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La divina foresta
 
La divina foresta 2009-02-13 12:44:04 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    13 Febbraio, 2009
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Un poema biologico

Non è facile scrivere di un libro come La divina foresta, perché tutto in esso è fuori dai canoni correnti. Lo si potrebbe anche interpretare in diversi modi, come un testo poetico e di poesia lì ce n’è tanta, ma non si tratta di versi sapientemente accostati per creare una composizione armonica, bensì di una prosa caratterizzata da soluzioni e da ritmi che sono propri della poesia, un insieme di elementi che fanno di questo testo un’opera unica e di indubbio elevato valore.

Non è solo la capacità creativa che stupisce e affascina, ma anche quella sottile vena di mistero che permea tutto il romanzo, con un susseguirsi di divenire, di modificare, di proporre nuovi quesiti dopo che già sembra di aver avuto adeguate risposte alle domande che inevitabilmente il lettore finisce con il porsi.

E’ una scrittura immaginativa e non a caso il libro entusiasmò Italo Calvino, con quel sorgere della vita in un mondo primordiale descritta con una fantasia dall’efficacia sorprendente, e con una serie di successive metamorfosi che richiama alla memoria, pur nelle loro differenze, la famosa opera di Ovidio.

Se l’aspetto interpretativo non può essere univoco, di rilevante e uniforme giudizio è invece quello stilistico, in cui la ricerca del linguaggio ha caratteristiche svariate, che vanno dall’uso di descrizioni che si potrebbero definire addirittura tridimensionali all’aspetto fonetico delle parole, il tutto finalizzato a creare un irripetibile equilibrio ritmico di prosa poetica (del resto non è un caso se aveva suscitato in Giorgio Caproni tanto entusiasmo in un suo parere di lettura).

La vicenda di un magma inconsistente che si apre alla vita, prima indefinibile, poi vegetale, trasformandosi infine in un avvoltoio trova un’esatta definizione in quel poema biologico che proprio Calvino ebbe a riscontrare leggendo il libro.

Sarebbe tuttavia limitativo pensare solo che Bonaviri abbia inteso darci una sua personale visione della creazione e dell’evoluzione della vita, perché secondo me l’opera presenta altre interpretazioni, non in contrasto fra loro, che non possono che nobilitare ulteriormente il lavoro dello scrittore di Mineo.

Fra queste non di certo trascurabili sono le riflessioni filosofiche che ogni tanto emergono nel linguaggio di vegetali e di animali, un porsi il perché dell’esistenza in specie minori che presenta il vantaggio di semplificare i loro ragionamenti a tutto beneficio del lettore.

Del resto la vicenda dell’avvoltoio che ricerca l’amore fuggito, spingendosi oltre ogni confine, cercando di arrivare alla luna (le descrizioni al riguardo sono semplicemente eccezionali) sembra la metafora dell’uomo che tenta dalle origini di scoprire se stesso, senza mai riuscirci completamente.

Ma l’opera è aperta anche ad altre interpretazioni che le successive riletture sono in grado di far emergere, proprio come in un lavoro poetico di indubbio grande valore.

Ho riscontrato, fra l’altro, un rispetto profondo per la natura, quel senso del far parte di qualche cosa che dall’infinitesimo al più grande non ci appartiene, ma che ci ospita in un disegno apparentemente caotico, la cui perfezione tuttavia esclude la capacità dell’umano comprendere, a cui è consentito solo di scoprire leggi fisiche senza capirne i motivi se non cercando, con un percorso intimo trascendente, di arrivarvi, senza tuttavia riuscirci.

Mi pare superfluo aggiungere che questo libro è senz’altro raccomandabile, ma lo faccio perché Giuseppe Bonaviri è un autore poco conosciuto al grande pubblico, benché le sue opere possano incontrarne i favori anche per la considerevole gradevolezza della lettura.

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