La guardarobiera La guardarobiera

La guardarobiera

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Gennaio 1947. La guerra è finita da due anni. Londra è in macerie, non c'è nulla da mangiare ed è l'inverno più freddo da che se ne ha memoria. A peggiorare ancora le cose, uno dei più grandi attori teatrali del momento, Charlie Grice, muore improvvisamente. Sua moglie Joan, costumista, è distrutta dal dolore, ma si fa convincere ad assistere a una replica di beneficienza dell'ultimo spettacolo di suo marito, e a vedere un sostituto interpretare il suo ruolo. Ne è terrorizzata. Ma quando l'attore appare sul palcoscenico, la vedova addolorata trasalisce nel rendersi conto che dietro gli occhi dell'uomo brucia ardente lo spirito di suo marito. Più tardi, nel backstage, incontra l'attore e ha la conferma che Charlie vive in lui. È stordita dalla gioia. Diventa così amica del giovane attore e comincia a donargli gli abiti di Charlie. L'amicizia presto evolve in una relazione amorosa, e Joan continua a vedere nel sostituto il fantasma di suo marito. Una sera, per caso, mentre fruga nel guardaroba di Charlie, scopre un orribile segreto e ne è devastata: la guerra, dopotutto, non è finita. Joan, la costumista, viene catapultata in un nuovo, cupo mondo, fatto di violenza, intrighi e terribili verità...

Recensione della Redazione QLibri

 
La guardarobiera 2018-01-07 14:47:08 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    07 Gennaio, 2018
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"La morte ci rende tutti pazzi per un po'"

La vita è un palcoscenico dove tutti indossiamo il nostro costume di scena e interpretiamo un ruolo. Nessuno lo sa meglio di Joan Grice, la guardarobiera del Beaumont Theatre, abituata a cucire abiti che calzano alla perfezione. Perché il vestito è tutto, il vestito si anima dello spirito di chi lo indossa. Anche quando quel qualcuno non c’è più.

È così che alla morte dell’amatissimo marito Gricey, celebre attore e inseparabile compagno di vita, una folle idea comincia ad insinuarsi nella mente di Joan. Che nel grande armadio, nascosto tra le pieghe del cappotto e nella trama del completo che porta ancora il suo odore, si nasconda la voce e l’anima dell’uomo da cui non riesce a staccarsi. E quando vede il giovane Daniel Francis calcare la scena nel ruolo di Gricey, vestendone gli stessi panni e copiandone gli stessi gesti, sarà come rivederlo vivo, in un altro corpo. E crederci diventa l’unico, irrinunciabile modo per sfuggire al proprio dolore.

"La morte ci rende tutti pazzi per un po'" perché non è semplice elaborare il lutto e trovare il coraggio di lasciare andare chi si ama. E Joan si aggrappa al gin e a quella folle ossessione per scacciare la morte. Ma saranno proprio i vestiti, sinceri traditori, a rivelarle un terribile e intollerabile segreto. Forse l’uomo che aveva sposato non era chi lei credeva. Forse la loro vita insieme era tutta una recita.

È un romanzo di teatro, sul teatro. Nella scenografia di una Londra post-bellica, grigia, fredda e spettrale come non mai, tutti recitano. Gli attori, ad interpretare storie in cui si riflettono i loro drammi privati. Gli uomini, con le loro verità nascoste dietro menzogneri sorrisi. E i fantasmi delle ossessioni, che si aggrappano alla vita. “Una splendida simmetria, vita e teatro [...]; ma noi sappiamo che cosa succede quando compaiono le simmetrie, vero signore? Brutte notizie come se piovesse.”

Patrick McGrath si dimostra ancora una volta abilissimo a imbastire un romanzo psicologico in cui passioni e ossessioni si muovono in quel flebile confine tra normalità e follia, per mettere in scena la recita della vita. La prosa è limpida, sicura, scorrevole. Le atmosfere inquietanti e rarefatte. Gli spunti di riflessione pregevoli.

