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Phobia
 
Phobia 2016-11-24 20:50:04 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    24 Novembre, 2016
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La paura ha una casa in cui abitare.

C'è una grande differenza tra paura e fobia: la paura è un'emozione primaria, imprevedibile perchè spesso generata da eventi casuali o da situazioni di pericolo inattese e generalmente induce ad una reazione immediata ed attiva, un tentativo di difesa o di fuga per esempio.
La fobia invece è una paura profonda, radicata nell'inconscio, una paura spesso malata perchè originata da sensazioni e visioni distorte della realtà più che da circostanze evidenti.
E mentre la paura, così come la gioia, ci accompagna sin da bambini essendo un'emozione che impariamo a conoscere dai primi anni di vita - chi tra noi non ha mai controllato nell'armadio o sotto il letto prima di addormentarsi? - la fobia si manifesta generalmente in età più adulta perchè ha bisogno di sedimentare, si nutre con le esperienze di vita più dolorose e negative amplificandone gli effetti collaterali sulla nostra coscienza che le percepisce così con timore, con l'ansia crescente che possano ripresentarsi e che non si abbia la capacità di affrontarle: è quella che generalmente si manifesta come 'paura di fallire'.
Questa è la fobia di Sarah Bridgewater: nonostante fosse una donna di successo e molto apprezzata per il suo lavoro tanto da meritare una promozione ed una posizione di prestigio in ambito lavorativo, inspiegabilmente ed improvvisamente perde fiducia in se stessa a tal punto da temere i suoi stessi collaboratori, persino una semplice riunione diventa per lei causa di panico.
Sarah ha paura di non essere all'altezza del suo compito e delle aspettative che gli altri hanno di lei.
"Ad un certo punto, però, qualcosa era cambiato. A poco a poco, e senza che lei all'inizio se ne rendesse conto. Una paura inesprimibile, un terrore orribile era risalito dagli abissi del suo subconscio affiorando in superficie. La prima volta risaliva a più di un anno addietro. Da allora era diventata il suo fedele compagno, compariva ogni volta che lei era sola.
Il medico aveva definito questa sua paura irrazionale un disturbo fobico e le aveva consigliato un terapeuta con cui approfondire le cause. La terapia, però, non aveva sortito gli effetti sperati, e Sarah si ritrovava sempre più spesso a ripensare ad una frase che aveva letto in un romanzo di Shirley Jackson: Qualunque cosa voglia frullarti lì dentro, lo fa e basta."

Ma non solo in ufficio, anche a casa: Sarah ha paura di parlarne col marito perchè teme la sua reazione dinanzi alla sua debolezza, teme il suo dispiacere e la sua delusione e per questo si isola dal marito e lo allontana da se stessa.
Ha paura anche di non saper proteggere adeguatamente il figlio dalle insidie di un mondo sempre più violento, una società sempre più cattiva: e quando una notte il figlio la chiama impaurito dopo aver udito dei rumori e visto un'ombra alla finestra, lei deve sforzarsi per apparire sicura di sè, nessuna titubanza dinanzi al figlio per convincerlo che si tratta solo di rumori causati dai rami dell'albero, divenuti troppo lunghi tanto da urtare la finestra.
E' una paura infondata quella del figlio, non c'è nessuno oltre la finestra e nessuno potrà mai fargli del male.
E' stata brava Sarah; nonostante, fosse sola in casa col figlio Harvey visto che il marito sempre più spesso trascorre la notte fuori per lavoro, è riuscita a tranquillizzarlo placando i suoi incubi.
"E' questa la differenza tra la paura di un bambino e quella di un adulto, pensò mentre ascoltava ancora insonne il vento che soffiava. I bambini hanno paura di cose irrazionali, di uomini spaventosi capaci di volare, di mostri nell'armadio, poi però si riaddormentano perchè credono che mamma e papà li proteggeranno dai mali del mondo. I bambini non sanno ancora molto delle vere creature dell'orrore che sono in agguato oltre i vetri scuri della finestra. Delle paure ben più complesse di qualsiasi baubau o di qualsiasi mostro orribile, perchè non hanno un volto, non hanno una forma, per quanto ci si sforzi di dar loro un nome."

