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Via Gemito
 
Via Gemito 2016-10-20 06:17:07 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    20 Ottobre, 2016
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Bravo Mimì, che bello Strega!

In questo bellissimo romanzo (meritatissimo premio Strega), Mimì, l’io narrante, ci racconta la storia della sua famiglia nel periodo che va dalla sua nascita fino ai dieci anni, cioè fino alla morte della madre anche se ci sono cenni su episodi successivi.
Nell'ascoltare il racconto il lettore percepisce subito un certo contrasto tra la portata reale degli eventi- Mimì è figlio di un terremoto emotivo che si ripercuoterà sul suo carattere deformandolo e mutandolo in modo sensibile e permanente- e la narrazione brillante e piacevole, per quanto percorsa da una rabbia che non si è attenuata nel tempo alimentata dal rammarico dell'adulto al tempo bambino e quindi incapace di capire e di reagire.
Le dinamiche famigliari sono abbastanza classiche e il disamore si trasmette di padre in figlio di generazione in generazione. Don Mimì (nonno del nostro Mimì) taglia le ali al padre di Mimì, Federì, cioè lo fa studiare ma non gli permette di frequentare la scuola d’arte come voleva, mentre la terribile nonna Filomena picchia Federì e a un certo punto lo manda a vivere da una nonna e non se lo riprende più in casa (però lo stipendio o parte dello stipendio se lo prenderà sempre). Federì non nutre odio nei confronti dei genitori ma certe ferite che pure non appaiono covano sotto la cenere e Federì matura un’autostima bassissima (anche se dà a vedere il contrario con le sue vanterie insopportabili) solo in parte compensata dalla consapevolezza del proprio talento. Certo, questa consapevolezza è avvelenata dalla constatazione della propria ignoranza per il fatto di non avere studiato anche se si dà da fare come autodidatta. Federì sposa una donna bellissima di cui non si sente all’altezza, con una famiglia d’oro di persone amorevoli che gli fanno sentire ancora di più il contrasto con la miseria affettiva della sua famiglia (e che perciò deve denigrare). Federì assilla tutti con le sue manie di grandezza che sono una richiesta d’aiuto e di sostegno infantile e a lungo andare insopportabile mentre la situazione e le frustrazioni accumulate si fanno sempre più pesanti anche per lui creando nella sua testa la bomba e allontanandolo alla fine anche dalla moglie che ama per quello che può (poco non avendo mai visto l'amore). Rosa è una donna concreta e non lo incoraggia nè lo sostiene nelle sue aspirazioni e non comprende il suo desiderio di esprimersi che probabilmente va al di là di un infantile bisogno di imporre la sua personalità come sanno tutte le persone in qualche modo, con talento o meno, incatenate all’arte. Ma essendo di fatto una persona infantile persegue il suo obiettivo facendola scontare alla moglie in tempo e spazio che toglie alla famiglia senza il coraggio di uomo maturo di prendere la decisione di lasciare il lavoro e seguire la sua vocazione. La moglie è chiamata a decidere per lui, non è uomo nemmeno in questo come non lo è nel negare a Don Mimì la parte del suo stipendio. La moglie è molto diversa da lui, è una persona semplice, allegra, di compagnia e lui sa di non darle il calore di cui avrebbe bisogno, che delega ai figli. Le fa fare figli sperando che lo sostituiscano nel bisogno di lei di affetto e di cura ma i figli richiedono anche loro amore e cura. Purtroppo Rosa è anche lei una ragazzina e i figli non le bastano. Forse nemmeno lei basta ai figli. In qualche modo Rosa si rende conto di non essere adatta a quel marito talentuoso e di non incoraggiarlo a scelte coraggiose ma di sicurezza. Cerca di tenerlo a sé con la sua bellezza, infatti se cerca di avvicinarsi al mondo dell’arte lui la caccia via perché si sente soppiantato e oscurato: la bellezza della moglie attira più dei suoi quadri. Se cerca di capire e di dare opinioni si offende perchè gli sembra che lei voglia soppiantarlo anche nel suo campo. La competizione si respira nell'aria e si trasmette come una maledizione. Tuttavia la competizione nasce in parte dalla paura del padre che il figlio sia migliore di lui e dalla paura del figlio di non essere abbastanza per quel genitore grandioso. La grandiosità è la messinscena che nasconde l' insicurezza. L' insicurezza di Federì è anche sessuale come dimostrano le ripetute assillanti vanterie così fastidiose per i figli e come è naturale dato il padre castrante che ha avuto (stunz eri e strunz si rimast) al quale non si è ribellato da adulto in nessun modo ( Federì gli dava parte del suo stipendio che don Mimì buttava al gioco e poi accusava la moglie Rosa di sprecare soldi). Sente di dover dimostrare al mondo di essere uomo e intuisce di non esserlo, forse a un certo punto la cosa si fa irrimediabile e da lì il distacco anche fisico dalla moglie per inseguire e cercare conferme e appoggio altrove. Di queste conferme ha assoluta necessità.