Lo ritengo quindi un buon libro eppure mentirei se dicessi che mi ha convinto del tutto e devo ammettere di essere riuscita a procedere oltre le prime pagine solo al terzo tentativo di lettura. Immersa nella nebbia delle sfumature della mente, la trama appare come un labirinto di sentieri di cui non riusciamo a comprendere appieno il disegno. Il teatro, il senso di perdita, la lotta antifascista nel 1947, il tradimento, la follia, ogni spunto è un sentiero di per sé interessante, ma ho trovato davvero faticoso procedere senza comprendere appieno la direzione. Ben scritto ma emotivamente poco coinvolgente, freddo. Proprio come le gelide atmosfere così ottimamente descritte.

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La guardarobiera 2018-02-05 18:58:21 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    05 Febbraio, 2018
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La verità e i fantasmi della guerra

Un romanzo teatrale quello che porta la firma di Patrick Mc Grath, che si intitola La guardarobiera, edito dopo tantissimi successi da Follia a Martha Peale a Trauma.
E’ spettrale l’immagine che emerge di Londra in questo romanzo. Siamo nel gennaio 1947, e fa molto freddo, la città è devastata dai bombardamenti, palazzi distrutti, priva di carbone, di farina di whisky e di soldi, ovunque,
“smog, ruderi, vestiti logori, cibo scadente, crateri di bombe e topi.”.
La protagonista è “la guardarobiera” Joan Grice, sconvolta dalla morte improvvisa del marito, primo attore teatrale Charlie. Lei è:
“una donna stupenda. Una donna di straordinaria bellezza, senz’altro, e formidabile. Aveva i capelli neri senza un filo d’argento. Li portava tirati indietro con una certa severità, per meglio gettarsi sul mondo come una falce. Alta quanto il marito defunto e di corporatura snella, il viso era pallido e scolpito, col mento alto, e i lineamenti modellati in una pietra dura e bianca; l’effetto certe volte era ieratico. Ma, oddio, aveva i denti inguardabili! Gialli, neri alla radice, e tutti storti. (…) aveva una sua profonda riluttanza a sorridere”.
Suo marito Charlie Grice è un attore famoso, morto in circostanze misteriose e poco chiare,
“i suoi gesti di umanità e di magnanimità. A volte era brusco con lei, aveva un carattere irascibile, i suoi sbalzi di umore. Era un fuoco di fila di aneddoti.”.
Il lutto è troppo e la sua elaborazione ancora lontana a venire. Fino a quando non decide di assistere alla rappresentazione della prima replica di Shakespeare, che era stata di suo marito. Di lì inizia la sua ossessione per il primo attore Frank Stone, trasfigurazione perfetta del marito. Ne diventa amica, la invita a casa e gli offre i vestiti del defunto. Inizia una relazione, disturbata da scoperte tragiche sul passato dell’idolatrato marito. Scopre, infatti, in una tasca del cappotto, cucito con cura, un distintivo neonazista. Chi è stato veramente il suo adorato coniuge? Conosceva veramente chi ha avuto accanto per tanti anni? Per Joan, ebrea, è una scoperta che travolge i ricordi, le emozioni e l’esistenza. E la scoperta di una rassomiglianza lugubre tra Frank e Charlie diventa asfissiante, al punto di prevedere l’esistenza di uno spirito maligno calato all’interno del giovane, per continuare a distruggerla. Le vecchie paure della guerra e degli antisemiti, il guardaroba pieno di fantasmi, l’amore/odio, l’ossessione, la delusione, la gelosia poi operano di netto.
Ciò che più mi ha colpito è la scelta del personaggio “guardarobiera”: le sue attenzioni per i vestiti e per coloro che li indossano. La guardarobiera è colei che li aggiusta, li mette in posa, li studia e li cataloga. In quei vestiti lei è convinta che viva lo spirito di chi li indossa, per questo fa di tutto perché il nuovo attore indossi quelli del defunto marito. E’ una trasfigurazione che non può non affascinare.
L’altro argomento pregnante e altrettanto inquietante del libro è il tentativo di rinascita del nazismo avvenuto nei primi anni del dopoguerra, narrato con precisione. Infatti: durante la Seconda Guerra mondiale i leader del British Union od Fascists erano stati imprigionati. Ma continuarono a covare le loro passioni, non accorgendosi di ciò che era accaduto intorno a loro. Quando vennero scarcerati erano convinti di poter nuovamente diffondere le loro nefandezze a Londra. E per questo ci furono persone che scesero in piazza per arginare il fenomeno. In particolare i membri appartenenti al The 43 Group che combatterono contro la diffusione delle Camicie Nere di Mosley.
Una lettura profonda, avvincente, di grande spessore narrativo.

