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Il silenzio della collina
 
Il silenzio della collina 2019-01-28 18:28:23 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Gennaio, 2019
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Padre e figlio

Ha aspettato fino alla fine Bartolomeo Boschis, fino al momento della certezza di non aver più possibilità alcuna di guarigione, prima di informare il figlio Domenico Boschis della sua precaria condizione di salute. Nato ad Alba, provincia di Cuneo, il 1° giugno 1967, il cinquantenne è un attore del piccolo schermo che fino ai pochi giorni precedenti a quella chiamata non aveva nemmeno idea di che cosa fosse un hospice. Che fare? Come comportarsi con quell’uomo con cui ha da anni interrotto ogni rapporto e con cui mai ne ha avuto uno vero e proprio? Come giustificare un padre padrone violento, burbero, anaffettivo che nella vita tutto si è preso con la forza, perfino sua moglie? Di cosa rimproverarsi allora se l’imminente scomparsa dell’uomo che si trova disteso nel letto di questo luogo di ultima dimora terrena non gli squarcia l’anima? Un urlo silenzioso, un pianto senza lacrime, una voragine di angoscia che si apre nel cuore e nella mente, un nome di ragazza spezzato e ricostruito dal figlio durante una delle tante visite ormai diventate routine e incasellate tra loro da un ritmo insondabile e immodificabile. Quel nome non è altro che quello di Maria Teresa Novara, una giovane e brillante studentessa di tredici anni che si trovava dagli zii per cogliere quell’occasione di studio liceale la legge aveva iniziato a consentire anche per i ceti sociali meno privilegiati non quindi più vincolati all’avviamento professionale, e rapita in una notte come tante, il 16 dicembre 1968, da due balordi che per non uscire completamente a mani vuote da quel furto poco fruttuoso avevano ben pensato di portarsi via lei, in un sacco di iuta, per metterla a disposizione di uomini di ogni età che con una mera corresponsione di denaro potevano far con il suo corpo quel che volevano. Sette mesi è durata l’agonia di questa giovane anima, stuprata dall’uomo, e le cui sorti non sono affatto felici: i due malviventi che l’hanno rapita e condannata ad essere abusata verranno inseguiti dalla polizia, e mentre uno morirà durante il tentativo di fuga, l’altro verrà arrestato e condannato. E non rivelerà niente di quella ragazza chiusa in una sorta di scantinato senza cibo e senza acqua, al freddo e legata alla caviglia da una catena, una giovane donna che morirà perché qualcuno che di lei sapeva – perché tutti sapevano ma alcuno ha proferito parola per dar adito e concretezza a quella voce più comoda che sosteneva la tesi della fuga d’amore – ha bloccato i condotti di areazione della sua prigione. Ma perché il padre, in punto di morte e a distanza di cinquant’anni, chiede di lei? Qual è stato il suo ruolo – se vi è stato – nelle vicende? Perché proprio adesso ha deciso di riportar in superficie la scomparsa di questa anima innocente?
Con uno stile narrativo fluido, preciso, curato, avvalorato dalla presenza di molteplici citazioni e riferimenti ad altri testi della letteratura – quali la “Lettera al padre” di Kafka, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese –, Alessandro Perissinotto, docente di Teorie e tecniche delle scritture presso la facoltà torinese nonché autore di gran successo, ci propone un libro stratificato, ricco di spunti di riflessioni, tematiche trattate e di grande attualità e avente ad oggetto niente di meno che una storia vera.
Perché è tramite la voce di Domenico che noi riviviamo una delle pagine più tristi e buie della storia d’Italia ed è sempre tramite la sua voce che conosciamo il rapporto inesistente e privo di qualsivoglia affetto di un padre e di un figlio che non condividono ricordi, ancor meno felici, che non si lasciano andare ad un pianto inarrestabile per la prossima separazione ma che anzi, vivono questi ultimi giorni quasi come se fosse una reciproca tortura il dover condividere del tempo insieme e il dover per la prima volta crearlo questo legame.
Al tutto si somma una profonda riflessione sull’età matura dell’essere umano, sul costruito, sulle ambizioni, sul quel che ancora può essere realizzato, sugli amori vissuti e quelli ancora da vivere, sulla solitudine dell’età adulta, sui rapporti del passato che possono essere ricostruiti e sulle scelte del presente che possono determinare il futuro.
È un romanzo forte “Il silenzio della collina”, un elaborato crudo, duro, che nulla risparmia al lettore e che anzi invita ad andare oltre, ad interrogarsi, a riflettere sul buio dell’anima.

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Bellissimo commento Maria, lo leggerò di sicuro (come già ti ho detto ;))
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