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I diavoli
 
I diavoli 2019-03-20 16:10:36 CARMINE VILLANI
Voto medio 
 
1.3
Stile 
 
1.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
1.0
Opinione inserita da CARMINE VILLANI    20 Marzo, 2019

L'esordio di Brera, la finanza e i suoi clichè

“L’aveva visto poche ore prima, il mare. Quel mare, il loro. Il mare che Siro gli aveva insegnato a conoscere. (…) Massimo ripensa a Cheryl, alle ore che hanno trascorso insieme. E al mare”. L’esordio di Guido Maria Brera sembra più uno spot della Valtur che un j’accuse contro la finanza “cattiva” che asservisce i popoli in nome del capitalismo esasperato. Cosa leghi alla costa toscana un trader romano, cresciuto all’ombra del Cuppolone e della City dei banchieri affamati di soldi e successo, resta tuttora un mistero. Pretesto letterario ed estati di un bel giovanotto rimasto traumatizzato dalla pariolina che non si sarebbe accontentata di controllare lo scaldabagno per mancanza di bajocchi, così suggeriscono i bene informati. Una spiegazione questa che mostra già ad una prima analisi i punti deboli di un romanzo pieno di clichè. Esperienze giovanili a parte, “I Diavoli” resta solo un tentativo letterario, per giunta mal riuscito, di tenere legati due mondi agli antipodi con la morale appiccicata con lo sputo. Brera tradisce le sue intenzioni cadendo nel più classico dei tranelli che ogni esordiente dovrebbe fuggire come la peste. Dall’autocompiacimento per l’utilizzo dei trucchi narrativi a ogni piè sospinto -il denaro spiegato al figlio adolescente: è come la neve che si accumula e rimane ammassata, ma in altri posti si scioglie al primo sole e diventa fango- ai vezzi mal celati per le umili origini (parole sue) che vorrebbero essere una rivalsa per superare i traumi infantili non ancora risolti. L’autore con falsa modestia, neppure dissimulata, non fa altro che ricordarci in maniera ossessiva la sua estrazione sociale. Padre impiegato di banca e madre casalinga anche se, a nostro parere, morirebbe dalla voglia di raccontarci che la sua famiglia è ancor più di basso lignaggio: padre contadino e madre analfabeta, giusto per darsi delle arie con l’aneddoto logoro del self-made man che piace così tanto nei salotti radical chic. Snobismo della peggiore specie, verrebbe da dire. Basta questo ad etichettare “I Diavoli” come un romanzo di formazione che ha la pretesa di estinguere le colpe di un nuovo ricco che non sta a proprio agio con il benessere raggiunto. Capriccio d’autore che diventa prima narcisismo e poi irritante “autobiografia” di un banchiere che sputa nel piatto in cui ancora mangia. Perché, al di là delle critiche più o meno fondate sul mondo cui continua ad appartenere Guido Maria Brera, noi preferiremmo concentrarci su quello che scrive e su come lo scrive. Il risultato è poco incoraggiante visto che l’autore romano resta imprigionato, ahinoi, nella sua stessa autoesaltazione, vittima di uno stile troppo primigenio per uno scrittore seppur agli esordi. Molte le lacune in questo romanzo, molte le mancanze in un libro che è stato considerato dai quotidiani nazionali –ma guarda un po’!- come un caso letterario. Incongruenze, dicevamo, che si presentano al lettore come autentiche aporie. Inutile negarlo, bisogna fare un enorme sforzo di fantasia per spiegare in maniera plausibile l’abbandono di una vita fatta di agi, meeting, cene eleganti, viaggi in jet privato per un buen retiro -senso di colpa dopo un trade andato male?