Il figlio Mimì vede le cose con gli occhi della madre con la quale ha una maggiore vicinanza affettiva ma si sente uguale al padre (in una variante introversa) per tante cose, per esempio nelle pulsioni per cui il giudizio negativo e severissimo che dà sul padre e che si respira a ogni pagina è anche una condanna della sua persona. Il problema principale quando ci sono in casa soggetti che hanno avuto esperienza famigliari terribili a mai digerite come nel caso di Federì è che queste persone diventano come dei buchi neri e assorbono completamente la luce dell’amore e dell’attenzione di casa. I figli in questa famiglia sono totalmente oscurati dal padre. Forse riescono ad avere parte nell’affetto degli zii o di qualche nonno ma i genitori sono troppo assorbiti l’uno dall’altro nel bene come nel male come si intuisce nel bellissimo finale. Del resto Federì ha bisogno dell'amore della moglie e forse si è scelto una donna ingenua e buona nella speranza che non veda come è veramente e che creda alla sua messinscena.
Bellissima la scena del pavone che ci dà la misura esatta della cecità di Federì alla vita e ai figli (la vita è bella solo quando è pittata) ma anche della sua insensibilità intesa come incapacità di rendersi conto delle esigenze altrui. Federì non vede il pavone, non vede i figli e non vede nemmeno la malattia della moglie così come i genitori non vedevano lui, probabilmente non vede nemmeno le proprie cattiverie nel senso che cresciuto come un lupo senza amore capisce solo la sua fame. Del resto le ferite profonde inferte dai genitori lasciano sempre conseguenze importanti. Anche Mimì ha in sè le cicatrici di un simile genitore. Per di più, per la su sensibilità e intelligenza considera il fatto di vedere una sua colpa per non avere fatto benchè bambino da guida al padre e per avere subito come tutti benchè bambino il suo fascino. Forse pensa che se avesse capito i guai che poteva fare avrebbe potuto porvi argine, cosa chiaramente impossibile a un bambino di quell'età. Avendo le stesse pulsioni di Federì(sessuali, la rabbia, l’invidia, la gelosia) si fa di se stesso l’idea di una persona pericolosa (un lupo come suo padre) che dovrebbe stare isolata dal mondo e blocca la sua ricettività alle emozioni per paura di ricevere nuove ferite. Ma a differenza di Federì Mimì ha avuto la benedizione dell'amore di sua madre per quanto offuscato dall'ingombro paterno e non ha i suoi limiti di comprensione del mondo e degli altri nel senso che i suoi occhi glieli ha dati la madre insegnandoli a distinguere il bene e il male. Certo le situazioni hanno tolto efficacia alla sua vista tagliando via le emozioni e quindi rendendolo più limitato e amputando la sua possibilità di attingere al bene che può venire dal mondo pur schermandolo dal male. Del resto dal mondo esterno a lui non pare che arrivi nulla di buono, vedi l'episodio del ballerino. Il meccanismo di difesa di Mimì è molto punitivo nel senso che immagina di avere solo lui in sè il lupo che tutti hanno dentro. Mimì è moralista a modo suo e condanna in sè le pulsioni, i sentimenti e i pensieri (che hanno tutti ma per i quali si sente simile al padre) quando solo le azioni dovrebbero essere guardate e fanno la differenza. Ha lo stesso approccio irrazionale con la religione imputando a Dio credo il libero arbitrio umano e il male che esso provoca oltre che il male del mondo. Il romanzo è interessante, bello e la lettura è molto piacevole. E' toccante ma non drammatico nella lettura, anzi fa spesso sorridere. Alcune immagini sono veramente bellissime: il finale, il pavone, la chiusura della prima parte con quel’ “Io l’uccido” e la madre che risponde “Sei più scemo di lui”.

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Commenti

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siti
20 Ottobre, 2016
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Me lo segno, Mario quando fai così sei irresistibile! Ho la stessa sensazione di quando mi hai stregata con Malamud.
In risposta ad un precedente commento
Mario Inisi
20 Ottobre, 2016
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La colpa è tutta di Malamud. Comunque grazie.
Appena finito. Concordo. Bellissimo!
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