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L'isola di Arturo
 
L'isola di Arturo 2016-09-06 19:37:09 Bipian
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Bipian Opinione inserita da Bipian    06 Settembre, 2016
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Isola-mento e libertà

Era da tempo che adocchiavo e pregustavo questo volumetto, memore del capolavoro di Elsa Morante "La storia" che lessi molti anni fa (e che consiglio caldamente). Così finalmente lo comprai e mi accinsi subito a leggerlo. Ma fin dai primi capitoli mi resi conto che qualcosa strideva...

Va detto che è un romanzo doppio, ambiguo, vago ed è proprio questa la sua originalità, anche se personalmente lo avrei preferito meno paradossale e più schiettamente dinamico. Ci avrei messo un pò di sana azione, per intenderci.

Se da un lato dunque l'inconsistenza della trama e la staticità dei personaggi penalizzano la piacevolezza della lettura, restano impresse certe descrizioni (sebbene inventate) dell'isola di Procida, i suoi colori, la "Casa dei guaglioni", il piroscafo, che rappresentano uno scenario nitido, anzi sono l'unica realtà, l'unica certezza in cui si muove il protagonista-narratore e fanno da contraltare al mondo esterno sognato da Arturo, mitizzato, appreso dai libri, ma mai esperito.

Questo mondo esterno e irraggiungibile che tuttavia è richiamato continuamente e si mescola nella coscienza di Arturo ai fatti reali, viene descritto come pieno di luoghi e personaggi epici e fantastici, governato dal valore e dal coraggio di grandi condottieri, in cui il protagonista-sognatore si immedesima. Peccato però che egli sia il perfetto anti-eroe: orfano di madre, cresce quasi da solo, sempre schivo, indeciso, ingenuo, ma nel contempo superbo ed egocentrico. Ed in quanto tale attorno a lui di concreto fa accadere ben poco. Anche quando si innamora impetuosamente dell'unica donna che frequenta la sua casa (la modesta e servile matrigna), la sua gelosia e il suo stupido orgoglio gli impediscono di arrivare al sodo.

E' un romanzo di fallimenti personali, però talmente grossolani che non si può parlare di tragedia, ma piuttosto di una sorta di realismo ingenuo, in cui il buon Arturo ne esce proprio male, anche se temo non fosse questo l'intento dell'autrice.

Capisco i notevoli e molteplici piani di lettura, il tema del viaggio al contrario, i richiami ai poemi omerici, la scoperta della maturità, l'incesto e l'omosessualità, ma tutto viene inquinato dal protagonista, troppo sgraziato nell'interpretare l'umano e mai all'altezza della situazione.

Il contesto sociale è quello di un certo Meridione che la Morante spesso ben descrive: gli ultimi, gli emarginati, i reclusi, i pezzenti, i vagabondi, gli orfani, i disperati. Arturo e la sua ristretta famiglia sono tutto questo, ma non sono consapevoli di esserlo, sono bensì spontaneamente alteri (il padre e Arturo per emulazione), o convintamente umili (la matrigna). Tutto si gioca appunto sulla doppiezza, sul paradosso.

Interessante anche l'antinomia isolamento e libertà: Arturo è segregato a Procida, non perché lo costringe qualcuno, ma perché non è adulto abbastanza da partire. Nel contempo però è libero di girovagare indisturbato per l'isola e di viaggiare con la fantasia e con i libri. Ed è ciò che gli riesce meglio. Quando alla fine del romanzo sarà maturo abbastanza da partire, lascerà finalmente l'isola e tutte le sue ristrettezze e affronterà il mondo esterno. Sarà infine più libero?

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Commenti

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charles
20 Settembre, 2016
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sto leggendo quest'opera, sono circa a metà, eppure proprio non riesco a digerirla.

I personaggi mi paiono fior di stereotipo, tutti così intenti a recitare una parte, e senza mai mettersi in discussione, neppure brevemente.

Wilhelm Gerace, non pervenuto, odio vero, terribile.

Arturo, pessimo, cattivo, crudele, ed anche terribilmente sempre fuori tempo.
Non capisco poi da dove derivi questa sua presunta cultura tenendo presente che vive su un'isola e non ha mai frequentato la scuola. Mi pare assai poco credibile. Inoltre a 14 anni mi pare si possa essere un tantino più svegli, questo neppure sa cos'ha in mezzo alle gambe.

Unico personaggio azzeccato, Nunziatella, dolcissima vittima, per cui provo empatia e vorrei aiutare. Anche l'unico personaggio che mi pare evolvere in qualche modo.

l'isola di Procida è descritta in modo vivido.

Il registro è aulico e colto anche se comunque datato. Non riesco ad elevarlo a qualcosa di memorabile (a questo punto gente come Tolstoj è un dio in terra ed Anna Karenina è il testo sacro come la bibbia? questo lo dirò nella mia recensione appena ed ammesso lo riesca a finire)

il testo pervaso di misoginia mi schifa e repelle. Perchè la pur saggia Morante ha voluto scrivere in tal modo e vessare così le sue donne?

Insomma..sto andando avanti a fatica, non trovo appigli nel testo.

Cosa sto "sbagliando"? quale è la chiave di lettura giusta?
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