- emulando Cincinnato tra le spiagge dell’Argentario. Natura non facit saltus, ricordava Leibniz. Già, il mare… il mare… Lezioso persino nella sua ode alle acque “Questo è il colore che a me piace di più. E’ simile quello delle perle”. L’autore non fa altro che cantare le sue bellezze, i suoi colori che si confondono con il cielo, descrive i profumi degli acquazzoni estivi, i sapori dei gelsi e gli odori del legno bagnato. A conti fatti non si capisce se Brera parli della costa toscana o delle isole caraibiche. Lascia poi alquanto perplessi la decisione di lasciare il trading floor a Londra per un progetto -i tonni rossi- che sa tanto di campagna pubblicitaria per Greenpeace (gli inutili sforzi per “piegare la natura ai propri voleri”). Chapeau. Per non parlare dell’ulteriore vuoto narrativo, nemmeno spiegato con un tentativo, tra la seconda vita sulle coste dell’Argentario e l’ultimo intervento miracoloso a cui è chiamato il protagonista per salvare il proprio Paese dagli squali della finanza in una conference call che coinvolge presidenti della FED, fondi sovrani, fondi hedge e compagnia cantando. Pretenzioso quando si tratta di descrivere l’incontro del gotha della finanza nell’albergo di fronte la colonna traiana che raffigura “La conquista della Dacia. L’ennesima guerra. Il sangue versato”. L’alter ego dell’autore si chiede persino se la scelta di quel luogo non custodisca un significato nascosto. Siamo alle coincidenze significative di junghiana memoria, un plauso per l’originalità. Al netto delle critiche il Soros di noialtri sembra più un finanziere affetto da megalomania che un affamato banker che affonda interi Paesi. Nelle interviste si è più volte definito Brera come miglior trader d’Europa e golden boy che ha avuto il merito di fare tanti soldi e di frequentare i salotti della finanza che conta. Di lui notizie quasi inesistenti su internet, piuttosto frammentate e pure poco provanti il suo enorme successo. Carriera iniziata in Fineco, proseguita poi in Giubergia Warburg -intimoriti com’eravamo dal nome altisonante di matrice asburgica, è stato Google a venire in nostro soccorso: fortunatamente i miliardi di lire in gestione presso il gruppo incutono meno timore quando si passa alla conversione in euro- che non è certo il Quantum Fund o il SAC Capital o il Bridgewater Associates di ben altra memoria. Poi la grande occasione con un’offerta di lavoro nella City che gli apre le porte all’alta finanza. Non possiamo negare che Guido Maria Brera sia un cosiddetto arrivato ma non possiamo allo stesso tempo negare che le sue epiche gesta, raccontate in parte dai rotocalchi e da lui stesso nel libro, siano probabilmente frutto più dell’immaginazione di un aspirante scrittore che di verità dimostrabili. A meno di non voler ipotizzare un suo collegamento con i servizi segreti che abbiano di proposito, e per chissà quale motivo occulto, fatto sparire notizie compromettenti sul suo conto al fine di riservargli un basso profilo per bypassare l’invidia collettiva o le mani del fisco, risulta davvero difficile individuare l’esatto confine tra realtà e fantasia. Forse le nostre ricerche avrebbero dovuto concentrarsi nel deep web, unico depositario di preziose informazioni sulla sua vita professionale, ma abbiamo preferito che alcune domande non avessero risposta. Eppure, nonostante gli innumerevoli sforzi di immaginazione non crediamo verosimile che un best trader possa essere sfuggito ai radar di Forbes o Bloomberg. Soldi sì e successo in parte, ma le presunte enormi fortune accumulate all’ombra del Big Ben paiono molto meno credibili agli occhi di noi lettori. D’altra parte basta navigare su internet per imbattersi in autentici talenti della finanza che a poco più di trent’anni guadagnano centinaia di milioni di dollari all’anno e che alla soglia dei quaranta riscuotono assegni miliardari per smontare il panegirico che hanno fatto i quotidiani nazionali sul cofondatore di Kairos. All’esordiente sfugge forse che un libro nasce da un’urgenza, non da velleità estranee alla scrittura. Il ragazzino sfigato, così parla teneramente di sé stesso ricordando un’adolescenza stretta per le sue ambizioni, se la suona e se la canta da solo. Dice di amare l’anonimato e l’understatement salvo poi imperversare nelle trasmissioni televisive per promuovere il suo libro con la divisa di ordinanza. Sneakers ai piedi e camicia bianca, solo per sentirsi smart e cool, come il protagonista del suo