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Il silenzio dei colpevoli
Alicia Berenson, pittrice di successo, ha ucciso il marito Gabriel, famoso fotografo di moda, in modo piuttosto brutale. Il fatto di cronaca desta parecchio scalpore, non solo per le personalità coinvolte, ma soprattutto per il misterioso silenzio dietro il quale si trincera la donna per tutto il processo. Per questo l'interrogativo non è mai se abbia ucciso il marito, ma perché lo abbia fatto, dato che le prove sono piuttosto schiaccianti.
Un giovane psichiatra, Theo Faber, affascinato dal caso, viene assunto nella struttura presso cui la donna è in cura e riesce a convincere la direzione e il direttore sanitario a fargli fare un tentativo di terapia con lei, per cercare di raggiungerla nel luogo della sua psiche in cui si è rifugiata e provare a dipanare la matassa.
Ovviamente il compito è arduo: Alicia è una sfinge, niente pare scalfirla o smuoverla dal suo ostinato mutismo. Fino a quando Theo non trova un pertugio e ci si infila con prontezza e dedizione. Per la prima volta il muro eretto da Alicia sembra sgretolarsi, fino ad arrivare addirittura a dare modo allo psichiatra di recuperare il suo diario personale.
E qui la vicenda cambia tono. La colpevolezza di Alicia non è più qualcosa di indiscusso e indiscutibile, ma diventa quantomeno oggetto di riflessioni e indagini, mentre Theo deve muoversi con circospezione nella ragnatela di invidie e gelosie che ha suscitato il privilegio a lui concesso di interagire con una paziente così particolare.
Fino al colpo di scena che sconvolge tutto.
Anche se, ammetto, qualcosa avevo intuito. Ma non svelo niente, per non rovinarvi il finale.





























