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La guardarobiera
 
La guardarobiera 2017-11-26 06:14:54 Bruno Elpis
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    26 Novembre, 2017
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Joan fissava Gustl come un basilisco

La guardarobiera: noi che conosciamo Patrick McGrath non possiamo che leggere questo romanzo esercitando l’arte del sospetto. Sospetto nei confronti di tutti i personaggi che ruotano intorno a Joan: il genero Julius, la figlia Vera, la rifugiata zia Gustl. Noi che sappiamo quanto questo autore ami ricamare i suoi romanzi sulla filigrana di una storia sotterranea, che soltanto nelle ultime pagine rivela la trama occulta. E proprio di trama dobbiamo parlare, considerato il mestiere di Joan (“Una stanzetta buia e fredda, con una macchina da cucire e tutte le sue stoffe, forbici, ditali, rocchetti di filo”), guardarobiera in doppio senso, sia per il lavoro che svolge (“Rimase seduta alla macchina da cucire per tutte le ore della notte, ridendo e singhiozzando, rievocando l’uomo che aveva perduto”), sia per il nuovo ruolo di custode del guardaroba di Gricey, attività che la donna – dopo la morte del marito attore – svolge nel proprio appartamento: “Nella sua testa, lui viveva ancora in quel guardaroba, e ovviamente coesisteva con Frank Stone, due entità distinte, in genere, ma abbastanza spesso una presenza gemella che avanzava e indietreggiava in spettrale tandem, eseguendo una specie di minuetto esistenziale.”

Il romanzo si gioca su un perenne senso del doppio, una dimensione alla quale Freud imputa il perturbante.
L’ambivalenza del rapporto con Daniel Francis alias Frank Stone, l’attore che sostituisce Gricey nel ruolo del Malvolio de La dodicesima notte di Shakespeare.
La doppiezza della relazione che Daniel (“Colse l’improvvisa fiammata nei suoi occhi, lo stupore e il piacere lupigno”) intesse con Joan e con sua figlia Vera (“Era molto nervosa… un paio d’anni prima c’era stato un piccolo attacco d’isteria…”).
La somiglianza tra madre e figlia (“I denti come avorio – mica l’accozzaglia di lapidi decrepite che si ritrovava in bocca la madre”).
L’ambiguità del profilo di Daniel: attore supplente, contenitore (“Il recipiente, come ormai lo considerava”) di un altro spirito (“Chi conteneva”).
La duplicità della patologia che Joan patisce (“Non voleva altro che ascoltare di nuovo la sua dannata voce”): sarà delirium da alcol (“La bottiglia dell’ultimo ripiano… ciao, caro zio”) o psicosi?
La scoperta della doppia vita del marito (“Era da un pezzo che le cose tra loro non andavano benissimo…”).
Il gemellaggio tra dramma personale e dramma comune nella Londra del dopoguerra, con i rigurgiti del fascismo razzista di Oswald Mosley.

Interessante la trovata del narratore collettivo, che svela la propria identità durante l’epilogo della tragedia: “Sì, una splendida simmetria, vita e teatro…. Ma noi sappiamo che cosa succede quando compaiono le simmetrie, vero, signore? Brutte notizie come se piovesse”.

Giudizio finale: gotico (“Le labbra scoprivano i denti in un rictus di indispettito sconcerto”), perturbante… ben confezionato!

Bruno Elpis

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Follia, Trauma
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