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La guardarobiera 2017-11-29 10:53:55 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    29 Novembre, 2017
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I volti della follia

Londra, 1947. La guerra è ormai finita, eppure i lasciti di questa sono ancora vividi nella mente, negli odori, nelle abitudini, nelle esistenze degli abitanti. Non bastano i residui bellici a rattristare il cuore e le anime dei protagonisti, a questo dolore si aggiunge quello determinato dalla morte inattesa del noto Charlie Grice, personalità di spicco della scena teatrale, padre della talentuosa Vera e marito dell’inconsolabile Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre di origine ebraica.
E’ disperata Joan, non può accettare che il suo Gricey sia morto, non è contemplabile. Loro sono stati inseparabili per 27 anni, sono stati una persona sola, una unica anima. Donna forte e dedita al lavoro, reagirà alla perdita prima assumendosi la colpa di quanto accaduto, successivamente maturerà l’idea che in realtà il compagno sia sopravvissuto, in parte, nel corpo di un altro uomo: Daniel Francis alias Frank Stone attore che sostituisce il defunto nel ruolo del Malvolio de “La dodicesima notte” di Shakespeare.
Da questo momento ha inizio un’assidua frequentazione tra la donna e Daniel-Charile, una frequentazione che ha radici nel passato, che è raffigurata nel presente che è prospettata nel futuro. Un sempre maggiore livello di confidenza ed intimità faranno vacillare ogni supposizione sino a che una spilla a cui si sommeranno altri scenari immaginari, non verrà rinvenuta. Grice/Frank finiranno l’uno con l’offuscare l’altro tanto che si perderà irrimediabilmente il confine tra finzione e realtà. La donna non avrà altra scelta che abbandonarsi all’alcool e alla follia. E Vera? Cosa ne sarà di lei?
La crudeltà della vita e il fantasma, l’ossessione e la rappresentazione scenica, il fallimento che sta sopraggiungendo e la dimensione psicologica. Cosa è vero e cosa è palcoscenico?
Nonostante Joan sia una prima attrice indiscussa, una donna che possiede profondità, introspezione e che è capace di trasmettere il dolore, il lutto, l’incredulità, la rabbia, la disperazione nonché l’ossessività e la indefinitezza che è propria di Patrick McGrath, “La Guardarobiera” è un elaborato ben diverso rispetto a quelli a cui lo scrittore ci ha abituato. Sin dalle prime pagine ci ritroviamo in un viaggio nella mente che è sempre sulla doppia linea della normalità/follia, sulla doppia linea della recita/realtà, in un percorso che è totalizzante ma anche affiancato da trama precisa e chiara. E’ proprio quest’ultimo l’elemento differenziante rispetto agli altri componimenti del narratore: il filo conduttore delle vicende è inequivocabile seppur egregiamente sviluppato e i personaggi nonostante la vedova, sono tutti meno totalizzanti tanto che si abbandonano ad una conduzione delle vicende più romanzata. Il tutto è avvalorato da uno stile narrativo fluente ma tuttavia a tratti eccessivamente descrittivo.
In conclusione, coinvolgente, cupo, magnetico.

