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Anarchia e disincanto
La vita agra è un romanzo sconclusionato, discontinuo, destrutturato, episodico e privo di un reale sviluppo. Eppure ....
La trama, o meglio lo spunto iniziale, racconta di un giovane (lo stesso Bianciardi, dato il carattere autobiografico dell'opera) che giunge a Milano progettando un attentato contro i vertici di un’industria mineraria. Debole nell’intenzione e confuso dai meccanismi estranianti della grande città, il giovane ben presto dimentica i propositi eversivi e cede alle logiche di un sistema che tutto assorbe e tutto uniforma in nome della tautologia individuo = consumatore. A tale trama è legato il successo del libro: quasi un cult per gruppi antagonisti negli anni caldi della contestazione.
Eppure, malgrado i limiti formali, ho davvero gustato la lettura di questo romanzo, che un’interpretazione eccessivamente politicizzata ha purtroppo confinato in un preciso contesto e periodo storico oscurandone gli aspetti più originali e universali.
A colpirmi è il disincanto di Bianciardi, la sua ironia più malinconica che sferzante, il suo limpido e antiretorico sguardo sulla realtà.
Si potrebbe anzi sostenere che la natura rapsodica, aneddotica e frammentaria del romanzo, in certo qual modo, funzioni benissimo posto che l’intento fosse quello di conferire una robusta dose di anarchia nella narrazione. Così, il collage disordinato dei vividi episodi restituisce appieno la libera e anticonformista identità dello scrittore, cui non può non andare la mia simpatia.
Tra i molti passaggi che si potrebbero citare, ne ricordo alcuni in particolare.
L’imbarazzata sorpresa del protagonista nello scoprire l’assenza di “veri” operai all’interno di movimenti che si dicevano paladini dei loro diritti; la kafkiana descrizione delle complesse strutture e degli iter burocratici di un Partito che le aspirazioni rivoluzionarie vorrebbero snello e dinamico, ma che si preannuncia invece destinato alla paralisi e all’immobilismo; il paradossale manuale del buon manifestante e delle proteste di piazza, con le sue regole utilitaristiche già ben codificate.
Sul versante della critica sociale, attualissima e irresistibile è la descrizione delle fantozziane dinamiche aziendali, con carrieristi che progrediscono “alzando la polvere” e simulando una fasulla efficienza di facciata e dirigenti capricciosi e volubili che decidono arbitrariamente della sorte dei sottoposti.
Ma ciò che maggiormente sorprende è l'esaltata visione conclusiva di una utopica società anticapitalistica, con l’auspicato ritorno alla natura incontaminata, l’abbandono della moneta, delle odiose logiche di mercato e del profitto: talmente candida e incondizionata che è impossibile non scorgervi un divertito sorriso dell’autore.
Così che, a mio avviso, bersaglio dell’ironia di Bianciardi non è soltanto la società consumistica nata dal miracolo economico, ma pure, o forse soprattutto, quell’infantile modello cui, in quegli anni turbolenti, i rivoluzionari in fieri si ispiravano: modello che già faceva presagire un nuovo tragicomico tipo di conformismo.





























