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Dimmi che non può finire
 
Dimmi che non può finire 2020-10-22 11:19:28 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Ottobre, 2020
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Amanda e Samuele

Il suo nome è Amanda e il suo rapporto con i numeri è molto diverso da quello a cui siamo soliti pensare. Perché Amanda, i numeri, li sente, li sente scorrere e al contempo li segue perché questi, sin dai tempi in cui ella non era altro che una giovane bambina di dieci anni, sin da quel giorno fatidico, di quell’anno fatidico in cui era caduto da pochi mesi il muro di Berlino e i mondiali di calcio si disputavano nel nostro paese, per lei non sono soltanto elementi atti a determinare un calcolo o una mera disciplina scolastica.

«Era il 12 giugno. 12-06. Dodici come le caramelle che tenevo in tasca, sei come le margherite disposte a cerchio nel prato della scuola. E quel giorno finiva la mia vita piena di infinite possibilità.»

E quel dodici giugno è stato davvero emblematico per la nostra protagonista. È stato un inizio ma anche una svolta in quella che era una esistenza che già aveva prematuramente presentato i primi scossoni. La ragazza, poi donna, cresce con Emma, la madre che mai così chiama, che oltre che ad essere magrissima ha sempre una pelle d’alabastro, Emma, colei che la vede crescere e che è inquietata da quel suo rapporto con il dato numerico tanto da far sparire gli scontrini prima di rientrare in casa. Amanda, al contrario, ha un carnato olivastro, una chioma di capelli castani, mossi e anarchici come quelli di quel padre che non ha più perché condannato per bancarotta fraudolenta, perché fuggito in Sud America disinteressandosi completamente delle sorti della sua creatura. Di fatto per Amanda contare è “come la sigaretta per un fumatore: una dipendenza”. Sin dalla tenera età è dunque costretta ad affrontare i momenti che generalmente si affrontano in età adulta.

«La trama della mia vita non era solo oscura, ma anche piena di buchi.»

Sono trascorsi diciotto anni (6415 giorni) da quel primo contatto con quel superpotere che le ha influenzato la vita, Amanda ha un lavoro in una redazione di un quiz show di cui fa parte da ben trecentosessantatre puntate, un lavoro che sa di star per perdere, tuttavia, perché quei numeri in serie sono tornati a darle un avvertimento e lei cosa può fare se non giocare d’anticipo così da sottrarsi alla sofferenza? Gioca in difesa, Amanda. Si sottrae alla possibilità di realizzazione, si impedisce di sognare, ha paura di soffrire e quindi, mette distanza tra lei e il pericolo di patimento. Questo ha delle ripercussioni non indifferenti nel suo vivere. Vive ancora con la madre, ha pochissimi amici; la più stretta è una soubrette avvenente quanto cinica e una vicina che è anche la sua psicoterapeuta. Non ha inoltre un fidanzato e non è particolarmente incline ai bambini.

«Se i numeri mi venivano incontro, lo facevano sempre in serie per formare una data, e per avvertirmi che una felicità appena scoperta sarebbe finita per sempre.»

Quando il piccolo Samuele si affaccia nella sua vita Amanda ha come l’impressione di essere tornata indietro di vent’anni. Davide Crescenzi, il padre, era stato il suo compagno di banco dalla prima alla quinta, erano terzi o quarti nella fila di centro. Le loro strade hanno poi proseguito su rette parallele ma ella ricorda ancora con vividezza di quei giorni. Il bambino ha solo sette anni ma come lei ha perso un genitore, la madre, a causa di una malattia. È un bambino solitario, introverso, chiuso, un bambino bisognoso d’affetto e di amore, un bambino che ha bisogno di ritrovare quella carezza sulla guancia per ricominciare. È un bambino, ancora, distratto, disordinato, non particolarmente portato per la scuola e soprattutto per la matematica. Un dato, quest’ultimo, affatto semplice con cui convivere per una che, al contrario, vive per i numeri.

«Mi sentivo in credito di riconoscenza per un tempo in cui ero la principessa e gli altri i miei sudditi. Ma questo a un bambino non avrei mai potuto spiegarlo: a un bambino insegni a crescere, non a restare una creatura immatura in fondo al pozzo del tuo paradiso perduto.»

Tra Samuele e Amanda ha inizio un viaggio che porterà entrambi a crescere e a dover affrontare i propri nemici e le proprie paure. Per la donna sarà impossibile non immedesimarsi in quel giovane uomo trascurato dal padre, con una madre morta, una nonna anaffettiva e una domestica di pietra, per la donna sarà impossibile non affrontare, questa volta, le proprie più intime paure. Quando il solito segnale giungerà innanzi ai suoi occhi dovrà decidere se affrontare quella nuova scadenza o fuggire come è solita fare. Samuele la porterà ad affrontare quei nodi della propria esistenza per rischiare, forse per la prima volta, e vivere davvero.

«[…] Le vidi, così accostate, per quelle che erano: un numero romano che ribadiva cos’era la vita. E cos’era se non scommettere su un 2?»

Simona Sparaco torna in libreria con un libro delicato, con un titolo che solletica le corde del cuore con grazia e con maestria e che ci porta a vivere in prima persona una storia che ci tocca tutti da vicino. Quella che troviamo tra queste pagine è una storia autentica, una storia di crescita, una storia anche di coraggio. È una storia che ci insegna a vincere le nostre paure, che ci fa riflettere su quei momenti della vita in cui siamo in un impasse dal quale non sappiamo uscire, che ci mostra una possibilità di salvezza anche quando non siamo consapevoli di averne bisogno perché non ci rendiamo conto che siamo noi i primi a privarci di ogni possibilità per il nostro futuro, per il nostro poter star bene.
Simona ci parla di tematiche attuali, ci fa riflettere sui rapporti con i genitori, su quei legami che così facilmente possono essere spezzati, ci fa meditare su quel bisogno di affetto che tutti abbiamo, risveglia la nostra empatia, ci fa meditare sull’importanza dell’andare avanti e del crescere affrontando le nostre più intime paure e i nostri più grandi timori, ci fa, ancora, soffermare sul senso di perdita ma anche sulla necessità di appartenenza.
Il tutto con uno stile curato, preciso e minuzioso ma anche fluido ed evocativo che arriva al lettore come una carezza all’animo.
“Dimmi che non può finire” è un libro di quelli che ti entrano nel cuore, che chiedono di essere custoditi e che in questo, semplicemente, restano. Da leggere e rileggere.

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