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La guardarobiera 2017-11-26 06:14:54 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    26 Novembre, 2017
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Joan fissava Gustl come un basilisco

La guardarobiera: noi che conosciamo Patrick McGrath non possiamo che leggere questo romanzo esercitando l’arte del sospetto. Sospetto nei confronti di tutti i personaggi che ruotano intorno a Joan: il genero Julius, la figlia Vera, la rifugiata zia Gustl. Noi che sappiamo quanto questo autore ami ricamare i suoi romanzi sulla filigrana di una storia sotterranea, che soltanto nelle ultime pagine rivela la trama occulta. E proprio di trama dobbiamo parlare, considerato il mestiere di Joan (“Una stanzetta buia e fredda, con una macchina da cucire e tutte le sue stoffe, forbici, ditali, rocchetti di filo”), guardarobiera in doppio senso, sia per il lavoro che svolge (“Rimase seduta alla macchina da cucire per tutte le ore della notte, ridendo e singhiozzando, rievocando l’uomo che aveva perduto”), sia per il nuovo ruolo di custode del guardaroba di Gricey, attività che la donna – dopo la morte del marito attore – svolge nel proprio appartamento: “Nella sua testa, lui viveva ancora in quel guardaroba, e ovviamente coesisteva con Frank Stone, due entità distinte, in genere, ma abbastanza spesso una presenza gemella che avanzava e indietreggiava in spettrale tandem, eseguendo una specie di minuetto esistenziale.”

Il romanzo si gioca su un perenne senso del doppio, una dimensione alla quale Freud imputa il perturbante.
L’ambivalenza del rapporto con Daniel Francis alias Frank Stone, l’attore che sostituisce Gricey nel ruolo del Malvolio de La dodicesima notte di Shakespeare.
La doppiezza della relazione che Daniel (“Colse l’improvvisa fiammata nei suoi occhi, lo stupore e il piacere lupigno”) intesse con Joan e con sua figlia Vera (“Era molto nervosa… un paio d’anni prima c’era stato un piccolo attacco d’isteria…”).
La somiglianza tra madre e figlia (“I denti come avorio – mica l’accozzaglia di lapidi decrepite che si ritrovava in bocca la madre”).
L’ambiguità del profilo di Daniel: attore supplente, contenitore (“Il recipiente, come ormai lo considerava”) di un altro spirito (“Chi conteneva”).
La duplicità della patologia che Joan patisce (“Non voleva altro che ascoltare di nuovo la sua dannata voce”): sarà delirium da alcol (“La bottiglia dell’ultimo ripiano… ciao, caro zio”) o psicosi?
La scoperta della doppia vita del marito (“Era da un pezzo che le cose tra loro non andavano benissimo…”).
Il gemellaggio tra dramma personale e dramma comune nella Londra del dopoguerra, con i rigurgiti del fascismo razzista di Oswald Mosley.

Interessante la trovata del narratore collettivo, che svela la propria identità durante l’epilogo della tragedia: “Sì, una splendida simmetria, vita e teatro…. Ma noi sappiamo che cosa succede quando compaiono le simmetrie, vero, signore? Brutte notizie come se piovesse”.

Giudizio finale: gotico (“Le labbra scoprivano i denti in un rictus di indispettito sconcerto”), perturbante… ben confezionato!

Bruno Elpis

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Follia, Trauma
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La guardarobiera 2017-11-22 13:40:08 68
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68 Opinione inserita da 68    22 Novembre, 2017
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Il volto dell’ amore perduto e della follia amoros

