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Per niente al mondo
 
Per niente al mondo 2021-12-29 10:43:16 Valerio91
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4.0
Stile 
 
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Contenuto 
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    29 Dicembre, 2021
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Un futuro (spaventosamente) possibile

Scrittore molto meno prolifico di King, Ken Follett è tuttavia un autore che non sforna mai romanzi che abbiano meno di seicento pagine, motivo per il quale ho sempre faticato ad armarmi del coraggio necessario a leggere uno dei suoi titoli. Non essendo un amante dell’epoca medievale, il suo più grande successo “I pilastri della terra” e relativi sequel non mi hanno mai attratto, mentre ero molto più interessato alla “Century Trilogy”, che probabilmente sarà la prossima che leggerò.
La mia prima lettura dell’autore è tuttavia ricaduta su “Per niente al mondo”, suo nuovo best-seller che abbandona la storia passata e si focalizza su un tragico futuro spaventosamente possibile. È lo stesso Ken Follett, nella premessa di questo romanzo, a dire di essere rimasto stupito di come una serie di eventi che se presi singolarmente potessero risultare di scarsa importanza abbiano portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. L’autore non esclude che questo possa accadere di nuovo e, con gli armamenti devastanti di cui sono dotate le potenze mondiali al giorno d’oggi, dar vita a un conflitto che potrebbe quasi spazzar via la razza umana in un battito di ciglia. È questa la premessa su cui si basa la narrazione di questo romanzo che mette in risalto le capacità di narratore di Ken Follett, in grado di tenere le redini di diversi archi narrativi anche molto lontani con grande maestria. Con la lettura di questo romanzo la mia curiosità per la “Century Trilogy” è aumentata, sebbene non sia rimasto davvero entusiasta da “Per niente al mondo”; non so infatti se avrei voglia di leggere altre settecento pagine di un eventuale sequel, anche se non è ben chiaro se il finale lasci spazio a seguiti.
Il romanzo comincia molto lentamente, probabilmente per costruire la psicologia dei personaggi fondamentali - alcuni più riusciti (Chang Kai) di altri (Pauline Green) - e per imbastire il plot che poi porterà al precipitare di eventi sempre più catastrofici. Cosa che mi ha un po' lasciato perplesso è lo sforzo speso per imbastire l’arco narrativo e la psicologia di alcuni personaggi e poi liquidarli improvvisamente e abbandonarli a sé stessi, per concentrarsi sulle tensioni tra America e Cina. A proposito, Europa e Russia sono gli angioletti della situazione e in questa guerra immaginata da Follett se ne stanno tranquilli, senza interferire. Quello che più colpisce è il come, effettivamente, una guerra nucleare possa scoppiare da un momento all’altro senza neanche rendersene conto, a causa di una catena di eventi che poi si potrebbe rivelare inarrestabile, inizialmente a causa dell’orgoglio delle nazioni coinvolte che non vorrebbero mai apparire deboli e si ritrovano costrette a rendere continuamente pan per focaccia, fino a poi arrivare a una situazione nella quale si deve necessariamente escludere ogni tipo di approccio pacifico, perché chi colpisce per ultimo è perduto. Attualmente le armi nucleari sono considerate un deterrente, ma fino a quando sarà così? Fino a quando i potenti della terra saranno abbastanza assennati da tenere lontano il dito da quel grosso pulsante rosso? Il fatto che ormai questo sia un timore generalizzato non deve fare altro che metterci ancor più in allarme. Come so che questo è un timore generalizzato? Tempo fa - diverso tempo prima che leggessi questo romanzo - scrissi un raccontino che termina proprio con queste parole: “ […] il mondo finirà per una manciata di malintesi e bugie; per un manipolo di persone abbastanza folli da crederci e abbastanza potenti da spegnere la luce per tutti”. Sembra un po’ il leitmotiv di questo romanzo di Ken Follett.
Coincidenze? Non credo proprio.

“Da giovane aveva cercato di comprendere chi detenesse realmente il potere. Era il presidente, che era il capo dell’esercito, oppure i membri della direzione del partito nella loro collegialità? O il presidente americano, i media americani, o i miliardari? A poco a poco aveva capito che erano tutti vincolati, ognuno a suo modo. Il presidente americano era manovrato dall’opinione pubblica, quello cinese dal partito comunista. I miliardari dovevano realizzare profitti, i generali dovevano vincere le battaglie. Il potere non risiedeva in un unico luogo, ma in un sistema estremamente complesso, formato da un gruppo di persone e istituzioni chiave, senza una volontà collettiva, che premevano in direzioni diverse. E lui ne faceva parte. Quello che accadeva sarebbe stato colpa sua come di chiunque altro.”

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