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Ragazzi di vita
 
Ragazzi di vita 2017-02-24 15:10:14 Franco Pompei
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Franco Pompei Opinione inserita da Franco Pompei    24 Febbraio, 2017
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Pasolini scopre Roma

Edito nel 1955, “Ragazzi di vita” è il primo romanzo di Pasolini e nasce dall’impatto dello scrittore con la realtà della periferia di Roma, impatto destinato a lasciare, direttamente o indirettamente, il segno su tutta la sua successiva produzione letteraria e cinematografica. Nel 1950 infatti, a seguito di un’accusa di corruzione di minorenni che ne comporta anche l’espulsione dal P.C.I., il poeta è costretto ad abbandonare il piccolo centro friulano di Casarsa della Delizia e a trasferirsi con la madre nella capitale. I primi anni in città sono difficili per Pasolini a causa delle ristrettezze economiche, ma gli danno l’opportunità di conoscere un contesto per lui del tutto nuovo: quello dei ragazzi del sottoproletariato romano, nei quali lo scrittore, al di là della miseria e della violenza, riconosce una primordiale vitalità non intaccata né dal perbenismo borghese di quegli anni né dalla, ancora lontana, azione omologatrice e frustrante (che Pasolini definirà “genocidio culturale”) del neocapitalismo e del consumismo di massa. Questi sono quindi i “ragazzi di vita”: tutti giovanissimi e quasi tutti identificati non da un nome ma da un soprannome, si muovono fra le borgate della Roma dell’immediato dopoguerra e dei primi anni cinquanta dove, accanto alle disperate baracche abitate dagli sfrattati dal centro storico e da sfollati ed emigrati provenienti da mezza Italia, hanno già iniziato a sorgere i primi orrori della speculazione edilizia. Per i “ragazzi di vita” il centro della città è un altro mondo, distante in tutti i sensi e teatro di occasionali incursioni per qualche furto, per qualche “marchetta”, oppure quando decidono di andarsi a divertire “dentro Roma”. Ciò che colpisce in questo romanzo è innanzitutto la notevole padronanza del linguaggio delle borgate romane che Pasolini ha maturato dopo solo cinque anni di vita in città: il romanzo è in italiano ma la struttura sintattica utilizzata è spesso quella del dialetto romanesco, con frequente impiego di parole e locuzioni dialettali e gergali, molte delle quali, peraltro, nel giro di un paio di decenni sono cadute in disuso nelle stesse periferie romane, travolte dall’uniformazione linguistica iniziata dagli anni sessanta in poi (alla fine del libro è presente un piccolo glossario di questi termini a cura dello stesso Pasolini). Altro aspetto evidente, e che anzi costituisce il tratto fondamentale dell’opera, è la netta separazione fra l’universo dei “ragazzi di vita” e quello degli adulti: nei confronti di quelli che in borgata hanno la fama di “guappi” può esserci ammirazione e timoroso rispetto (si vedano, ad esempio, i personaggi di Amerigo e di Alfio Lucchetti); tutti gli altri invece, in particolare quelli di estrazione borghese, sono o “micchi” da borseggiare e rapinare o “frosci” con i quali prostituirsi. Ed è proprio in conseguenza della loro radicale alterità rispetto al mondo adulto “borghese” che i “ragazzi di vita” ne ignorano completamente i paradigmi etici e sociali: sono brutalmente tesi alla soddisfazione di tutte le loro pulsioni primordiali, privi di qualsiasi rimorso per le proprie azioni più crudeli ed, allo stesso tempo, capaci di impeti generosi e spontanei appunto perché non condizionati da ipocriti moralismi e prudenti opportunismi. Emblematica a questo proposito è l’evoluzione del protagonista del romanzo, il “Riccetto” (anche se il termine protagonista forse non è del tutto appropriato perché “Ragazzi di vita” rimane piuttosto un romanzo corale): mentre all’inizio della narrazione, nonostante sia un piccolo delinquente senza scrupoli, non esita a tuffarsi nel Tevere, rischiando di annegare per la forte corrente, pur di salvare una rondine, al termine del romanzo, quando ormai è diventato un giovane adulto ed “ha messo la testa a posto”, ovverosia quando si è uniformato ai canoni della classe piccolo-borghese (alla quale continua tuttavia a non appartenere), sopraffatto dalla paura e dall’egoismo non interviene in soccorso del piccolo Genesio che sta affogando nell’Aniene. Altro mondo del tutto a parte rispetto a quello dei “ragazzi di vita” è quello femminile: donne e ragazze delle borgate conducono un’esistenza completamente separata e spesso ancora più dura di quella dei maschi a causa della violenza di padri o mariti; con ragazze appartenenti a ceti sociali, anche di poco, più elevati ai “ragazzi di vita” è preclusa, in radice, qualsiasi possibilità di approccio; le sole donne che interessano veramente ai giovanissimi personaggi del romanzo sono le prostitute, spesso gravide o anziane, che rappresentano l’unico strumento possibile d’iniziazione e di soddisfazione sessuale. Lo sguardo di Pasolini nei confronti di questi ragazzi è partecipe e commosso, specialmente nei confronti dei più piccoli: ne viene descritta la feroce violenza ma anche, talora con toni addirittura umoristici, la folle spensieratezza con la quale affrontano le miserie ed i pericoli della vita di tutti i giorni e, come nel caso del piccolo Marcello, la rassegnata dignità con la quale si pongono di fronte alla morte.

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