fabrizio Manini
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Opinione inserita da Fabrizio Manini    11 Settembre, 2008

Il cerchio infinito

Il Cerchio Infinito nel suo profondo ha molte inquietudini. Già dal titolo si evince un eterno ritorno di emozioni, sensazioni, atteggiamenti, sentimenti, ricordi, riflessioni, pensieri e, più concretamente, di oggetti, suoni, luoghi, persone, dettagli di visi, scorci di paesaggi, intimo del cuore. Vale a dire di quell’insieme indescrivibile e sconfinato di cose che concorrono a rappresentare l’universo uomo e dare vita (e significato) a quest’ultimo nell’universo.
Le poesie di questa nuova silloge di Renzo Montagnoli non sono ingabbiate in uno stile classicheggiante di rima e metrica, il quale rispecchierebbe effettivamente il fil rouge della raccolta, vale a dire l’atavico e cadenzato ripetersi di un ordine imperscrutabile che impera da sempre nel corso degli evi; l’autore ha preferito un verso sciolto e libero, suggerendo in questo modo una visione apparentemente salvifica della realtà che osserva o, almeno, una visione che lascia spazio, all’animale uomo, per concepire ciò che fa, ciò che gli accade e ciò che è.
Naturalmente si tratta di un inganno in quanto l’uomo è oggetto del tutto: pensa, agisce, si sposta, ma rimane comunque all’interno della prigione senza confini che gli dà sostentamento e che gli conferisce l’illusione di essere lui a comandare, quando invece non può nemmeno decidere se, come, dove o quando nascere/morire, dal momento che l’anima è immortale e si ripropone in altri corpi e in altri tempi all’interno di un Cerchio Infinito di ricambi che nessuno ha stabilito.
Il panta rei, l’incessante divenire dove ogni cosa non è mai uguale a se stessa, qui si arricchisce di ulteriori significati; non è più un semplice discorso sull’esistenza di oggetti tangibili, come ad esempio il fiume che, secondo Eraclito, non si poteva mai toccare due volte. L’elemento di novità che l’autore introduce è la concezione fisica di spazio-tempo nel loro significato comune di distanza, una distanza indeterminata nella quale l’uomo mortale trova la sua espressione di esistenza, cioè quella che chiama “vita”, in tutta la sua enigmaticità, incertezza, incompiutezza e soprattutto impossibilità a modificarla.
La nostra caducità nonché l’insignificanza di fronte al tutto sono una costante nella nostra esistenza; la maturità di quest’opera risiede nel fatto che la sete di conoscenza, pur non appagata per oggettiva impossibilità discente dell’uomo, non sfocia né in furia né follia, ma in una tranquillità in apparenza rassegnata e allo stesso tempo in una profondamente inquieta accettazione di sopravvivenza dentro un tempo e uno spazio privi di ogni e qualsiasi sicurezza.
L’autore nel comporre questa silloge è riuscito ad attuare un progetto ambizioso. Parlando con semplicità di cose altrettanto semplici, trasmette al lettore una sorta di consenso per ciò che vede e che percepisce; ammette la realtà, forse senza approvarla, accoglie l’avvicendamento delle vite, forse senza rimpianti, acconsente alle leggi superiori, forse senza neanche tentare di capire, perché ha già intuito che è stupido il pensare di poterlo fare. È esattamente per questo motivo che la quintessenza che traspare da queste pagine è sconcertante; è una pienezza di ragionamento e di capacità di sintesi che difficilmente trovano uguali.
La salvezza non è nel cambiare il proprio destino, ma nell’accettarlo senza la docilità dello sconfitto.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Canti celtici, di Renzo Montagnoli - Edizioni Il Foglio;<br />
Fiori e fulmini, di Cristina Bove - Edizioni Il Foglio;<br />
Il respiro della luna, di Cristina Bove - Edizioni Il Foglio<br />
Presenze e Assenze, di Davide Vaccino - Edizioni Il Foglio
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