Inghilterra, 1947, un paese vincente ma ancora al verde mostra il proprio volto intristito dai residui postbellici mentre un gelido inverno imperversa su Londra, alle prese con smog, ruderi, vestiti logori e cibo scadente, topi e crateri di bombe.
È qui che si piange la morte inattesa di una star del teatro, Charlie Grice, compianto ed amato da concittadini e colleghi, dal dolore inconsolabile della algida e bellissima moglie Joan, ebrea di nascita, e della talentuosa e fragile figlia Vera.
La disperazione di Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre, la spinge in un baratro di negazione convincendola che Charlie non sia completamente morto; in fondo sono stati inseparabili per ventisette anni, due parti di un tutto, ed oggi, in questi tempi di freddo, bisogno e lutto lui non è più qui a guidarla. Quando tornerà a casa ?
Lei è arrabbiata e spaventata e non vorrebbe che ascoltare di nuovo la sua dannata voce. È una donna forte che ha da sempre considerato il lavoro come il compito di una vita non ammettendo la vaghezza e l’ imprecisione ne’ il nebuloso contorno delle cose.
Inizialmente avrà la tendenza ad assumersi la colpa di quello che è stato, anche se in ogni tragedia è assente qualsiasi volontà che comincerà a vedersi solo nel contorno più chiaro delle cose.
Poi un’ idea, al confine tra paranoia e realtà, che Charlie sia morto e sopravviva nel corpo di un altro, un certo Daniel Francis, attore di scarso successo che ne reinterpreta il ruolo nello spettacolo che era di Charlie e la certezza che in lui risieda l’ anima del defunto.
Ed allora comincia un’ altra storia, una frequentazione sempre più assidua ( tra Joan e Daniel-Charlie ), la ricerca del passato, la raffigurazione di un presente che si vorrebbe diverso, un progressivo livello di confidenza ed intimità che farà vacillare e cadere ogni supposizione, quel cominciare a vedere il mondo da una prospettiva diversa.
Il ritrovamento di una spilla insinuerà nuovi dubbi corroborati da reiterate certezze ed una narrazione che si è spinta in avanti con altri scenari proposti dalla propria immaginazione.
Da semplice contenitore di Grice Frank aprirà un insanabile strappo, la progressiva apparizione dell’ uno offuscherà l’ altro ed un terribile dubbio risolto.
Agli occhi di Joan finalmente Frank si è fatto uomo, ma in primis rimane un attore, proprio come Vera, ed entrambi conservano una certa riluttanza a togliersi quel vestito di dosso, forse perché sotto non hanno poi molto.
Uno spettacolo teatrale in preparazione, la propria vita rinata, la figura di Grice che ha lasciato solo una maschera di se’, così fedele al proprio lavoro di artista, ma forse era stata tutta una recita e lui era sempre stato altrove. Ed allora dove inizia la finzione e dove si spegne, quale la realtà e la sua rappresentazione, e la rappresentazione di cosa?
Forse Charlie non era semplicemente un uomo al quale aggrapparsi, ma solo un’ idea di qualcuno che Joan avrebbe potuto e voluto amare per sempre, che invece si era nutrito di odio e violenza.
Ma c’è una voce che improvvisamente ritorna e continuerà a perseguitarla, abbandonandola ai profumi dell’ alcool e della follia, dolce e terribile consolazione.
E che ne sarà di Vera, quella figlia problematica che sin da bambina aveva respirato il teatro ed alla quale era stato instillato il senso del gusto, ossessionata dalla figura paterna e da quella terribile coercizione a dovere competere e primeggiare dalla quale non riusciva a sottrarsi?
Ed allora solo confusione, ed uno spettacolo consolatorio, ma anche un senso di rinascita e lo sbocciare di un talento tra passato presente e futuro ( Vera ), la rinuncia di se’ per il pubblico, il desiderio di gloria, la ricerca di un consenso ed il fallimento di una vita, mentre la propria coscienza ogni tanto ritorna ( Frank ).
Al di fuori del palcoscenico incombe la crudeltà della vita ed un fantasma interiorizzato è ormai assidua presenza ( per Joan ), la propria ossessione pazzia manifesta, mentre il mondo sorride ed applaude una rappresentazione scenica ( lo spettacolo ) con un fallimento in vista ( la vita ).
Si finisce con il domandarsi : quale il vero spettacolo e con quali protagonisti? Tutto è solo una grande rappresentazione scenica? Ed il palcoscenico della vita alla fine dove ci porta?
Un thriller psicologico dai contorni noir, un viaggio nel groviglio di una mente continuamente percossa da incredulita’, dolore, lutto, rabbia, follia, perversione, ma anche capace di amore, tenerezza, paura, piacere, in un sottile confine tra normalita’ e follia, la stessa che include realtà e recita, arte e vita, e quel continuo e misterioso ribaltamento di ruoli.
Questo è’ un McGrath piuttosto romanzato, una trama scandita da una traccia precisa e ben sviluppata, con personaggi meno totalizzanti ed includenti, in taluni casi poco presenti, anche se Joan, la indiscussa protagonista, possiede la folle profondità e la ossessiva ed oscura indefinitezza del McGrath a noi più noto e gradito.

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