Ora è lei però che sente dei rumori, a piano terra. Rumori ben distinti, inequivocabili. Sono i rumori volontariamente attenuati che fa suo marito quando torna tardi a casa nel tentativo di non svegliare la moglie ed il bambino.
Ma perchè non l'ha avvisata? Come mai Stephen è rientrato in anticipo senza dirle niente, neanche una telefonata.
Lo capirà ben presto, quando prenderà coscienza che l'ombra di quell'uomo nella cucina della sua casa, il volto a malapena illuminato dalla luce del frigorifero aperto, le cicatrici che ne deturpavano l'aspetto.. quell'uomo non era Stephen, non era suo marito.
Ma aveva i suoi vestiti, aveva le sue chiavi.. e la chiamava per nome, la chiamava Sarah, con dolcezza, le aveva persino portato un mazzo bellissimo dei suoi fiori preferiti e un regalo per Harvey, la playstation che desiderava da sempre.
Non era suo marito, ma sapeva tutto di lei e della sua famiglia.. ma soprattutto conosceva bene la sua paura.
E la paura, in tutte le sue forme, regna sovrana in questo romanzo al cardiopalmo di Wulf Dorn e
chi cerca emozioni forti non ne rimarrà certo deluso.
Non vi nascondo, però, un mio personale giudizio non del tutto positivo che ha preso forma dopo i primi capitoli del libro, sicuramente i più interessanti, trovando poi conferma durante il prosieguo della lettura sino all'epilogo finale.
Ho avuto infatti l'impressione di una trama confusionaria, in cui gli eventi che si intrecciano contribuiscono solo a renderla più caotica (e spesso inutilmente prolissa) ma non apportano alcun valore aggiunto alla storia anzi rimangono spesso eventi isolati, citati ma non adeguatamente sviluppati.
Lo stesso personaggio di Mark Behrendt, amico di infanzia di Sarah e psicologo di successo caduto in crisi dopo la morte (accidentale?) della moglie, mi sembra una forzatura nel senso che la storia avrebbe potuto evolversi allo stesso modo anche senza il suo contributo; solo alla fine si intuisce il suo ruolo di congiunzione con un probabile sequel del romanzo.
L'accostamento del personaggio di Mark a Sarah, pur tralasciando la banalità della circostanza del loro incontro, avrebbe avuto più senso se fosse stata curata ed approfondita la storia di Mark, le cause che hanno portato alla morte della moglie determinando così in lui una fobia simile a quella di Sarah: paura degli uomini, paura di fallire, paura di non poter proteggere le persone più care.
E ritengo poco convincente anche l'uomo cattivo, la misteriosa figura che si intromette nella vita della famiglia Bridgewater sconvolgendo l'esistenza di Sarah e del marito Stephen: ho trovato alquanto semplicistica la motivazione del suo comportamento oltre che, lasciatemelo dire, una forte analogia col protagonista della fortunata serie horror cinematografica "Saw".
In definitiva, nonostante l'ottima premessa, Phobia non ha soddisfatto pienamente le mie aspettative: la paura, la fobia, sarebbe stata ottima protagonista di questo thriller psicologico ma rimane relegata solo nel titolo, accennata nei primi capitoli per poi essere abbandonata e perdersi così tra le righe di una storia dai connotati moralistici, inneggiante il valore della vita e della famiglia.

"Ma voglio svelarti un segreto, Mark, che in fondo conosci da tempo. La paura ha una casa in cui abitare". Picchiettò la tempia. "Quassù. E allo stesso tempo questo è l'unico posto in cui possiamo affrontarla. Mark, il tempo a nostra disposizione è limitato, e sarebbe uno spreco trascorrerlo in compagnia della paura".

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