libro. “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”, diceva Moretti in un suo vecchio film. Proprio nel cinema, pardon fiction, vorrebbe fare l’ulteriore salto il trader romano con la fissa per le telecamere. Una serie tv con Patrick Dempsey ed Alessandro Borghi -alias Guido Maria Brera- è la conferma di come l’autore non riesca proprio a stare con le mani in mano. O la conferma di quante vittime possa fare la vanità. Ad oggi risulta ancora un suo ruolo nel fondo hedge fondato insieme ad altri colleghi: il senso di colpa è solo letterario, verrebbe da pensare. L’alter ego di Brera, tale di nome Massimo ne “I Diavoli” -e qui forse mai nome fu più azzeccato-, sembra fare di tutto per essere irritante ai lettori. Affetto da superbia, sommerso da elogi fuori luogo, responsabile di trade miliardari, anaffettivo, workaholic, fedifrago, il mondo dorato della finanza che alla fine preferisce diluirsi nella decrescita felice. Anzi, nelle acque cristalline del Mar Tirreno. Il ritorno al paesello è l’ennesimo clichè, come pure quello della segretaria giovane e bella portata in jet sulla spiaggia assaporando profumi ed odori mischiati alla salsedine. Pagine di alta letteratura, non c’è che dire. Fa venire l’orticaria la parte dedicata all’amico, morto per cause non meglio specificate e che costringe il protagonista a fare i conti con la sua coscienza e pure con i sensi di colpa per la distanza affettiva oltre che geografica in troppi anni di bella vita. Tutti i vecchi compagni riuniti al suo capezzale, tra ricordi e nostalgici aneddoti che riportano come per magia un passato lontano ed oramai impossibile da recuperare. Già, l’invidia degli amici che non ce l’hanno fatta, costretti in una vecchia utilitaria tra silenzi e rancori soffocati. Una reunion che sa di Grande Freddo ma troppo poco approfondita per emozionare anche il lettore più superficiale. Banalità a parte, ci saremmo aspettati molto di più dal Brera improvvisato scrittore. E di certo avremmo fatto volentieri a meno delle lodi sperticate ai figli (bellissimi, intelligentissimi, coraggiosissimi e pronti a circumnavigare il globo in solitario su una barca a vela già all’età di tredici anni tra Maestrali, Grecali ed Alisei). I figli so’ piezz’ e core, dicono a Napoli. Qualcuno ha persino malignato sulla reale paternità dell’opera che sarebbe stata scritta da Walter Siti o, comunque, con la sua collaborazione. Noi ci auguriamo il contrario perché sarebbe offendere un Premio Strega che non merita certo tale trattamento. Il romanzo soffre parecchio per vuoti e lacune stilistiche che ne fanno un tentativo maldestro di descrivere la finanza e i suoi oscuri meccanismi. La scrittura è elementare, molto distante dallo stile scarno ed asciutto di un Carver: accantonate le velleità descrittive dei grandi romanzieri dell’Ottocento il Brera narratore non può nemmeno lontanamente paragonarsi agli scrittori contemporanei. A conti fatti l’autore de “I Diavoli” non ha le doti del moderno romanziere e non è certo Michael Lewis che di finanza se ne intende e ne ha scritto in più occasioni con ben altri risultati. O Bill Browder che in maniera avvincente ha raccontato con “Red Notice” il dietro le quinte dell’alta finanza macchiata da intrecci politici, rapimenti ed omicidi. Ma anche il paragone con Soros ed ai suoi veri emuli appare del tutto fuori luogo in questa finanza tricolore che risente di tutti i limiti e vizi italioti. Affermare il contrario sarebbe lesa maestà a chi lasciato una traccia indelebile nella finanza con la maiuscola. Il banchiere capitolino sarà forse ricordato più per le sue metafore calcistiche che hanno la pretesa di applicarsi negli affari –i rigori bisogna tirarli forti, diceva Di Bartolomei- e per la seconda moglie che per la sua carriera di trader. Quella di scrittore, invece, la prendiamo come una boutade data in pasto ai giornali scandalistici.
Carmine Antonello Villani
(Salerno)

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